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Un Bari epicureo vince e conferma la regola del “tre”

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Nonostante le tante avventure capitate al Bari nell’incontrare squadre beckettiane, ovvero quelle dell’”assurdo”, ci mancava, in effetti, quella dell’Igea Virtus (così come ci mancheranno quelle di Troina, Portici Rotonda, Locri, Roccella e tante altre).

Da queste parti, dove Messi è solo una ilare iperbole, il Bari non era mai venuto, nelle vicinanze, si, a Messina, ma a Barcellona Pozzo di Gotto dove l’humus ancora profuma di imperialismo spagnolo che colorò ogni cosa di giallo e rosso, non ancora. Una città dal vago odor di Catalogna, che ne emigrò il nome, di oltre quarantamila abitanti protetta alle spalle dai verdi monti Peloritani ed esposta davanti con vista sulle Eolie, isole magiche vulcaniche, che è nata dalla fusione di due antichi paesi, Pozzo di Goto, appartenente ai baroni Goto nel 1400, e Barsalon ai più nota come Barcellonetta, due paesi autonomi che decisero di fondersi nei primi anni dell’ottocento.

Da queste parti ha fatto capolino pure il “mago” Oronzo Pugliese, nel 1947 al 1949 con risultati apprezzabili, dopo una esperienza nella vicina Messina.

A Barcellona questa gara era particolarmente sentita (come lo sarà ovunque andrà a giocare il Bari, del resto), la aspettavano per provare a misurarsi con una corazzata, pronti a vender cara la pelle anche perché avevano a disposizione un vero stadio, piccolo quanto si vuole, ma pur sempre uno stadio in senso lato e non un campetto dalle dimensioni ridotte magari con una tribunetta da duecento spettatori, fatto sta che sulle tribune del Carlo Stagno D’Alcontres c’erano si e no 1000 spettatori tra tribuna est ed ovest, mentre 200 erano quelli del Bari giunti anche fin qui.

E in questo stadio a dimensione “serie D”, il Bari era atteso per verificare la tenuta nella prima vera trasferta di categoria in una realtà di provincia (Messina è capoluogo con una storia calcistica appena più blasonata), per capire se davvero fosse una squadra caterpillar, o quanto meno un prototipo in grado di imporsi un po’ dappertutto, o se fosse una squadra capace di soffrire, magari perdendo qualche colpo che, diciamocelo, fino alla fine del torneo sicuramente accadrà.

Bari che cercava la quarta vittoria di fila per provare a continuare a camminare spedito in cima alla classifica, Igea, squadra giovane (la più giovane del girone), le cui credenziali erano ottime dal punto di vista del gioco, molto motivata, che cercava il riscatto dopo la beffa di Palmi maturata nel recupero quando la Palmese le ha rifilato il gol della vittoria.

Cornacchini ha predicato umiltà e consapevolezza di essere la più forte, di non aver paure di nessuno senza mostrarsi presuntuosi, augurandosi di non avere cali di concentrazione pigiando sull’acceleratore sin dalle prime battute differentemente dalle tre gare fin qui disputate dove, invece, il Bari ha stentato per la prima mezzora prima di colpire, in attesa di trovare la “quadra” definitiva. Brienza, come nelle previsioni, è partito titolare a ridosso delle punte Neglia e Simeri, Bolzoni, Hamlili e Piovanello a centrocampo, D’Ignazio, Di Cesare, Cacioli e Aloisi sulla linea difensiva e Marfella in porta. Nemmeno in panchina Floriano che prue è stato convocato ma, avendo a disposizione Brienza, era inutile rischiare l’ala biancorossa perché con i problemi muscolari è bene non rischiare perché le ricadute sono peggio dei malanni.

Mancuso, il tecnico peloritano, che ha dovuto rinunciare allo squalificato Grosso e all’indisponibile portiere Prisco, ha risposto con Cetrangolo in porta, Allegra, Selvaggio, Vona e Akrapovic sulla linea difensiva, Mancuso, Santapaola e Dodaro a centrocampo, Busatta e Miuccio in avanti.

Molto attenta l’Igea a chiudere tutti gli spazi preoccupato più che altro di limitare il raggio d’azione pugliese, molta fatica, invece, per il Bari a creare gioco nonostante Brienza, ed Igea che ha fatto quel che ha potuto alleggerendo di tanto in tanto la pressione barese, ma – si sa – non è una novità in quanto per ciò che ha dimostrato fino adesso, la squadra di Cornacchini la prima mezzora l’ha sempre utilizzata per prendere le misure dell’avversario per poi sferrare il primo colpo a cui, poi, ne son seguiti altri per gli spazi che inevitabilmente si son creati quando la squadra avversaria ha tentato di mettere il muso in avanti.

Bari, dunque, che ha controllato il match con personalità ed anche con quella umiltà giusta, passando il pallone indietro nei momenti di difficoltà evitando di spadroneggiare, giocando con intelligenza tattica, dimostrando quella mentalità giusta per questa categoria, fino al 26′ quando D’Ignazio si è inventato un missile raso terra da trenta metri che si è andato ad infilare all’angolo più remoto del palo sinistro, e al 36′ quando Bolzoni da fuori area ha, anch’egli, sfoderato un tiro a mezza altezza che si è andato ad infilare nel palo opposto al primo. Qualche altra occasione soprattutto di Simeri al 44′ quando, servito da Brienza, tutto solo davanti a Cetrangolo, è scivolato perdendo l’attimo del tiro: poteva essere il 3-0.

Sul due a zero si è chiuso il primo tempo dove il Bari, senza strafare, ha spadroneggiato sul terreno peloritano senza alcuna sbavatura.

Da segnalare la prestazione di Brienza non sempre incisiva tranne per qualche lampo di alta tecnica e qualità, ma è giustificabile dal momento che il fantasista non giocava una gara di campionato da giugno scorso, poi sostituito nel secondo tempo da Feola.

Non è cambiato il copione nel secondo tempo perché è stato sempre il Bari a fare la gara, con l’Igea a limitare i danni e che ha cercato di respirare alleggerendo l’azione. Altre occasioni, per la verità non molte, sui piedi dei baresi tutte sbagliate per un soffio.

Cornacchini, allora, saggiamente e calatosi anch’egli nella categoria, ha pensato bene di irrobustire la difesa mandando in campo Mattera al posto di Hamlili cambiando un po’ lo schieramento, con tre difensori centrali e i due terzini a fluidificare.

Il secondo tempo non ha regalato granché, i ritmi sono stati molto bassi forse anche per colpa del gran caldo che c’era a Barcellona.

E finalmente, dopo ottanta minuti, l’Igea si è affacciata in area barese dove Marfella ha sventato con un colpo di reni un colpo di testa di Lancia che ha schiacciato a terra il pallone prima che rimbalzasse verso la traversa. E’ stata l’unica e prima vera occasione gol per l’Igea.

Bari che, come dovrebbe fare una grande squadra, senza infierire più di tanto ha continuato a manovrare pur senza quasi mai rendersi pericoloso fino a qualche minuto dalla fine, quando una bella parata di Cetrangolo all’88’ su un gran tiro di Pozzebon dal vertice dell’area, ha dato l’impressione del gol ma il portiere ha deviato in corner E sul corner al 90′ Mattera da solo ha spinto il pallone in rete.

Regola del 3-0 confermata per il Bari che ha espugnato anche Barcellona Pozzo di Gotto con la solita prestazione convincente quasi epicurea, vale a dire ottenendo il massimo risultato col minimo sforzo, città che finalmente si diverte rispondendo bene al prodotto calcistico che gli viene propinato, città e tifosi che, sebbene in una categoria inferiore, stanno lentamente dimenticando le vicissitudini recenti e che si stanno catapultando nella realtà attuale.

Bari che si candida a diventare il Parma di qualche anno fa in D, forse dimostrando ancor più qualità e tecnica della squadra emiliana, una squadra che ha dominato anche il quarto match di campionato e che sale a quota dodici in classifica confermandosi squadra di vertice.

Da segnalare il leale comportamento che hanno mantenuto i tifosi messinesi vero quelli del Bari accolti con la solita generosità siciliana, come sta accadendo dappertutto e con tutti, un segno di grande maturità in questa categoria.

Massimo Longo

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