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Fuga dall’oblìo con Ilaria Palomba, autrice di “Disturbi di Luminosità”

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In vista del mese di Novembre dedicato alla lotta contro la violenza sulle donne vi consiglio il nuovo libro della giovane scrittrice barese Ilaria PalombaDisturbi di Luminosità” della Gaffi Editore.

Disturbi di Luminosità è una storia cruda in cui si parla di uno stupro subìto da una ragazzina a 12 anni e del tentativo  di convivere con questo brutto ricordo. Si narra della fuga dalla vita da parte della protagonista che tra eccessi, rapporti promiscui e droghe cerca la sua “redenzione”. La protagonista è una donna che “diventa donna” inaspettatamente, senza volerlo. Non ha identità, nome, volontà e non conosce limiti.

La giovane scrittrice Ilaria Palomba utilizza la tecnica stilistica del flusso di coscienza per conferire voce, emozioni, profondità a protagonisti che si avvicendano e che interagiscono nella narrazione: l’Oracolo (lo psicoanalista), Lei (l’amica immaginaria), Lui (l’uomo che prova a salvarla), Narciso (il suo specchio al maschile).

Un romanzo intimistico e crudo che parla di disagio, disprezzo, angoscia, odio e amore come cura per salvarsi dal baratro e raggiungere una sorta di “redenzione”.

In questa esclusiva intervista realizzata in collaborazione con la Book Media Events di Isabella Borghese, la scrittrice Ilaria Palomba ci parla del suo romanzo lanciando un incoraggiante messaggio a tutte le donne vittime di violenza.

Com’è nata l’idea di scrivere Disturbi di Luminosità?

Nasce dalla necessità di trovare uno stile nuovo, diverso dal conformismo della narrativa contemporanea e, più intimamente, da un’esperienza di scollamento e derealizzazione che mi ha spinta a indagare sulle zone oscure della mia vita (non solo della mia vita ma dell’esistenza in genere).

Quanto il lavoro svolto in un centro diurno di psichiatria ti ha influenzata e ispirata nella scrittura di un romanzo come questo?

Il lavoro al centro diurno è stato un passaggio importante, sicuramente lì ho trovato una forma di verità, ho conosciuto i miei simili, abbiamo scritto un libro insieme dal titolo Quattro passi nella storia, lo si trova facilmente su Amazon. Spesso la follia è un eccesso, non un difetto. Lì ho scoperto la bellezza di questo eccesso, l’intelligenza sopraffina di chi ha varcato una soglia proibita. 

Come mai la scelta della tecnica del “flusso di coscienza”?

Il flusso di coscienza permette di raggiungere profondità che la narrazione palese non consente. Lo show don’t tell mi ha definitivamente annoiata, a me piace poter esprimere i pensieri, non solo i fatti mostrati in modo minimale. Non esistono fatti, scriveva Nietzsche, solo interpretazioni. D’altronde il mio caro amico Giuseppe Giglio ha definito Disturbi libro spurio, un libro che non ha collocazione e definizione, prossimo al pensiero filosofico più che alla narrativa. Io vengo da lì, dalla filosofia, da Eraclito, Empedocle, Schopenhauer, Nietzsche, Heidegger, Bataille, Deleuze, Weil, Zambrano.

La “protagonista senza nome” di cui parli è in fuga da se stessa e dalla vita in seguito ad una violenza subìta. Secondo te la fuga può portarci ad una sorta di “redenzione”?

La fuga è una difesa molto pericolosa, può allontanarci dalla presenza in definitiva. L’assenza della presenza, come la definisce De Martino in Sud e magia, s’innesta sulla fragilità personale e socioculturale e può divenire, in antico, possessione, nel tempo presente direi che potrebbe slatentizzare potenziali patologie. La fuga è un grande inganno. Non si può fuggire da sé stessi.

In Disturbi di Luminosità non sono narrati solo momenti di angoscia, tristezza, introspezione ma anche attimi di beatitudine, contemplazione, bellezza. Cos’è per una scrittrice come te un “momento di estasi”?

Per me la musica è estasi. In passato, e Disturbi fa spesso riferimento a quel mio passato, è stata la musica elettronica, il martellare di una drum machine e l’esperienza di danze furiose, dionisiache, in boschi, case abbandonate, luoghi fuori da tempo e storia. Oggi ascolto prevalentemente musica classica, amo molto Vivaldi, per esempio, Händel, Mozart, Beethoven, Wagner. Come voleva Bataille, l’estasi è una forma di erotismo, là dove la vita danza fin dentro la morte. Uscire da sé, spezzare l’individualità per unirsi al tutto. La musica fa questo, ma tutta l’arte se vissuta intensamente può consegnarci all’estasi. Una poesia potente, un dipinto, la scena di un film, una performance. O anche solo il silenzio, lo spettacolo di una spiaggia deserta d’inverno. L’aurora che stana il sole dalle tenebre, l’odore del mare, il suono della risacca. L’estasi è un istante, è il contrario della fuga, esserci e non viversi disgiunti dal creato.

In “Disturbi” il mondo che presenti è duale: c’è il buio e la luce, l’odio e l’amore, il male e il bene…Esiste un modo per raggiungere l’equilibrio facendo convivere entrambe le dualità?

La risoluzione delle scissioni sarebbe la guarigione dai disturbi di personalità. Ancora non l’ho trovata, questa via. Sto cercando altrove, fuori dagli studi degli psicoanalisti, dagli ospedali, dalle ASL e dalle diagnosi, sto cercando nell’estasi l’equilibrio e la sopportazione di un mondo che non è fatto della stessa sostanza dei sogni (non dei miei, quanto meno). Poi si può imparare a vivere lo squilibrio senza per questo vivificare l’inferno. Siamo una moltitudine di squilibri in collisione.

Perché il lettore de IlCorriereNazionale.net dovrebbe leggere “Disturbi di Luminosità”?

Perché non è una storia che parla di me. Parla di noi, di tutti noi. Del punto di rottura di una società capitalista e schizofrenica, in cui la reputazione ha sostituito la pulsione, la guerra tra i sessi crea simulacri di sentimenti sotto l’egida della sfida e della manipolazione, l’assenza di punti di riferimento conduce all’alienazione da social in una strenua ricerca di popolarità senza contenuti. Un momento storico cruciale, in cui chiunque ha, come minimo, un disturbo di personalità.

Ora parliamo di Ilaria Palomba…quando è nata la passione per la scrittura?

Presto, molto presto, forse troppo. Ero alle elementari, a Canosa di Puglia, ho avuto un’ottima insegnante di italiano e ho scoperto nella sofferenza una forma di grazia. Ci sono due episodi, il primo è una poesia di un bambino figlio di piccoli criminali del paese, una poesia sgrammaticata e folgorante: “la paura somiglia alla cucina spenta di mia casa”. Il secondo episodio è il dipinto di un ragazzo con una grave malformazione cardiaca, quel dipinto era un miocardio bianco e nero come un Tao, trafitto da catene che lo stringevano tanto forte da poter infrangerlo. Lì scrissi la prima poesia, avevo sette anni.

Quali letture e scrittori inconsciamente ti ispirano?

Se mi ispirano non saprei, posso dire ciò che mi appassiona leggere: Omero, Saffo, Sofocle, Eschilo, Euripide, Dante, Pascoli, Shakespeare, Dostoevskij, Thomas Mann, Herman Hesse, Virginia Woolf, Joyce, Svevo, Henry Miller, Sylvia Plath, Alejandra Pizarnik, Sibilla Aleramo, Anna Maria Ortese, Amelia Rosselli, Sarah Kane, D’Annunzio, Pavese, Camus, Artaud, Simone De Beauvoire, Allen Ginsberg, Burroughs, Nietzsche, Schopenhauer, Stirner, Cioran, Freud, Jung, Lacan, Bataille, Deleuze e Guattari, De Martino, Simone Weil, Maria Zambrano, Antonia Pozzi, Curzio Malaparte, ovviamente i poeti maledetti: Rimbaud, Baudelaire.

Come e perché la scrittura e l’arte possono diventare una sorta di terapia per chi ha vissuto esperienze dolorose come la protagonista di “Disturbi”?

La scrittura, quando nasce da una necessità, può raggiungere profondità vertiginose e portare alla luce antichi demoni, e non sono mai solo i nostri demoni personali, c’è qualcosa di universale nell’abisso, come voleva Jung, l’inconscio collettivo. La scrittura però può anche essere un gioco, inventare storie è terapeutico fintanto che non diventi un lavoro. Quando si lavora con la scrittura si soffre molto perché si aspira a una perfezione che non esiste.

In vista del mese dedicato alla lotta alla violenza contro le donne quale messaggio vorresti dare alle donne?

Non fatevi soggiogare dai giudizi, dagli sguardi, dai ricatti, da come vorrebbero che foste. Non permettete a nessuno di conferirvi un disvalore. La violenza non è solo l’atto in sé, le azioni più gravi si compiono in famiglia, non bisogna permettere a nessuno, padre, marito, figlio, maestro, amico, a nessuno, di cancellare ciò che nell’intimo sappiamo di essere. Neanche alle donne, ecco, un appello che posso fare alle donne è di non giudicare, non invidiare, non porsi nella dimensione della gara, se siamo in lotta tra noi siamo deboli e manipolabili. C’è anche da dire che si è giunti a un punto di rottura nei rapporti eterosessuali e probabilmente un giorno l’eterosessualità non esisterà più, partire da ciò può essere uno spunto per comprenderci meglio come esseri umani e, ciò siamo in fin dei conti, animali. La guerra tra i sessi mi spaventa però, mi spaventa questo vicendevole arroccarsi su posizioni rigide, non dinamiche, in sostanza mercificate, dal modello da seguire scaturisce la mercificazione delle identità. Io sono quel che sono e non voglio appartenere a nulla, non voglio neanche definirmi bisessuale, sono fluidità. Se non si accetta il divenire altro, sempre ci sarà violenza. Ora le donne stanno scontando le conquiste storiche che hanno fatto saltare i ruoli, gli uomini vivono nel timore della potenza del femminile e ci attaccano per riaffermare il dominio perduto. Le donne a loro volta si stanno chiudendo in un invisibile monastero moralista che elude la bellezza della seduttività. Non sappiamo più giocare, non sappiamo più danzare. È tutto così noiosamente serio. Sarebbe bello se potessimo riscoprire il gioco, entrare e uscire dai ruoli.

Progetti futuri di Ilaria Palomba…

Molte cose: uno spettacolo teatrale su Disturbi con la regia di Olivia Balzar; una silloge poetica, Deserto, che ha vinto la prima edizione del Premio Profumi di Poesia; un testo spurio, tra romanzo e poema, ambientato in una città fantasma e illustrato dalla bravissima artista Silvia Valeri; diversi progetti poetici e narrativi con Gabriele Galloni, che ha un talento lirico inaudito. Poi, con calma, sto scrivendo un romanzo famigliare, con molta calma però, ci vorranno anni. 

Mariangela Cutrone

 

 

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