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Elogio dell’errore

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Cosa si perde se non si sbaglia mai? Incappo la risposta dietro l’angolo di un errore. E ritrovo  braccia di anime a spacchettare resistenze e limiti per renderli scavalcabili. L’errore, soprattutto se grande, incanta e stordisce; nell’immediato non lo avverti come tale e lo vivi, lo insegui, perché alletta e disorienta, fissandosi come un rovello nel cervello.

Ma, come tutti gli incantesimi, ad un tratto cade e travolge il suo artefice nell’angoscia buia del tormento. Da diletto diventa dolore. Prende forma lo sbaglio, lo riconosci, vorresti negarlo, allontanarlo, annullarlo nel tempo, ma è lì ed è tuo, lo hai voluto e creato. Tanto vale abbracciarlo anche se brucia di rabbia e lacrime e farci i conti. E ripartire da lì, risollevare gli occhi nell’istante in cui l’errore prende forma e allungare lo sguardo oltre, fin dove si è rannicchiata la vergogna per aver volutamente sbagliato. Ecco, senza un benedetto umano errore si rimane statici, monolitici. Inconsapevoli dell’immensa bellezza che è nascosta muta dentro il semplice vivere.

Perché la perfezione è figa, certo, ti fa apparire agli occhi degli altri come una specie di essere sovranaturale da venerare e invidiare. Ma è anche vero che non ti dà alcun margine di crescita. Ti senti arrivato, o meglio ti credi arrivato e allora non progredisci, ti chiudi in una comfort zone che si trasforma in una gabbia dorata. Senza quel dannato inevitabile errore non avverti la grandezza della normalità, del quotidiano lento, o frenetico che sia, meraviglioso vivere. Perdi il senso, perdi te. Sarebbe fantastico riuscire a rigare dritto sempre, sempre fieri e naso all’insù. Ancora più bello è riuscire guardare a occhi fermi il proprio errore, riconoscerlo in tutto il suo tribolo e ringrazialo per aver bagnato di luce e perdono quell’unico e impagabile posto che occupiamo nel mondo.

Evelyn Zappimbulso 

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