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Colpo all’impero dell’ex patron Valtur

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Immagine di repertorio (Fotogramma)

Un impero stimato in oltre 1,5 miliardi di euro. E’ questo, secondo gli investigatori, il valore del patrimonio confiscato stamani dalla Dia di Palermo agli eredi dell’imprenditore Carmelo Patti, originario di Castelvetrano (Trapani) ex proprietario della Valtur (ora in amministrazione straordinaria), deceduto il 25 gennaio 2016. L’ operazione di sequestro e confisca condotta dalla Direzione investigativa antimafia di Palermo è scattata all’alba. La Dia ha eseguito un decreto di sequestro e confisca emesso dal Tribunale di Trapani su proposta del direttore nazionale della Dia. Per l’antimafia si tratta di “uno dei procedimenti più rilevanti nella storia giudiziaria italiana” e secondo gli investigatori l’inchiesta “ha disvelato interessi economici riferibili alla famiglia mafiosa di Castelvetrano, guidata dal latitante Matteo Messina Denaro”.

Dietro l’espansione delle aziende di Patti, c’era un articolato sistema di evasione fiscale, che ha fatto gola a Cosa nostra. “La mafia oggi ha una natura sempre più imprenditoriale, intuisce dove c’è il business e si infiltra – ha detto il tenente colonnello Rocco Lo Pane, capo della sezione operativa della Dia di Trapani -. In questo caso non ha messo i soldi, ma si inserita nel meccanismo di evasione fiscale e ci ha lucrato sopra. Ha colto che l’evasione era diffusa sul territorio e che ne avrebbe tratto sicuramente beneficio”.

Un sistema, quello dell’evasione fiscale, che vedeva al vertice del gruppo imprenditoriale Patti sia la Cablelettra che la Cable Sud, aziende che avevano ottenuto in appalto dalla Fiat la predisposizione della componentistica elettrica da installare sulle auto in produzione. L’assemblaggio dei cavi elettrici veniva appaltato a una molteplicità di aziende più piccole, tutte nell’area del trapanese e quasi tutte nel territorio di Castelvetrano. Aziende collegate tra loro, spiegano gli investigatori della Dia, sia giuridicamente, sia economicamente, sia da vincoli di parentela e amicizia.

Partecipavano verticalmente alla catena di produzione nelle diverse posizioni di fornitori, sub-fornitori, sub-sub-fornitori, sia reali che fittizi, delle due aziende-madri poste al vertice della piramide” dicono dalla Dia. Proprio le aziende minori hanno goduto negli anni di agevolazioni fiscali che hanno permesso loro di emettere fatture con importi gonfiati alla Cable Sud, che in questo modo poteva versare meno Iva. “Imprese fittizie – hanno spiegato gli investigatori della Dia in conferenza stampa -, senza struttura aziendale, molte delle quali riconducibili a soggetti attigui o vicini ad ambienti mafiosi”. Proprio i ‘risparmi’ cosi ottenuti hanno permesso a Patti, emigrato da Castelvetrano a Robbio con una licenza elementare in tasca e alla spalle due esperienze andate male con un’impresa per la fabbricazione di bobine per auto Fiat e un’attività nel settore dell’abbigliamento, di accumulare i capitali da utilizzare anche per l’espansione nel comparto turistico-alberghiero, già avviato con la scalata all’ex Valtur.

Quanto al ‘cognato’ del super latitante Matteo Messina Denaro, si trattava, hanno spiegato dalla Dia, dell’alter ego di Patti. Michele Alagna, fratello di Franca Anna Maria, la donna che ha dato all’ultima primula rossa una figlia (non riconosciuta), Lorenza, godeva della piena fiducia dell’ex patron di Valtur. Alagna, insegnante, poi divenuto commercialista, ha ricoperto ruoli di primo piano nelle imprese del gruppo, diventando sindaco – effettivo o supplente -, presidente del collegio sindacale o amministratore di molte società della catena di Patti. “Alagna aveva la delega a operare su una molteplicità di conti correnti, movimentando somme di rilievo in entrata e in uscita – dicono gli investigatori della Dia -; custodiva gioielli e oggetti preziosi di proprietà della famiglia Patti, conservati in cassette di sicurezza; curava ogni procedura economica d’interesse per le aziende”.

Non la sola frequentazione ‘dubbia’ di Patti. Dagli accertamenti sono emersi anche collegamenti e rapporti con Paolo Forte, organico alla famiglia mafiosa di Matteo Messina Denaro, e con Rosario Cascio, indiziato mafioso, il cui patrimonio è stato sequestrato e confiscato per iniziativa del direttore della Dia. “La promiscuità con gli ambienti malavitosi – spiega la Direzione investigativa antimafia – è stata confermata anche ricostruendo le operazioni economiche della Cable Sud, che supportava lo stabilimento Fiat di Termini Imerese, da cui sono risultati versamenti, prelevamenti e cambi assegni sui conti di alcuni personaggi di rilievo della criminalità organizzata, vicini a Matteo Messina Denaro, tra cui Santo Sacco, ex sindacalista Uil e postino del super latitante”.

Il provvedimento di sequestro e confisca ha riguardato 25 società di capitali (attive nel cablaggio di componenti elettrici per autovetture, nel comparto turistico-alberghiero, nel campo finanziario e nel settore immobiliare); quote in partecipazioni societarie; tre resort; un golf club; 400 ettari di terreno tra Robbio, Castelvetrano, Campobello di Mazara, Favignana, Mazara del Vallo, Marettimo, Isola di Capo Rizzuto, Ragusa e Benevento; 232 immobili (tra abitazioni, magazzini e opifici), un’imbarcazione di 21 metri la ‘Valtur Bahia’; rapporti bancari e disponibilità finanziarie.

I legali degli eredi di Carmelo Patti, Francesco Bertorotta, Angelo Mangione e Luciano Infelisi, hanno annunciato ricorso “subito in appello e in ogni altra sede, compresa la Corte europea dei diritti dell’uomo”, per chiedere l’annullamento del decreto del Tribunale di Trapani. “Il cavaliere Carmelo Patti – dice il pool di avvocati – è stato un gran lavoratore che è emigrato al nord Italia, nei primi anni ’60, costruendo con intelligenza e sacrificio uno dei più importanti gruppi imprenditoriali dell’indotto Fiat sino ad assumere una dimensione multinazionale che ha dato lavoro e benessere a migliaia di persone. Il Cavaliere Patti è stato uno dei protagonisti del ‘risveglio economico’ italiano”. Per i legali il giudizio espresso dal Tribunale di Trapani nei confronti di Patti, deceduto da quasi tre anni, è “profondamente ingiusto e giuridicamente errato, anche perché contraddetto da decisioni assolutorie emesse sugli stessi fatti da tutti i giudici che si sono occupati di queste vicende”. La “sua totale estraneità a contesti mafiosi”, aggiungono, è stata accertata dalla Procura antimafia di Palermo che “fin dal 21 febbraio 2001 ne ha chiesto e ottenuto l’archiviazione, e confermata dai più importanti e attendibili collaboratori di giustizia tra cui Giovanni Brusca e Vincenzo Sinacori”. I legali ricordano che Patti, inoltre, “non è mai stato sottoposto a procedimenti penali per i reati di truffa e bancarotta che, incredibilmente, il Tribunale di Trapani ha creduto di ipotizzare dal nulla”. 

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