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Storia di Milo’, il gatto ‘disabile’ che insegna a riscattarsi

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Una storia appassionata di fragilità e riscatto. Una sorta di favola per i lettori più piccoli ma valida anche per gli adulti che insegna i valori dell’accoglienza e del rispetto nei confronti di chi parte svantaggiato rispetto agli altri. Uomo o animale che sia. Una storia segnata da un legame indissolubile che aiuta a capire che a ciascuno, anche ai gatti, va sempre offerta ‘una seconda opportunità’, e che ha come protagonista Milo, un piccolo micio nero, trovato per le strade di Milano e ‘adottato’ dalla giornalista del Corriere della Sera Costanza Rizzacasa d’Orsogna. Un felino più fragile degli altri, indebolito da una sindrome cerebrale che ne ha pregiudicato il pieno sviluppo e che gli crea grandi difficoltà di movimento. La sua storia è ora raccontata da Rizzacasa d’Orsogna nel libro ‘Storia di Milo, il gatto che non sapeva saltare’, in libreria con Guanda.

Una vicenda in parte autobiografica, racconta all’AdnKronos Rizzacasa d’Orsogna, con al centro un gatto sfortunato perché “nero, trovatello e disabile”. Una relazione che è stata innanzi tutto descritta nella rubrica ‘Io e Milo’, raccontata su ‘Animalia’ , un canale del Corriere.it, spiega la giornalista che sottolinea: si tratta di “una rubrica che parte da Milo ma che ha un grande sfondo animalista perché raccontiamo storie di animali in difficoltà e di temi etico-filosofici. Mi sono occupata per esempio della nuova ipotesi di togliere geneticamente il dolore agli animali in allevamento. E poi ci sono i temi legati all’ambientalismo e all’ecologia”.

Il libro ora sugli scaffali, dice la giornalista, “è in parte autobiografico e in parte opera di fantasia. Tutto è nato da Milo e dalla sindrome del sistema nervoso di cui soffre che si chiama ipoplasia cerebellare felina”. E’ una sindrome per la quale “il cervelletto, che controlla le funzioni motorie, nasce piccolissimo. Milo apparentemente sembra normale, ma poi cammina a zig zag, inciampa o cade su se stesso, cade dentro il piatto mille volte al giorno. Il tutto perché il messaggio dal cervelletto agli arti arriva confuso. La sindrome sarebbe molto più conosciuta se questi gatti non fossero purtroppo soppressi spesso alla nascita o quando mostrano i primi sintomi. In realtà, se ben seguiti, questi gatti possono avere una vita lunga e ricca come tutti gli altri perché la sindrome non è progressiva e può migliorare”, aggiunge Rizzacasa d’Orsogna.

Accanto, però, al suo rapporto reale con il gatto del quale la giornalista ha cominciato “a scrivere su Twitter, cinque anni e mezzo fa, proprio mentre tutto accadeva, mentre scoprivo di cosa soffrisse e avevo paura che mi morisse tra le braccia”, nel libro ci sono tante cose “inventate che hanno uno sfondo che attinge alla realtà, come la storia delle cornacchia Pietro o come quella del gabbiano Virgilio che non riusciva a volare arrivato nel cortile di casa mia. Virgilio è stato lo spunto per un’altra storia del libro. Ci sono poi tanti aspetti che seguono il filone della disabilità”, racconta Rizzacasa d’Orsogna.

Il libro, insomma, vuole essere “una favola sulla disabilità e sul diverso. Milo ha questo in sé: è un piccolo gatto che, con la sua tenacia, dà speranza. Si tratta di una favola per bimbi che rappresenta “una metafora potente del ‘compagnetto’ diverso, dei migranti e degli extracomunitari in difficoltà. Questo libro vuole essere un piccolo aiuto, per questo faremo un giro per le scuole. Credo che questa favola possa dare tanto ai bambini e non solo a loro”, conclude Rizzacasa d’Orsogna. 

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