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L’Etna sta scivolando nello Ionio

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La notizia è di pochi giorni fa e ha lasciato a bocca aperta il grande pubblico; ma non gli addetti ai lavori.
Uno studio del Centro tedesco Helmholtz per la ricerca oceanografica GEOMAR, di Kiel, pubblicato sulla rivista Science Advanced, fa sapere che il nostro Etna, il vulcano più grande d’Europa, sta scivolando lentamente nelle acque dello Ionio.

 Se questo scivolamento non era una novità per i vulcanologi dell’Osservatorio Etneo dell’INGV di Catania, tre dei quali – Alessandro Bonforte, Francesco Guglielmino e Giuseppe Puglisi – hanno partecipato ai rilevamenti del Centro Helmholtz, i motivi che sono alla base di questo movimento erano ancora tutti da scoprire.
Di certo c’è solo che già da due anni il versante sudorientale del vulcano aveva preso a muoversi (4 centimetri in soli 8 giorni, nel maggio dell’anno scorso) ma, proprio perchè si trattava di un vulcano e non di una montagna qualsiasi, si era supposto che il ‘motore’ del movimento fosse da individuarsi in uno spostamento di magma in profondità, al di sotto dell’edificio vulcanico, che tra fusioni, crolli e correnti di roccia fusa, avrebbe potuto trasmettere vibrazioni meccaniche all’intera struttura.
Il movimento franoso è stato studiato per due anni con sensori collocati a circa 15 chilometri dalla costa e a 1200 metri di profondità e la conclusione è stata che l’attività vulcanica non c’entrava per nulla, ma che l’evento era invece da imputarsi ad un lento collassamento meccanico del vulcano.
In altre parole, il fianco di sud-est dell’Etna non riesce a rimanere attaccato al resto della montagna e, causa la gravità, finisce in mare.
 L’Etna è il vulcano attivo più grande d’Europa e porta benissimo i suoi 500mila anni di età.
 Questa evoluzione proprio non ci voleva! Le sue pendici sono abitate da un milione di persone e altre centinaia di migliaia popolano la costa ionica. Che accadrebbe,di questo passo?
Essendo coinvolto il basamento marino su cui si regge l’intera struttura, un crollo di una parte di montagna produrrebbe un’onda di tsunami, le cui conseguenze sono difficili perfino da essere immaginate.  
“Non possiamo prevedere quando e se l’Etna provocherà uno tsunami, scivolando in mare”, dichiara all’ANSA Francesco Guglielmino. “Quello che possiamo dire, in base ai dati raccolti, è che lo scivolamento in mare del fianco di Sud-Est avviene sia in presenza che in assenza di eruzioni e che quindi il suo motore non è nel cono vulcanico, ma in mare”.
 
 Anche se per il Direttore della sezione di Catania dell’INGV, Eugenio Privitera, ‘il rischio di un collasso ha una probabilità di verificarsi estremamente bassa che non può essere quantificata’, è invece certo che il conseguente tsunami sarebbe inevitabile. 
Su una cosa, comunque, concordano gli esperti: la necessità di una rete più ampia di monitoraggio della parte sottomarina del vulcano. 
Il vulcanologo Boris Behncke, sentito in proposito, getta acqua sul fuoco. A proposito di una presunta ripresa dell’attività vulcanica collegata al terremoto avvenuto una decina di giorni fa nell’area tra Biancavilla e S. Maria di Licodia, dichiara: “La maggior parte dell’attività vulcanica è summitale come quella degli ultimi anni, anche se è possibile che si aprano crateri sui versanti, come nel 2002”. Il problema dello scivolamento in mare è un altro discorso. 
“Rispetto ad altri vulcani dai fianchi più ripidi e quindi più instabili” – spiega lo studioso – “l’Etna ha una conformazione dai fianchi più larghi e tendenzialmente è meno propensa ad uno ‘spostamento’ catastrofico. L’allarmismo è nato dalla constatazione dello spostamento sul fianco sottomarino di un’entità pari a 4 cm in 8 giorni. Ma va detto che movimenti del genere sono già avvenuti in passato e la lentezza è una caratteristica che va considerata in senso positivo”.
  Anche per il Direttore della sezione di Catania dell’INGV, Eugenio Privitera, “il rischio di un collasso ha una probabilità di verificarsi estremamente bassa, che non può essere quantificata, anche se è ugualmente certo che il conseguente tsunami sarebbe una conseguenza inevitabile. 
Su una cosa, comunque, concordano gli esperti: l’evento prospettato non è previsto avvenga a breve, ma sarebbe comunque opportuno valutare la necessità di disporre una rete più ampia di sensori per il monitoraggio della parte sottomarina del vulcano.  
                                                                                                          

Fonte: Leonardo Debbia

 

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