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Adam Tooze – Ma la Ue, come pensa che andrà a finire?

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Di Saint Simon

Nel braccio di ferro con il governo italiano sulla finanziaria 2018, la Commissione europea sta giocando una partita molto pericolosa. Secondo Adam Tooze, professore di storia alla Columbia University, la Commissione potrebbe pagare un prezzo altissimo per il suo tentativo di piegare il governo giallo-verde: potrebbe forse ottenere una vittoria temporanea, ma la conseguenza sarebbe un riposizionamento della politica italiana su linee ancora più populiste e nazionaliste, oppure potrebbe arrivare a scatenare una crisi finanziaria che porterebbe all’Italexit e alla fine della UE. Se Bruxelles non ha nulla di meglio da offrire che il rispetto della disciplina dell’eurozona, e se per farla rispettare da un paese grande come l’Italia non ha altro mezzo che i mercati, o si piega ad un compromesso che salvi la faccia a tutti o rischia una vittoria di Pirro. Dal New York Times.

di Adam Tooze 

L’Unione europea e l’Italia sono in stallo da settimane sul debito pubblico italiano. Bruxelles – sostenuta dal resto dei governi europei – sembra credere che presto Roma cederà, segnando un’altra vittoria a favore della disciplina dell’Unione europea. Ma non è affatto sicuro. Inoltre, anche se il governo italiano si rimettesse in riga, le conseguenze politiche potrebbero rivelarsi disastrose per l’Europa. Comunque finisca questa tragedia, l’Europa sta giocando un gioco pericoloso.

Il confronto è iniziato a ottobre, quando il governo di Roma ha presentato una bozza di bilancio per il 2019 in cui proponeva un incremento del deficit italiano. Il 23 ottobre la Commissione Europea ha respinto il bilancio – una mossa senza precedenti. Da allora, Bruxelles ha dato il via alle procedure per penalizzare l’Italia, sulla base delle stringenti regole dell’Unione europea sul deficit eccessivo.

Il vero problema finanziario dell’Italia, comunque, non è il deficit annuale di bilancio ma l’eccezionale mole del debito pubblico, pari a un totale di 2600 miliardi di euro, la gran parte del quale è stato accumulato decenni fa da partiti politici che oggi non esistono più. Oggi il debito si mantiene intorno al 133% del Prodotto interno lordo.

Il debito, a questo livello, può facilmente diventare insostenibile, crescendo più velocemente del reddito necessario a ripagarlo. Il debito è detenuto in gran parte da banche, sia nazionali che estere. Uno scenario in cui l’Italia avesse difficoltà a soddisfare le sue necessità di finanziamento assesterebbe un colpo devastante al fragile sistema finanziario europeo. Dato questa delicato equilibrio, c’è poco spazio per gli errori. Deve essere colta ogni opportunità per abbassare il rapporto debito/PIL.

Dato che l’eurozona dal 2013 ha sperimentato una ripresa modesta, e anche l’economia italiana sta riprendendo a crescere, la Commissione europea afferma che l’Italia dovrebbe stringere la cinghia. Roma ha da obiettare.

Naturalmente, nessun governo vuole adottare dei tagli. Ma qua c’è un punto ancora più fondamentale: dichiarare, come fa la Commissione, che l’Italia può permettersi di fare tagli al bilancio perché ha avuto un po’ di crescita è in palese contraddizione con le attuali condizioni economiche e politiche del paese.

Negli ultimi 10 anni, il Prodotto interno lordo pro-capite in Italia è crollato. Il declino è un caso unico tra le grandi economie avanzate (è addirittura peggiore del tristemente noto decennio perduto del Giappone). E la sofferenza economica è distribuita in modo estremamente ineguale: più del 32% di giovani italiani sono senza lavoro. Il pessimismo, la delusione e la frustrazione sono innegabili. Dichiarare, come fa la Commissione, che questo è un buon momento per l’austerità è dare uno schiaffo ad una realtà che, per molti italiani, rasenta una vera emergenza personale e nazionale.

I due partiti che formano l’attuale governo italiano, la Lega e il Movimento Cinque Stelle, sono stati eletti a marzo per rispondere a questa crisi. La Lega è xenofoba; i Cinque Stelle sono imprevedibili e bizzarri. Ma i programmi economici coi quali hanno fatto campagna elettorale difficilmente possono dirsi stravaganti. La Lega vuole tagli alle tasse per il suo elettorato, fatto di piccole imprese. I Cinque Stelle vogliono un reddito minimo garantito per i propri elettori nelle regioni più povere dell’Italia meridionale. Entrambi vogliono andare incontro ai pensionati. Queste proposte aumenteranno il deficit. Ma allo stesso tempo, sostengono da Roma, porteranno uno stimolo davvero necessario.

La questione chiave è quanto grande deve essere questo stimolo.

Le previsioni del governo italiano sul bilancio sono ottimistiche. Ma altri, inclusa la Banca d’Italia e il Peterson Institute of International Economics, avvertono che l’Italia è caduta in una trappola: i timori per la sostenibilità del debito fanno sì che qualsiasi stimolo abbia l’effetto perverso di far salire i tassi d’interesse, dando una stretta ai prestiti bancari e riducendo la crescita.

Durante la crisi dell’eurozona gli economisti dell’Università Bocconi di Milano hanno diffuso l’idea dell’”austerità espansiva”: i tagli alla spesa pubblica stimolano la fiducia e la crescita. Gli anni successivi alla crisi finanziaria hanno mostrato quanto fosse sbagliata questa tesi. Adesso gli economisti sembrano avere un nuovo meme: l’espansione fiscale restrittiva, uno stimolo che si annulla poiché mina la fiducia e fa alzare i tassi d’interesse.

Ad ogni modo, queste argomentazioni non sono determinanti. Anche sulla base degli assunti pessimistici della Commissione europea, il deficit proposto da Roma non manderebbe fuori controllo il debito italiano. Ciò che porterebbe l’Italia ad una crisi vera sarebbe un improvviso rialzo dei rendimenti, non al 3%, ma al 5% o più. Se ciò dovesse accadere, innescato da uno shock della fiducia dei mercati nell’Italia, ci sarebbe un’impennata esplosiva nel costo del servizio del debito. Il governo si troverebbe escluso dai mercati dei capitali. Le banche italiane avrebbero bisogno del sostegno dell’Unione europea. L’aiuto arriverebbe solo dopo un accordo su un pacchetto di tagli del deficit. Ma esclusa questa possibilità, l’Italia potrebbe trovarsi sulla via d’uscita dall’eurozona. Questo è il rischio che rende il confronto tra Roma e la Commissione così preoccupante. Il gioco a chi cede per primo potrebbe facilmente spaventare i mercati.

Al momento, la fiducia dei mercati è ancora sostenuta dal programma di acquisto titoli di stato della Banca centrale europea. Nel 2019 il presidente uscente dalle BCE, Mario Draghi, un sostenitore di lungo corso della disciplina per l’Italia, cesserà l’acquisto di titoli di stato. La tensione è destinata a salire.

La Commissione europea, naturalmente, è vincolata a difendere le proprie regole. Ma l’Unione europea come si aspetta che si svilupperà lo scontro?

Bruxelles ha una gamma limitata di sanzioni a sua disposizione. A differenza della Grecia, che era un beneficiario netto della generosità dell’Unione europea, l’Italia è un contributore netto al bilancio della UE. Non sarà facile applicare multe e penali.

Dovranno essere pertanto i mercati a garantire la disciplina. Ma sarebbe una prospettiva terrificante: non solo il debito italiano è enorme, ma nemmeno le banche italiane sono piccoline. L’Italia è troppo grande sia per fallire che per essere salvata.

Quindi qual è il piano? Se la Commissione sta scommettendo che la crisi di bilancio forzerà il governo italiano a piegarsi, in quale direzione immagina che si piegherà?

L’ultima volta che il debito pubblico italiano è salito alla ribalta nell’eurozona è stato nell’autunno del 2011. Allora la soluzione fu politica: il Primo Ministro Silvio Berlusconi fu rovesciato a favore del tecnocrate non eletto Mario Monti. Monti era il prediletto dei mercati. Ma in Italia l’indignazione pubblica per la sospensione delle normali procedure democratiche ha contribuito a innescare l’impennata del Movimento Cinque Stelle, che è culminata con il 32% dei voti a suo favore a marzo.

Difficilmente la Commissione europea può desiderare che questo ciclo si ripeta.

Sulla scorta della vittoria elettorale, i Cinque Stelle sono il socio di maggioranza della coalizione di governo che si è formata a maggio. Ma l’equilibrio dei poteri si è spostato. Mentre la popolarità dei Cinque Stelle è diminuita, il sostegno alla Lega è raddoppiato, arrivando al 34%. La Lega è il partito delle piccole imprese del nord Italia. È tutt’altro che entusiasta dei piani dei Cinque Stelle per aumentare l’assistenza sociale al sud. Un rimpasto governativo con una prevalenza della Lega che lasciasse cadere il dispendioso reddito minimo garantito dei Cinque Stelle sarebbe sulla buona strada per soddisfare le richieste finanziarie della Commissione europea. Il nuovo governo potrebbe addirittura trovare un terreno comune con Bruxelles sui temi di una “riforma dal lato dell’offerta”. Questo rassicurerebbe senza dubbio gli investitori, ma sarebbe un risultato disastroso per l’Unione europea, poiché consegnerebbe una vittoria politica a Matteo Salvini, il vice primo ministro italiano, che non fa segreto del suo desiderio di ridisegnare l’Europa come un’arena di politici nativisti e neo-nazionalisti.

Se l’intenzione della Commissione non è di rafforzare la Lega, forse Bruxelles spera in una ritirata tattica di Roma. Potrebbe ancora essere trovato un compromesso che salvasse la faccia sulle costose proposte sulle pensioni. Se il governo crolla, forse nuove elezioni potrebbero portare ad una maggioranza più accondiscendente.

Ma questa, per usare un eufemismo, è una strategia ad alto rischio e negativa. Soprattutto, non può risolvere il profondo senso di crisi che c’è in Italia. Se l’Unione europea è determinata a tenere il punto sul debito e deficit, dovrebbe offrire qualcosa di positivo in cambio, come una strategia comune europea per gli investimenti e la crescita, o un approccio più cooperativo al problema dei rifugiati, che ha sostenuto l’ondata della Lega. Se tutto quello che Bruxelles ha da offrire è la disciplina, sta invitando la politica italiana a ricostruirsi su linee ancora più nazionaliste e ancora più ostili all’Europa.

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