Cronaca

La follia di un momento e la follia successiva della Franzoni

Una lettrice su L’Espresso del 17 febbraio, scrive: “Annamaria Franzoni, la donna condannata per aver ucciso il figlio, è ormai libera dopo circa dieci anni di detenzione. Ero appena adolescente quando il processo ebbe luogo e non ricordo molti dettagli, se non il grottesco plastico di Bruno Vespa e l’ostinazione a chiamare la vittima “piccolo Samuele”, come se l’intimità e il lutto potessero essere condivisi da giornalisti, commentatori e telespettatori. Se non mi piaceva quello che succedeva allora, mi piace ancora meno quello che sta accadendo oggi. Su Facebook, nei tweet, e nei vari commenti on line leggo un livore incredibile. Livore per cosa? Per una condannata che, scontata una considerevole pena, esce di prigione”.

Io capisco che la gente esagera, che non è cosa giusta dare addosso ad una persona tornata in libertà dopo aver scontato la sua pena, però bisogna anche capire che chi si schiera ancora oggi contro la signora Franzoni, si schiera ad un tempo dalla parte della piccola vittima uccisa barbaramente, anche se è trascorso del tempo. Capisco che la rabbia contro l’aggressore dovrebbe svanire, ma capisco anche che non svanisce facilmente la pena verso l’aggredito.

Inoltre, mentre la gente può aver compreso, può comprendere la follia di un momento, non è  riuscita, non riesce a comprendere la follia successiva, i sorrisi, le interviste, i discorsi che non mostravano e che non hanno mai mostrato dolore profondo non per il delitto commesso, giacché con molta probabilità rimosso, ma per la perdita tragica di un figlio.

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