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Tasse frontalieri, M5S-Lega affossano l’accordo, quali le conseguenze?

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Di Leonardo Spagnoli

Come era stato ampiamente preventivato con l’insediamento del nuovo governo giallo-verde il nuovo accordo sulla fiscalità dei frontalieri, destinato a sostituire la ormai vetusta intesa del 1974, non sarà verosimilmente firmato da Roma, almeno nella forma concordata nel dicembre 2015 dalle due delegazioni di tecnici.

La scorsa settimana a Montecitorio è stata infatti adottata una mozione dei due deputati grillini Giovanni Currò e Niccolò Invidia che ha congelato la discussione parlamentare sull’eventuale ratifica dell’accordo. Di per sé l’atto parlamentare non ha effetti pratici, dal momento che il testo parafato tre anni fa deve ancora essere firmato dal governo, ma è comunque un ulteriore segnale della volontà della maggioranza di non completare l’intesa fiscale sottoscritta a Milano il 23 febbraio 2015 dai ministri Pier Carlo Padoan e Eveline Widmer-Schlumpf.

Critiche oltre confine

Già durante la campagna elettorale per le politiche dello scorso mese di marzo Matteo Salvini aveva espresso la sua contrarietà al testo concordato e nei messi successivi diversi esponenti grillini della fascia di confine avevano espresso l’intenzione di non avallare un’intesa valutata troppo penalizzante per i lavoratori frontalieri.

Ma è anche vero, a testimonianza delle difficoltà di coagulare il necessario consenso politico attorno al tema, che anche il precedente Governo Gentiloni aveva frenato sulla firma dell’accordo in seguito ai ripetuti atti ritenuti ostili delle autorità ticinesi (casellario giudiziale, albo degli artigiani, chiusura notturna di alcuni valichi doganali, minacce continue di blocco dei ristorni, iniziative popolari antifrontalieri).

Samuele Vorpe, conseguenze su dumping e entrate fiscali 

Per il momento a Bellinzona e Berna prevale la prudenza: da oltre confine non sono giunte novità significative dal profilo formale e su questa vicenda finirà inevitabilmente per pesare anche l’insieme delle intense relazioni bilaterali che da entrambe le parti nessuno intende compromettere. Ma il rischio di dover rimettere mano all’intero pacchetto e magari ripartire da zero nelle trattative, a questo punto è più che un’eventualità remota.

Quali le conseguenze?

Per questo motivo vale la pena mettere a fuoco le possibili conseguenze concrete dello stop dell’intesa sui frontalieri. Indubbiamente tra i vincitori, almeno a breve-medio periodo, figurano i lavoratori frontalieri residenti entro i 20 chilometri dal confine svizzero, che vedono allontanarsi lo spettro di un oggettivo aggravio delle imposte (aggravio che però varia anche di molto a seconda delle varie classi di reddito, come avevamo avuto modo di sottolineare a suo tempo).

Questa categoria di lavoratori italiani, come ci ha ribadito Samuele Vorpe (Centro competenze tributarie della SUPSI), continuerà a godere del privilegio di essere tassata esclusivamente in Svizzera mentre con il nuovo regime la quota versata all’erario cantonale avrebbe funto da semplice credito d’imposta per il fisco italiano. Analogamente agli altri frontalieri (residenti oltre i 20 chilometri dal confine) questi contribuenti avrebbero infatti dovuto pagare le imposte in Italia, dove le aliquote sono sensibilmente più onerose (dedotta la parte trattenuta dal fisco elvetico e con il solo beneficio di una franchigia fissata a 7’500 euro).

Dumping salariale

E proprio questo aspetto spiega le pressioni giunte dal cantone Ticino per applicare il nuovo regime tributario: un aggravio impositivo, sottolinea sempre l’economista Samuele Vorpe, avrebbe ridotto l’attrattiva degli impeghi nella Confederazione e il proliferare di fenomeni indesiderati sul mercato del lavoro cantonale, come il dumping salariale.

A questo proposito va però rilevato che l’effetto negativo della mancata attuazione dell’intesa fiscale potrebbe essere compensato dalla prossima introduzione del salario minimo a livello cantonale. Le legge ticinese, che attua l’iniziativa popolare dei Verdi (passata al vaglio delle urne nel giugno 2015) è al momento all’esame del Gran Consiglio a Bellinzona.  

Minori entrate in Ticino ma soprattutto in Italia

Ma la bocciatura del nuovo regime fiscale ha un impatto non trascurabile anche sulle finanze pubbliche ai due lati della frontiera. Per il Canton Ticino si parla di una perdita annua attorno ai 15 milioni di franchi, data dalla diversa quota di sua competenza sui tributi prelevati ai frontalieri: oggi trattiene il 61,2% delle imposte alla fonte (e riversa il 38,8% ai vicini comuni italiani, via Roma) mentre l’intesa del 2015 prevede un prelievo maggiore, pari al 70%, che per il contribuente transfrontaliero si traduce in un credito d’imposta nei confronti dell’Agenzia delle entrate.

Ben più consistente è la perdita per l’erario italiano, che secondo alcune stime oscillerebbe tra i 300 e 600 milioni di euro. Un danno finanziario difficilmente comprensibile se ci si limita agli aspetti contabili ma che ovviamente risponde a logiche di altra natura, come la ricerca del consenso che all’approssimarsi degli appuntamenti elettorali tende ad avere il sopravvento.          

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