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L’Occidente ha un nuovo problema: la Cina non vuole più importare rifiuti

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A partire dal nuovo anno la Cina bloccherà l’ingresso di carichi di altre otto categorie di scarti. Una scelta che costringe molti Paesi a rivedere il proprio ciclo di smaltimento. Chi soffrirà di più

di EUGENIO BUZZETTI  

RIFIUTI CINA
A partire dal 31 dicembre 2018 saranno 32 le categorie di prodotti che non potranno essere importate in Cina sotto forma di rifiuto. Lo ha stabilito una nota congiunta dei ministeri dell’Ambiente e del Commercio e della Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme, l’agenzia di pianificazione economica del governo cinese, citati dall’agenzia Xinhua. Inizialmente, il numero di queste categorie di rifiuti era di 24. Tra i nuovi prodotti vietati ci sono le componenti metalliche, i pezzi di ricambio per auto, le navi e gli scarti da acciaio inossidabile, titanio e legno.
Una notizia ‘drammatica’ per le economie di molti Paesi del mondo, che esportavano in Cina rifiuti di questo tipo. Dal 1992, la Cina importa infatti circa il 45% dei rifiuti di plastica prodotti a livello mondiale, per un totale stimato in 106 milioni di tonnellate. La percentuale sale al 72,4% se si considera anche Hong Kong, che viene considerato porto di accesso alla Cina.
La stretta di Pechino ha già causato problemi a livello globale, con molti Paesi alla ricerca di un’alternativa alla Cina per lo smaltimento dei rifiuti solidi. Nei primi dieci mesi del 2018, con l’introduzione del divieto, le importazioni di rifiuti da parte della Cina sono sensibilmente diminuite, scrive ancora l’agenzia di stampa cinese, e dalla fine del 2019 saranno completamente vietate, con la sola eccezione dei rifiuti che contengono risorse che non possono essere sostituite.

Discarica di rifiuti in Cina (AFP)

La Cina ha iniziato le importazioni di rifiuti solidi negli anni Ottanta, per fare crescere il proprio settore manifatturiero, ma ora teme ripercussioni sul piano ambientale: secondo alcune ricerche, le esportazioni di plastica usata verso la Cina sono visite in calo dalle 7,4 milioni di tonnellate importate nel 2016, a quota 1,5 milioni di tonnellate nel 2018.
Ora dove andranno i rifiuti respinti da Pechino?
Dove andranno a finire i rifiuti che la Cina non accetterà più e un dibattito ancora aperto, ma i volumi di cui si parla sono oggi noti. Lo studio più citato sulle ripercussioni del bando cinese sull’import di rifiuti è stato realizzato a giugno scorso da Science Advances, che stima in 111 milioni di tonnellate la quantità di rifiuti di plastica che saranno dislocate a livello globale dal 2030. La gestione del problema è difficile, avvertono gli esperti. “Solo il 9% dei rifiuti di plastica viene riciclato a livello globale, con una schiacciante maggioranza di rifiuti che vengono smaltiti in discarica o che finiscono per contaminare l’ambiente (80%) con una stima compresa tra le quattro e le dodici milioni di tonnellate di rifiuti di plastica che entrano negli oceani ogni anno”.
La ricerca prende in considerazione gli ultimi dati disponibili, risalenti al 2016, in cui la Cina ha importato più di sette milioni di tonnellate (7,35 milioni) di plastica usata, che si sono aggiunte alle 61 milioni di tonnellate prodotte internamente: in quell’anno, circa la metà di tutti i rifiuti di plastica che potevano essere riciclati sono stati esportati da 123 Paesi, per un totale di 14,1 milioni di tonnellate, e la Cina, da sola, ha assorbito plastica usata proveniente da 43 Paesi. Lo scenario potrebbe peggiorare ulteriormente se si considera che Pechino intende vietare l’importazione di tutti i rifiuti solidi a partire dal 2020.

Discarica di rifiuti in Cina (AFP)

I calcoli di Greenpeace
Resta, però, difficile ipotizzare misure praticabili sul lungo termine. Secondo i calcoli di Greenpeace, la Cina importava in media nove milioni di tonnellate di plastica all’anno fino a fine 2017: inizialmente, negli anni Ottanta, le importazioni servivano per la crescita del settore manifatturiero, ma oggi Pechino deve fare i conti con il problema dell’inquinamento. Nel 2014, per esempio, ha ammesso per la prima volta che circa un quinto del totale del suolo destinato all’agricoltura è oggi inutilizzabile (il 19%, secondo i dati di allora).
Senza contare i ben più noti problemi di smog: lo scorso inverno la concentrazione di polveri sottili è stata limitata nell’aria della capitale cinese, grazie anche al ricorso a misure che hanno causato non pochi problemi alle popolazioni che vivono in aree limitrofe a Pechino. Il bando contro i rifiuti solidi ha già fatto sentire i suoi effetti: nel primo trimestre 2018 le importazioni sono calate su base annua del 54%, e i rifiuti hanno cominciato a prendere altre vie. Nello stesso periodo, Vietnam, Malaysia e Thailandia, hanno aumentato le importazioni.

Usa e Germania i Paesi che soffriranno di più
Gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Germania e piu’ in generale i Paesi dell’Unione Europea vengono generalmente considerati quelli che dovranno trovare una soluzione in tempi più rapidi al problema. Le opzioni possono essere rappresentate dall’uso di inceneritori o dall’interramento, ma entrambe portano con sè rischi sul piano ambientale e costi economici: un nuovo inceneritore, secondo stime citate da The Economist, può costare fino a duecento milioni di dollari, senza contare le restrizioni normative sull’interramento di rifiuti in posti come la California o l’Unione Europea.
Molti Paesi dell’Ue, gli Stati Uniti e l’Australia sono già da tempo attivi nella ricerca di nuove destinazioni per i propri rifiuti. Secondo dati provvisori del Bureau of International Recycling condivisi a febbraio scorso con Politico.eu, tra l’ultimo trimestre del 2016 e l’ultimo trimestre del 2017, la Malaysia ha più che raddoppiato la propria importazione di rifiuti di plastica, e trend simili sono stati registrati anche dal Vietnam, dalla Thailandia, dall’Indonesia e dall’India.

Discarica di rifiuti in Cina (AFP)

Alcuni Paesi in Asia stanno a loro volta operando un giro di vite sulle importazioni di rifiuti, ma anche senza quelle restrizioni non sarebbero in grado di assorbire tutta la plastica che l’Unione Europea inviava in Cina prima del bando di inizio anno. I rifiuti, secondo le previsioni del magazine online, potrebbero continuare comunque ad andare verso est: non piu’ in Asia orientale, ma in Europa orientale, in base a una revisione sulla direttiva Ue per le discariche, approvata a dicembre scorso, che limita gli interramenti al 10% del totale dei rifiuti prodotti a livello locale entro il 2035, ma concede cinque anni di proroga a quei Paesi che hanno alti livelli di interramento, tra cui ci sono Bulgaria, Grecia, Estonia, Cipro, Malta, Romania e Slovacchia.

Il caso Giappone
A metà ottobre era stato il Giappone a lamentare problemi seri per la nuova politica di Pechino. Secondo un sondaggio compiuto dal ministero dell’Ambiente di Tokyo, circa un quarto delle maggiori città e province del Paese hanno riportato un accumulo dei rifiuti di plastica difficile da smaltire e a volte anche al di sotto degli standard igienici: i costi per il riciclaggio sono in aumento, secondo più di cento amministrazioni locali e secondo 175 aziende di riciclaggio della plastica interpellate.
Fino allo scorso anno, il Giappone esportava circa 1,5 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, in gran parte diretti in Cina. Il Giappone non è l’unico Paese a soffrire del bando cinese di importazione di rifiuti contro l’inquinamento in vigore dall’inizio dell’anno: anche Stati Uniti e Unione Europea sono alla ricerca di un’alternativa alla Cina o di altri tipi di soluzioni, come, per esempio, l’istituzione di una tassa sull’uso della plastica.

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