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A caccia come sul Mekong

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di Paolo Palumbo 

Quanto si legge su Repubblica a proposito dei cacciatori e dei calibri usati per la caccia non è certo una novità, ma quando a parlare è uno che le armi le conosce direttamente dai campi di battaglia fa un certo effetto (v.link).

La caccia o arte venatoria è uno dei temi più scottanti che da molto tempo divide l’opinione pubblica di questo paese tra chi afferma che questo sia uno sport (se così vogliamo definirlo) salutare e utile e chi invece lo ritiene pericoloso e immorale nei confronti della natura. La verità spesso sta nel mezzo e non possiamo negare che dietro il falso moralismo ecologico o per amore verso gli animali, ci facciamo passare altre vergogne indicibili, ben peggiori che sparare ad un cinghiale. Ma qui il problema non è la caccia, quanto i cacciatori e l’ormai preoccupante numero di incidenti che accadono ogni anno.

Quanto afferma il chirurgo militare sull’utilizzo dei calibri e l’impiego di fucili settati come quello di Chris Kyle in Iraq corrisponde a verità, ma la cosa che fa più paura riguarda le persone che imbracciano queste armi le quali, spesso, hanno una preparazione e un’età non idonee al semplice impiego di un fucile ad acqua. Super cacciatori, super equipaggiati con super armi che al minimo frusciar di vento impallinano il ragionier Rossi di Campomorone è uno scenario domenicale consueto e certamente vergognoso.

Da secoli la caccia è sempre stata una rappresentazione utile ai giovani rampolli della nobiltà per crescere e imparare il valore della guerra. I sovrani di mezza Europa vedevano nella de arte venandi un momento di sociabilità irrinunciabile tanto da dedicare alle battute venatorie suntuose residenze circondate da immensi parchi dove non solo si uccidevano animali, ma si decidevano le politiche del regno. Basta fare un giro in Piemonte e visitare la Reggia di Venaria o la magnifica Stupinigi per comprendere quanto i re apprezzassero il poter uscire a cavallo o in carrozza per uccidere il cervo insieme ai loro cortigiani. Allo stesso modo, ancora oggi, sopravvive tra le ormai poche famiglie regnanti la passione per quest’arte che non è più la rappresentazione della guerra, ma un semplice cliché da rispettare.

Queste fugaci informazioni servono a chiarire che quando si parla di caccia si fa riferimento ad un valore storico e tradizionale importante che non può essere confuso con la battuta domenicale tra impiegati o pensionati in cerca di emozioni. La domanda che in molti si fanno è se oggi la caccia abbia ancora un senso e la risposta è sicuramente positiva, ma a certe condizioni: se passeggiate sulle alture di Genova, ma anche molto più in basso, nel traffico serale della blasonata Castelletto, potreste imbattervi in una famiglia di cinghiali che grufola tra la spazzatura. La caccia controllata dall’autorità forestale e fatta in maniera competente è un metodo per la regolazione e il controllo di alcune specie cosiddette invasive.

Sulla questione delle armi impiegate c’è ben poco da fare anche perché gli incidenti mortali si verificavano anche quando erano in uso le classiche doppiette del nonno. Cosa fare dunque per scongiurare episodi simili?

In molti pensano che l’unico sistema sia quello di abolire la caccia, sebbene come spesso accade le soluzioni radicali – seppur intelligenti (ma è un parere personale) – non siano le migliori. In effetti chi va a caccia è soprattutto un appassionato di armi, perché dunque dovrebbe rinunciare a possedere il fucile più performante così da impallinare la quaglia il cui peso non arriva nemmeno a 1 kg? Questo per spiegare che l’arma di per se non è un problema, ma lo diventa quando chi prende la mira non sa distinguere il già citato ragionier Rossi da un ungulato.

Nella stagione 2017/2018 i dati registrati dall’Associazione Vittime della Caccia sono impressionati: 24 morti e 10 feriti tra civili non cacciatori e 60 feriti e 20 morti tra i cacciatori “professionisti”.

Le cifre sono da scontro armato! Rinvengono così alla memoria le immagini fantozziane che restituiscono un’immagine grottesca della caccia, dove presunti amanti della natura (la si può apprezzare anche semplicemente camminando tra i boschi) si tramutano in plotoni di schiamazzanti bersaglieri con il celebre “noleggio dell’aereo da bombardamento”. Effettivamente la caccia non programmata o attuata sotto il vigile e attento controllo delle autorità forestali risulta essere un po’ obsoleta, una pratica abbastanza inutile dietro la quale si nascondono stupide leggende che ritraggono i cacciatori come amici della natura o peggio ancora guardiani dell’ambiente circostante.

http://www.difesaonline.it

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