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Prezzi finti per fregare sul dazio

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È il secondo passo di una procedura di infrazione aperta nel marzo di quest’anno, sulla spinta di un rapporto dell’Ufficio europeo per la lotta anti-frode, l’Olaf. Ora il Regno Unito ha un margine di due mesi di tempo per rispondere. In caso contrario, il braccio esecutivo della Ue potrebbe decidere di portare il caso di fronte alla Corte di giustizia della Ue e procedere – in teoria – verso la riscossione dell’intera somma entro la fine della legislatura nel 2019. L’accusa: prezzi abbassati per versare meno dazi a Bruxelles. Secondo l’accusa prodotta dal report dell’ufficio antifrode europeo, le aziende britanniche si sarebbero rese protagoniste di uno schema di frode basato sulla «sottovalutazione» delle merce in arrivo nei porti britannici dalla Repubblica popolare cinese.

Disattenzioni maliziose

La tattica, attuata «su larga scala» fra 2011 e 2017, consisteva nel dichiarare un prezzo più basso dei prodotti importati dalla Cina, così da ridurre il livello dei dazi e il conseguente gettito per le casse della Ue. Le autorità britanniche, dichiara la Commissione, non sono mai intervenute in maniera efficace per prevenire la frode nonostante fossero state informate fin dal 2007 «dei rischi di frode relativi all’import di tessuti e calzature dalla Cina» , con tanto di richieste in sede Ue di «intraprendere le misure di controllo adeguate». La Commissione stima che l’infrazione delle regole Ue abbia generato appunto un buco di 2,7 milardi di euro per il bilancio comunitario, con l’aggiunta degli interessi e di ulteriori perdite derivanti da un’ulteriore infrazione alle leggi Ue sull’Iva.

Patacca poco regale

I dazi doganali, insieme al prelievo sull’Iva e alle aliquote fisse sul reddito nazionale lordo, sono le cosiddette «risorse proprie» della Ue: il bacino che fornisce il 98% dei soldi destinati al budget comunitario. I sistemi di evasione ‘organizzati’ nei porti britannici (troppe complicità necessarie), hanno sottratto a Bruxelles i capitali che ogni Stato membro deve versare per finanziare progetti comuni. E scopriamo anche che, il Regno Unito, prima di avviare il suo divorzio dalla Ue, ha sempre goduto dei cosiddetti «rebates», i rimborsi ai paesi considerati come i contributori principali su scala comunitaria. Nel caso di Londra si parlava di un risarcimento al 66% della differenza tra il suo contributo al bilancio Ue e l’importo ricevuto. Ora Bruxelles vuole incassare il denaro in tempi rapidi, o comunque prima dell’ultima chiamata possibile, maggio 2019, quando i cittadini europei torneranno alle urne. Per la prima volta, senza la Gran Bretagna.

‘Pacco’ all’inglese

Un esempio di come funziona il sistema citando un caso in particolare: un carico di pantaloni da donna arrivato nel Regno Unito con una valutazione di 91 centesimi di euro al chilo. È una cifra ridicolmente bassa, materia prima a1,44 euro, e che la valutazione media per i pantaloni alla dogane europee, 26 euro al chilo. Beni di provenienza cinese con un valore «scontato da 5 a 10 volte» rispetto al valore di mercato e danno doppio: l’Unione Europea ottiene molti meno soldi del dovuto e i mercati di altri paesi si riempiono di prodotti a prezzo irrisorio, che sono venduti sul mercato nero e fanno concorrenza sleale a quelli commerciati legalmente. Secondo stime dell’OLAF citate dal Guardian, fra il 2013 e il 2016 Francia, Germania, Spagna e Italia hanno subito un danno complessivo di 3,2 miliardi di euro in mancati introiti sull’IVA .

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