Economia e Finanza

La Germania è un gigante rimpicciolito, e questo fa presagire guai per l’Europa

di Henry Tougha
Un articolo di Ashoka Mody su Market Watch attacca il mito della Germania all’avanguardia nell’innovazione e denuncia i limiti di un’economia mercantilista basata sulle esportazioni. Certo, l’alta qualità dei prodotti ingegneristici tedeschi ha permesso alla Germania di sfruttare per anni l’impetuosa crescita del mercato cinese. Gli investimenti pubblici della Cina in infrastrutture, portati avanti nonostante (o meglio, proprio in risposta) alla crisi globale, hanno offerto all’industria tedesca un’ancora di salvezza in tempi difficili. Ma le sfide cambiano, e il tempo dimostra la debolezza di una strategia di lungo termine basata sulle esportazioni anziché sull’ampliamento del mercato interno.

di Ashoka Mody

La quasi recessione della Germania nella seconda metà del 2018 è stata una sorpresa per molti, ma non avrebbe dovuto esserlo.

La crescita globale ha cominciato a rallentare fin dall’inizio del 2018, proprio mentre l’industria automobilistica tedesca si trovava alle prese con una rovinosa caduta delle vendite nel mercato interno. Questo doppio colpo, che ha rivelato due delle debolezze della Germania – l’eccessiva dipendenza dal commercio con l’estero e la rapida obsolescenza della sua struttura industriale –, sta ora spingendo la sua economia in recessione. In assenza di un eroico sforzo politico, una prolungata recessione della Germania frenerà la crescita europea e potrebbe fomentare un’ulteriore crescita del nazionalismo, che a sua volta sarebbe un duro colpo contro la visione di un’Europa unita.

Dall’inizio del millennio la dipendenza dell’economia tedesca dal commercio estero si è tradotta in una preoccupante dipendenza dalla forza dell’economia cinese. Nel momento in cui la Cina ha avuto una crescita esplosiva all’inizio degli anni 2000, gli esportatori tedeschi, ben noti per l’alta qualità dei loro prodotti ingegneristici, hanno trovato un giacimento di guadagni. Il governo cinese investiva quanto mai prima in infrastrutture di ultima generazione, i consumatori avevano un’appetito insaziabile per le Mercedes e le BMW, e le fabbriche richiedevano sempre più macchine utensili di alto livello. Nel periodo tra il 2004 e il 2006, nell’impeto della crescita globale, quasi tutto l’aumento delle esportazioni tedesche era diretto verso la Cina. Alla fine del 2009 le autorità cinesi hanno salvato l’industria manifatturiera tedesca, che rischiava di crollare sotto i colpi della crisi finanziaria globale. Il potente stimolo fiscale e creditizio cinese, volto a dare impulso all’economia interna, ha creato una domanda vorace di prodotti tedeschi.

Per questo la Germania – e l’Europa, trascinata sulla sua scia – si sono risollevate nel 2017 quando i leader cinesi, frustrati dall’incapacità di raggiungere obiettivi di crescita del PIL irragionevolmente elevati, hanno nuovamente iniziato a pompare stimolo nella domanda.

Tuttavia, timorosi di gonfiare ulteriormente le loro bolle immobiliari e creditizie, le autorità cinesi hanno di nuovo fatto marcia indietro sullo stimolo alla domanda verso la fine del 2017. Il commercio mondiale è rallentato. La produzione industriale tedesca è crollata. Il PIL si è contratto nel terzo trimestre del 2018, ed è rimasto quasi inchiodato nel quarto trimestre. Il più attendibile indice del mercato azionario tedesco, il DAX, è rapidamente crollato. Nonostante i valori di riferimento si siano consolidati a gennaio, un importante indicatore economico tedesco è crollato ai minimi da quattro anni. Il colpo dato dal rallentamento della crescita del commercio mondiale, combinato con una Germania più debole, ha rapidamente decelerato la crescita europea.

Di pari passo con un commercio più lento, le pressioni di lungo termine sull’industria automobilistica si sono intensificate. I produttori di auto e la loro stratificata rete di fornitori rappresentano e sostengono circa il 14 percento dell’economia tedesca. Particolare importanza hanno i motori delle macchine diesel, un’invenzione tedesca dalla quale l’industria è fortemente dipendente. In Germania e altrove in Europa le vendite di automobili diesel è velocemente crollata dopo la valanga di rivelazioni sul fatto che produttori e fornitori di auto mentivano spudoratamente sugli standard di emissioni inquinanti.

Nel febbraio 2018 una corte tedesca ha stabilito che le autorità municipali e cittadine possono limitare l’uso delle macchine diesel anche in assenza di una legislazione federale in questo senso. A maggio la città di Amburgo ha vietato l’uso delle macchine diesel in alcune strade cittadine. Cosa forse più importante, le automobili elettriche stanno progressivamente sostituendo le automobili con motore a combustione ancora largamente in uso oggi. E in termini di tecnologia per le macchine elettriche i produttori tedeschi sono ampiamente indietro rispetto ai leader mondiali nel settore.

Il destino è quello di diventare un’economia di secondo ordine?

L’industria manifatturiera tedesca, quando era in difficoltà, ha saputo reinventarsi nei decenni passati, sempre nello stesso quadro di ingegneria d’eccellenza, con un invidiabile sistema di apprendistato che ha prodotto generazioni di ottimi lavoratori in campo industriale.

Oggi però la corsa tecnologica globale è nell’ambito dell’elettronica e dell’informatica, basate su scienza e matematica, e in questa corsa la Germania sta rimanendo decisamente indietro. Tra i 15 migliori programmi universitari al mondo in scienza e matematica, le economie dell’est asiatico – Cina, Corea, Giappone e Taiwan – prendono i posti migliori, assieme agli Stati Uniti. Nessuna università tedesca – o europea – compare in questa prestigiosa lista. La Germania potrebbe facilmente cadere nella posizione di economia di secondo ordine nel panorama globale, a meno che i suoi leader non agiscano con rinnovato slancio.

La Germania è un altro esempio di grande potenza economica che ha paura di abbandonare i fasti del passato e perciò si trova intrappolata nel presente. L’industria tedesca, politicamente potente, sta facendo lobbying per frenare il cambiamento. In suo soccorso è intervenuta la cancelliera Angela Merkel, che ha preso posizione contro il restringimento del limiti delle emissioni. Secondo lei un cambiamento troppo rapido rischierebbe di distruggere la rete di produzione che genera ricchezza.

La Merkel sente la collera dei vecchi tedeschi colpiti più severamente dal continuo attrito industriale. Questi vecchi tedeschi sono in prima linea nelle crescenti tensioni sociali e politiche del paese. Come notato da Alexander Roth e Guntram Wollf del think tank “Bruegel”, con sede a Bruxelles, gli elettori di destra e anti-europei di Alternative für Deutschland sono in prevalenza uomini anziani, poco istruiti, che vivono in aree non urbane e i cui posti di lavoro ben pagati nell’industria manifatturiera sono sempre più spesso delocalizzati verso i paesi dell’Europa dell’est, dove i salari sono più bassi, o addirittura eliminati dall’automazione. I nuovi posti di lavoro disponibili sono, sempre più spesso, nel settore dei servizi, con “ansiogeni” contratti precari a termine, salari ridotti e meno tutele.

Il trauma sociale di questa transizione economica sta erodendo il consenso dell’opinione pubblica verso i maggiori partiti politici tedeschi. Intanto nuovi partiti si affacciano sulla scena e acquisiscono influenza e il sistema politico si frammenta, minacciando la tanto decantata stabilità politica della Germania.

Taluni minimizzato l’attuale contrazione economica ritenendola temporanea, causata dallo sforzo di soddisfare nuovi standard sulle emissioni, e dal declino dei livelli di acqua nei fiumi, che rallenta il traffico fluviale interno.

Tuttavia gravano sulla crescita della Germania un’economia cinese inevitabilmente più lenta e la progressiva obsolescenza della vecchia struttura industriale tedesca, deprimendo il potenziale di crescita europea nel lungo periodo. Il continuo aumento dell’entropia politica in Germania a sua volta è destinato a erodere il sostegno finanziario che il paese, già riluttante, offre all’Europa.

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