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La Treccani spiega parole trovate nei brani Indie

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 Leonardo D’Erme, in arte Calcutta 

La Treccani spiega alcune parole nuove trovate nei brani Indie servendosi di Spotify

Lo scopo è quello di raccontare alcune parole della lingua italiana attraverso l’uso che ne fanno i nuovi autori. Quindi il tutto parte da una parola, pubblicata sulla pagina Facebook dell’enciclopedia

di GABRIELE FAZIO 

Novant’anni portati benissimo quelli della Treccani, non c’è dubbio. L’enciclopedia più nota e importante nel nostro paese, che ha permesso a innumerevoli generazioni di italiani di tenersi informati ben prima che tutto si potesse trovare su Internet (ad una qualità, molto spesso, estremamente inferiore). Un’azienda editoriale però, che con la rete è tranquillamente scesa a patti senza farsi intimorire.

Oggi l’enciclopedia fa un ulteriore passo in avanti in questo senso e per avvicinarsi ai giovani ha deciso di passare dalla musica, ma non da una musica qualsiasi, ma proprio da quella al momento più in voga: il famigerato “indie”. Le motivazioni sono facilmente intuibili; la cultura di un popolo cambia faccia, si evolve, muta la propria geografia e se si vuole continuare, come lo si è sempre fatto, con estrema naturalezza e professionalità, non ci si può permettere il lusso di snobbare ciò che ti accade intorno. Per cui non esiste modo migliore per raccontare le parole della nostra meravigliosa lingua attraverso i testi di questa nuova generazione di cantautori. Che a prescindere dall’estetica molto spesso discutibile, sono indiscutibilmente i più ascoltati.

In realtà a far sorridere non è l’idea in sé, ma il fatto che per svilupparla (ma questo dimostra un’apertura mentale tanto furba quanto invidiabile da parte dell’azienda) siano stati scelti anche artisti come CalcuttaCarl Brave, Coma_Cose, Cosmo, Ghali e i Thegiornalisti. E non perché questi artisti scrivano in un’altra lingua, ma perché siamo stati abituati, anche giustamente, a operazioni simili con autori tipo De Andrè, Battisti, Dalla o Paoli, che non era insolito trovare tra le pagine dei manuali di narrativa di medie e liceo.

Tutt’altra categoria, non è questo il punto, ma magari al momento, per lo scopo dell’iniziativa della Treccani, paradossalmente meno funzionali. Ma in cosa consiste effettivamente il progetto? Presto detto. Lo scopo è quello di spiegare alcune parole della lingua italiana attraverso l’uso che ne fanno i nuovi autori. Quindi il tutto parte da una parola, pubblicata sulla pagina Facebook della Treccani, come per esempio l’ultima: “Pungicare”. Per analizzarla è stato scelto un testo di Calcutta dal titolo “Kiwi”, che recita “Mettimi sotto il cuscino un alveare/Tanto quello che voglio da te/Quello che voglio da te/È farmi pungicare” e nel post la Treccani scrive “A volte l’amore può esprimersi usando forme arcaiche della nostra lingua. È il caso di “pungicare” (o “puncicare”), un termine desueto (pensate che lo usava Carlo Goldoni) rimasto però nel dialetto romanesco.

Il significato è quello che state immaginando: pungere, punzecchiare, anche in senso figurato. In “Kiwi” di Calcutta, l’uso figurato è rafforzato dalla metafora dell’alveare sotto il cuscino, che introduce i versi in cui il narratore dichiara all’amata di essere disposto a farsi punzecchiare e, più avanti nel testo, a subire dispetti ben più pesanti”. Una volta spiegata la parola ecco fornito il link (questo) per raggiungere su Spotify la playlist che si aggiorna periodicamente di nuovi pezzi e nuove parole.

Sono già state spiegate “Arpia” con il pezzo dei Verdena “Razzi, Arpia, Inferno e Fiamme”, “Strano” tramite il pezzo di Fabri Fibra “Stavo pensando a te”, “Povertà” con le splendide parole di “Punk Sentimentale” de’ Le Luci della Centrale Elettrica e molte altre ancora (finora 15 in totale). Un’idea geniale, un modo nuovo di confrontarsi con i propri utenti e reggere perfettamente ad un’epoca nella quale sfogliare fisicamente un’enciclopedia è un’attività di fatto, purtroppo, morta. Certo, ora in un paio di click si trova tutto, ma il risultato è aver creato intere generazioni di ragazzi incapaci di prendere in mano un libro. E lo chiamano progresso…

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