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“Una pietra sugli anni 70”, parla l’ex terrorista ristoratore a Rio

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Luciano Pessina, chef a Rio (Facebook /Antica Osteria dell’Angolo)

di Antonio Atte

L’Italia si professa un Paese cattolico, ma non sa cosa vuol dire il perdono“. Luciano Pessina vive da tanti anni in Brasile, dove si guadagna da vivere come ristoratore. E sul suo passato, legato alla stagione del terrorismo, vuole metterci una pietra sopra. “E’ l’Italia – dice all’Adnkronos – che dovrebbe mettere una pietra sopra quegli anni. Quello che è successo negli anni ’70 con un po’ di buona volontà si può risolvere in una maniera migliore. Dopo 40 anni l’Italia non ha ancora risolto le questioni legate a quegli anni”.

Condannato a oltre 12 anni per reati che, tra gli altri, comprendono rapina, furto, detenzione illegale di armi e banda armata, Pessina nega di essere stato un esponente di Prima Linea. “Ero dell’Autonomia Operaia, sindacalista. I miei reati sono stati prescritti. L’Italia chiese la mia estradizione ma il Brasile l’ha negata e la cosa è finita lì“. Quel Brasile che per tanto tempo è stato il ‘buen retiro’ di Cesare Battisti, la cui lunga latitanza si è conclusa lo scorso 12 gennaio a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia. “Lui è stato condannato all’ergastolo, ma hanno speso tanti soldi per prendere uno che non contava più nulla. Per quanto mi riguarda, non sono preoccupato”, dice Pessina a proposito del mutato clima politico nel Paese sudamericano, ora governato da Jair Bolsonaro.

Da circa 30 anni Pessina è nel campo della ristorazione. L’anno scorso ha chiuso i battenti l”Osteria dell’angolo’ dopo 22 anni di attività. Ma da poco l’uomo ha aperto un nuovo locale a Copacabana, ‘Pasta&Vino’. “E’ un piccolo negozio dove vendo pasta fresca fatta in casa, lasagne, ravioli, pasta di grano duro e vino”. I prodotti? “Solo italiani. Abbiamo sempre mantenuto la tradizione, tenendo alti gli standard”.

In Brasile del resto “c’è una comunità italiana molto numerosa, soprattutto a San Paolo”. L’obiettivo per il futuro, racconta Pessina all’Adnkronos, è “importare vino direttamente dall’Italia, ma per ora ci sono ostacoli burocratici che non lo consentono”. Anche perché i brasiliani amano particolarmente il vino italiano. “Preferiscono il rosso”, dice Pessina.

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