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Che diavolo sta succedendo in Argentina?

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di Federico Marcangeli

L’Argentina sembra essere nuovamente sull’orlo di una crisi economica che, almeno per il momento, non pare volersi fermare. Il copione sembra lo stesso: spesa pubblica alle stelle, moneta che si indebilisce ed il Fondo Monetario Internazionale che cerca di dare ossigeno attraverso il più grande prestito mai erogato nella storia. I 50 mld di dollari sembrano (e sono) moltissimi, ma i numeri del paese rimangono comunque allarmanti.

Nei 15 anni post-crisi, la dinastia Kirchner (prima il marito poi la moglie, ora indagata per un’enorme giro di tangenti nell’ambito nell’ambito di decine di opere pubbliche) ha raddoppiato la spesa pubblica, facendole raggiungere il 50% del PIL (circa 250 miliardi di dollari). A questa spesa vanno sommati gli interessi che lo stato paga ai vari creditori internazionali visto che, come da tradizione, il paese sudamericano ha sfruttato in questi anni un’ingente quantità di capitali esteri. In molti sospettano che questo aumento di spesa sia proprio legato ad una gestione “allegra” (per non dire illecita) delle finanze pubbliche, che piano piano ha portato alla fuga degli investitori stranieri, preoccupati di un nuovo disastro economico. Se a questo aggiungiamo gli attacchi speculativi di questi anni, basati sull’enorme debolezza del peso e le scarse riserve valutarie nazionali, otteniamo una situazione esplosiva.

Dal 2016 il neo-presidente Macrì ha iniziato un nuovo corso basato su una maggiore austerità e una serie di liberalizzazioni, ma i risultati sono stati altrettanto fallimentari. La caduta argentina è iniziata con il nuovo anno, a causa delle politiche monetarie espansive Americane, che hanno causato una diminuzione dei flussi di denaro in entrata nel paese. L’idea della Banca Centrale del paese era stata quella di emettere titoli di stato in peso a brevissima scadenza (35 giorni), offrendo dei rendimenti tutto sommato vantaggiosi esigibili a stretto giro di posta. Con questa soluzione, gli investitori (stranieri e nazionali) avevano la certezza di una certa stabilità del cambio con il dollaro e, soprattutto, di poter svincolare i propri investimenti in brevissimo tempo. Nonostante la misura possa sembrare efficace, è sempre persisito il problema che i capitali fossero investiti in titoli di stato e non in attività, rendendoli di fatto molto volatili. L’annuncio di Trump di politiche più espansive (e quindi un minor costo del dollaro) ha reso i LEBAC (Las Letras del Banco Central, i titoli di cui parlavamo prima) meno attraenti per gli investitori, causando un’ondata di disinvestimenti.

A cascata, il peso ha perso il 15% del suo valore in 2 mesi e le riserve valutarie si sono ridotte di 5 miliardi di dollari. La situazione è precipitata portando l’inflazione annuale al 31,2% nel mese di Luglio ed il cambio con il dollaro è raddoppiato: da 18 pesos a Gennaio 2018, agli attuali 40. Come accade sempre in queste occasioni, tali fattori causano una concatenazione di eventi senza fine, portando la situazione finanziaria sempre più giù. Si pensi che, al momento, i titoli di stato a 12 mesi rendono il 26%, mentre quelli a 9 anni il 18%; questo fenomeno (rendimenti a “curva inversa”) è un chiaro segnale che le previsioni di sopravvivenza stanno cominciando a vacillare.

Concretamente questo quadro comporterà enormi sacrifici per gli argentini. Il super liberista Macrì ha infatti annunciato una serie di tariffe sulle esportazioni in modo da limitare la fuga di pesos ed una riduzione ancor più aggressiva della spesa pubblica.

Al momento i dati sono distanti da quelli del default, ma non si può prevedere come reagiranno i mercati nei prossimi mesi.     

 

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