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Il tributo di Mina a Lucio raccontato da Mogol

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 Intervista al coautore di tanti successi di Battisti, oggi nel difficilissimo ruolo di presidente della Siae

di GABRIELE FAZIO 

 Mogol

Anticipato da una versione tutta nuova de’ “Il Tempo di Morire”, diffusa in esclusiva da Repubblica e nelle radio a partire da domani, il 30 novembre uscirà “Paradiso”, doppio album di Mina, omaggio all’opera del duo Battisti-Mogol. Non servono troppe parole per descrivere l’apporto che questi due artisti immensi hanno dato alla musica italiana, anzi, alla vita degli italiani, forse basta semplicemente scrivere i loro nomi. Mina e Battisti. Non serve altro. Più interessante invece prendere in esame il fatto che a vent’anni dalla morte di Battisti e a quaranta dall’abbandono ufficiale delle scene di Mina, un’uscita dove lei canta lui risulta ancora un evento discografico. Accolto da pubblico e critica come una boccata di ossigeno. Questo perché di Mina e Battisti non ne abbiamo avuti più e chissà se in quest’epoca di Talent e Trap ci sarebbe ancora spazio per due come loro. Bisogno sì, certamente, spazio effettivo ben poco.

In occasione del disco/tributo della Tigre di Cremona, abbiamo deciso di raccogliere la testimonianza di chi fu protagonista, complice ed anche artefice della materializzazione di quel sogno che fu l’opera di Battisti, colui che da poco ha anche assunto forse l’incarico più delicato nel traballante mondo della discografia italiana, quello di Presidente della Siae, colui che firmò di suo pugno quei capolavori eterni, che echeggiano nelle nostre vite presenti come aria e sangue. Lui è nato come Giulio Rapetti, ma dieci anni fa ha fatto appello al Ministero degli Interni, e ottenuto, che sulla carta d’identità fosse aggiunto anche il nome con il quale tutti lo conoscono, ovvero: Mogol.

Mi pare una cosa interessante perché queste canzoni hanno avuto una vita lunga, e mi pare di non dire una cosa parziale. Quindi riarrangiarle con un’interpretazione attuale può essere una cosa interessante, anche perché sono canzoni molto amate. Io quando mi trovo a fare spettacoli vedo che la gente le canta tutti insieme, e sono 2/3mila persone che cantano.

Che ricordi ha del rapporto tra Mina e Battisti?

Io ho sempre avuto un rapporto buono con Mina, eravamo molto amici quando lei era giovanissima, ci frequentavamo, alle volte la andavo a prendere quando usciva dallo Sherazac che era un night. Uguale con Lucio, abbiamo scritto per lei “Amor mio”, canzoni che hanno procurato successo a entrambi.

Ma secondo lei perché questi due artisti si sono amati così tanto?

Mi ricordo che io mi occupai di quella trasmissione su Studio 10 dove cantavano tutti e due, si ricorda quello spettacolo molto bello?

Certo, e chi se lo scorda. Era il 23 aprile del 1972. Studio 10. Primo Canale. Mina e Battisti incantano l’Italia con un duetto in cui ripercorrono insieme tutti i loro maggiori successi in un medley di quasi dieci minuti che segna il passo, chiude un’epoca, rappresenta un “punto e a capo” per la storia della musica italiana.

Ecco, io facevo la regia di queste cose, lui mi seguiva molto, e mi ricordo che fu una ripresa epocale. Io penso che si stimassero e si vedevano con grande simpatia.

…E presero anche una decisione molto simile, quella dell’isolamento.

Consigliai io quella scelta a Lucio, perché allora c’era un tale dissenso nei confronti di chi si esibiva. Non so se ricorda quando fecero piangere De Gregori, uno che si presentava col pugno alzato, quindi uno assolutamente di sinistra; non dimostrare di essere di sinistra equivaleva ad una colpa, se non si era di sinistra si era fascisti, non era ammessa la neutralità; la neutralità era più colpevole dell’opposizione.

Ora invece questo aspetto si è perso, sembra che agli autori italiani, ma anche al pubblico, l’impegno politico non interessi più di tanto…

Ma è giusto! L’impegno politico ci deve essere quando si va a votare. Abbiamo capito tutti che non è la destra, la sinistra o il centro che contano tanto, quanto la capacità e l’onestà delle persone. Il problema è la competenza e purtroppo nel nostro paese non è stata considerata granché, invece è sostanziale.

Tornando alla musica (ma anche alla competenza), Mina ora canterà le vostre canzoni, ma le ha mai sentite cantate da altri?

Certo. Prima che le cantasse Battisti, noi le davamo ad altri interpreti, poi lui faceva dei provini così belli che io gli dissi “Guarda, io vorrei che tu ti mettessi a cantare”; lui si oppose all’inizio, disse “Io voglio fare l’autore e basta”, ma io insistetti, e insistetti anche con la Ricordi. Perché lui era stato bocciato dalla Rai, questa è storia vera, perché dicevano che non aveva “la voce del cantante”. Cioè, non avevano capito che era finita l’era del bel canto ed era cominciata quella della comunicazione.

E dopo, a parte chiaramente Mina che fa storia a sé, ha sentito versioni delle sue canzoni che le sono particolarmente piaciute?

Si, certo. Ci sono state versioni di mie canzoni che mi sono particolarmente piaciute, per esempio “L’Arcobaleno” di Celentano è un capolavoro. Diciamo che non sempre l’interprete pensa a comunicare ma tende a voler ottenere un effetto, ma l’effetto è un surrogato dell’arte, chi cerca di conquistare solo con la tecnica e la voce fallisce, perché la realtà è che si deve cantare le canzoni in modo credibile.

Lei oggi, in quanto Presidente della Siae, rappresenta tutti gli autori, ma come trova la situazione autoriale in Italia al momento?

In questo momento noi abbiamo un problema grosso: alla direttiva europea ci sono stati 200 europarlamentari che non hanno ritenuto giusto che le grandi piattaforme digitali paghino il diritto d’autore e questo è molto preoccupante. Per fortuna 400 hanno votato sì e il buon senso ha vinto sulle lobby milionarie. Ma quando sono andato a Strasburgo c’era grande preoccupazione, perché mi dissero che queste lobby facevano delle pressioni spaventose. Per cui il problema ora è domandarsi come mai si nega la possibilità a 20 mila persone di avere il giusto compenso. Perché sono 20 mila gli iscritti Siae, che sono solitamente giovani, che mediamente percepiscono meno di 1000 euro al mese senza contributi, con uno sfruttamento della musica 150 volte più alto di vent’anni fa.

Non si è ancora capito che Siae non è una tassa, tutti pretendono che si abbassi, ma non è una tassa, è un compenso; un compenso per gente che vive in ristrettezze economiche. Non parlo di me o di altri cento che hanno di che vivere benino, chiaramente io non posso lamentarmi, ma il discorso è questo: non si considera un compenso, si considera una tassa e questo è assolutamente sbagliato. In questo momento allora io devo difendere il diritto d’autore. Loro parlano di “libertà”, la libertà di approfittarsi degli altri, perché queste piattaforme digitali hanno assolutamente i soldi per pagare i diritti d’autore, sono miliardari. Sa quanti sono gli italiani a favore della direttiva europea? L’89%, in Europa l’85%. La gente ha capito che è tutta una lotta per non pagare il diritto d’autore, per guadagnare più soldi di quelli che hanno già.

Qual è la prima cosa che ha pensato una volta diventato Presidente della Siae?

Di andare a Strasburgo il giorno dopo. Sono stato eletto, metta, il lunedì, il martedì sono partito con il direttore generale di mattina presto per Strasburgo. Ho fatto stampare dei cartelli, ho pensato di metterci davanti alla porta d’ingresso, ma poi non l’abbiamo trovata. Per fortuna è arrivato Tajani che ci ha fatto passare, ho parlato con un gruppo di donne parlamentari italiane, tutte erano preoccupate la direttiva non passasse.

Ma lei nel panorama dei giovani autori italiani, riconosce quel genio, nella scrittura e nell’interpretazione, che ha caratterizzato la sua carriera insieme a Battisti?

Lo riconosco in certe persone, come Giuseppe Anastasi, che era nostro allievo al Cet (si riferisce al Centro Europeo di Toscolano, la famosa accademia fondata da Mogol. Giuseppe Anastasi ha vinto quest’anno la Targa Tenco come migliore opera prima) e poi è diventato docente; che ha scritto molte canzoni per Arisa, che è un’altra nostra ex allieva. Oggi siamo in crisi perché la promozione fa anche la produzione, prima non era così. Prima c’erano i disc jockey che sceglievano le canzoni più belle e le trasmettevano, chiaramente quando uno fa la produzione e promozione, la promozione la fa per le canzoni che produce. Questo è il dramma.

La critica ultimamente è molto pessimista circa la musica italiana, lei come la vede?

Le dico, la musica italiana oggi è un discorso di nicchia, è dedicata soprattutto ai giovanissimi. È chiaro che il rap può essere buono come può essere meno buono, come qualsiasi tipo di musica, ma è anche vero che il rap è di nicchia, difficile che una persona adulta si innamori delle canzoni rap. Noi scrivevamo delle canzoni che sono legate ai valori della vita, non del digitale. Non dico che le canzoni rap o trap non siano legate a fatti di vita, ma molto più verso il digitale. Io dico sempre “noi siamo passati dal virtuoso al virtuale”.

Ed è possibile fare un passo indietro e tornare al virtuoso dal virtuale?

Secondo me si, Giuseppe Anastasi per esempio scrive canzoni molto belle, legate alla vita, c’è una canzone che si chiama “Ricominciare” che è veramente molto bella. Ha vinto anche il Tenco, ma l’importanza dei premi non è vincere ma capire di aver colpito chi decide di dartelo. In questo caso hanno scelto bene (e ride). A Lucio certi premi non glieli avrebbero dati.

Ma quanto manca Lucio Battisti alla musica italiana?

Molto, molto, molto. Battisti e non solo. Presenteremo un’opera al teatro Bellini di Catania scritta da Gianni Bella che ha fatto un capolavoro assoluto e girerà per tutto il mondo. (Si tratta di un’opera lirica dal titolo “La Capinera”, ispirata al romanzo di Verga. Musiche di Gianni Bella, liriche scritte da Mogol e regia e scene affidate al tre volte premio Oscar Dante Ferretti). Anche Cocciante è un grande autore. Mango era un autore unico, la sua capacità di cantare era unica al mondo, non aveva preso da nessuno; un grandissimo. Ovviamente Lucio è di primissimo livello, addirittura mondiale. Un giornalista italo-americano che ho conosciuto, quando è andato a parlare con Paul McCartney, dice che lui si è presentato con la collezione completa di Battisti-Mogol e gli ha chiesto aiuto per tradurre alcuni testi. I produttori dei Beatles in America hanno chiesto a Lucio di fare un contratto per farlo girare in tutto il mondo che lui rifiutò. Gli offrivano il 75%.

E come mai rifiutò?

Non lo so. Io gli dissi, mi ricordo le parole, “Se mi metto in ginocchio può servire a qualcosa?”, lui rispose “No, no, capiterà un’altra occasione”. È stato un errore gravissimo. Perché il livello suo era mondiale.

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