Noi e il Condominio

Anche Airbnb dovrà pagare la cedolare secca

Il TAR Lazio boccia il ricorso presentato dalla società americana d’intermediazione immobiliare

Airbnb è un servizio online che mette in contatto persone in cerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi, con altre persone che dispongono di uno spazio extra da affittare, generalmente privati.

Il servizio è molto semplice da utilizzare. Tutti possono iscriversi gratuitamente per prenotare un alloggio per le proprie vacanze oppure diventare un host e, quindi, mettere in affitto seconde case al lago, al mare o in montagna così come appartamenti in città. In pratica, Airbnb fa da intermediario tra chi cerca un alloggio per le vacanze e chi offre ospitalità e garantendo pagamenti sicuri e verificati.

Airbnb è attualmente il portale leader mondiale nell’attività di intermediazione immobiliare telematica. Un’attività in continua crescita anche in Italia, dove la piattaforma ha totalizzato 360mila annunci e 8 milioni di arrivi nel 2017 (Fonte: Il Sole24ore).

Il rifiuto di versare la cedolare secca

Nel nostro Paese, Airbnb si trova “a fare i conti” con la nuova normativa fiscale sugli affitti brevi, introdotta dal D.L. 24 aprile 2017, n.50, che impone a chi affitta una casa, anche su piattaforme online, di pagare la cosiddetta “cedolare secca”.

È obbligo dell’intermediario (anche online) di intascare e girare direttamente all’Agenzia delle Entrate il 21% di ogni transazione. Obbligo che Airbnb si è finora rifiutato di adempiere, impugnando davanti al TAR del Lazio il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate n. 132395/2017 del 12 luglio 2017, che ha dato attuazione alle nuove norme.

Un rifiuto che ha avuto conseguenza il flop del gettito fiscale previsto, anche perché Airbnb è la piattaforma leader del marcato. Si calcola che, degli 83 milioni attesi già nel 2017 nella casse pubbliche, ne sono entrati soltanto 19; e nel 2018 – di cui mancano i dati ufficiali – potrebbe essere andata ancora peggio visto che il gettito atteso era di 139 milioni.

Il regime fiscale della “cedolare secca” per le locazioni brevi ha, tra i suoi obiettivi principali, quello di limitare l’uso del contante, far emergere il sommerso e far pagare le tasse a tutti, compresi gli intermediari online (come Airbnb) che controllano una fetta importante di questo mercato.

La legge ricomprende espressamente tra i soggetti che esercitano attività di intermediazione, anche “i soggetti che gestiscono portali telematici”. È chiaro quindi il riferimento a Airbnd ed agli altri portali concorrenti. Non a caso, alcuni hanno ribattezzato la nuova normativa “tassa airbnb”.

La normativa, inoltre, prevede che chi svolge attività d’intermediazione immobiliare o gestisce portali telematici, se residente in Italia o ivi avente una stabile organizzazione, dovrà operare come sostituto d’imposta. Nel caso in cui il medesimo soggetto non risieda in Italia e sia riconosciuto privo di una stabile organizzazione, lo stesso sarà tenuto a nominare un rappresentante fiscale per adempiere agli obblighi fiscali in qualità non già di sostituto d’imposta, bensì di responsabile d’imposta (art. 4, commi 5 e 5-bis, d.l. n. 50/2017).

Perché Airbnb non vuole la cedolare secca?

Secondo Airbnb, la normativa italiana «punisce chi non usa il contante». Il rischio, per il gruppo, è che molti host – come vengono definiti i proprietari di case – lascino Airbnb per approdare su piattaforme in cui è più facile pagare in contanti. Si tratta di adempimenti propri del sostituto d’imposta che, secondo gli avvocati di Airbnb, non le competono e, inoltre, violerebbero la gestione dei dati e della privacy. Per la società, inoltre, il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate produrrebbe effetti distorsivi della concorrenza (rischio di perdita di clientela a favore di altri concorrenti), derivanti dall’imposizione degli obblighi di versamento della ritenuta in esame.

La decisione del TAR: anche Airbnb dovrà riscuotere la cedolare secca

Il TAR Lazio, con la sentenza n. 2207 del 18 febbraio 2019, ha bocciato il ricorso presentato da Airbnb.

Secondo i giudici amministrativi, non c’è alcun pericolo di generare un effetto distorsivo a favore degli intermediari che non intervengono nel pagamento delle provvigioni. Questa tendenza «non risulta, sulla base dei dati messi a disposizione del Collegio».

L’adempimento non va contro il principio di tutela della concorrenza, perché «laddove i soggetti non residenti e non stabiliti che operano come intermediari fossero stati sottratti al regime imposto invece ai soggetti residenti, ciò si sarebbe tramutato in un illegittimo vantaggio competitivo». Inoltre, è ragionevole che questi adempimenti siano stati posti in capo a soggetti come Airbnb, perché questi «si trovano ad avere la materiale disponibilità di dette somme». E non è possibile sostenere che «lo Stato avrebbe dovuto rinunciare a tale strumento di esazione, che garantisce un gettito sicuro».

Soddisfazione degli albergatori per la decisione del TAR: «Non ci sono più alibi per chi, da quasi due anni, si prende gioco delle istituzioni. Airbnb deve riscuotere la cedolare secca sulle locazioni brevi e comunicare all’Agenzia delle Entrate i nomi dei locatari e i relativi redditi», si legge in una nota. Federalberghi stima anche che «nei primi diciotto mesi di (mancata) applicazione dell’imposta Airbnb abbia omesso il versamento di più di 250 milioni di euro», ha dichiarato Federalberghi.

Sulla stessa linea il Ministro del Turismo, Gian Marco Centinaio: «la sentenza del Tar conferma quanto abbiamo sempre sostenuto: la lotta all’illegalità, che sta investendo e danneggiando il turismo, è prioritaria per il rilancio del settore. Il nostro impegno è costante, lavoriamo insieme alle Regioni per trovare una soluzione».

Airbnb ricorrerà al Consiglio di Stato

Non si è fatta attendere la risposta di Airbnb: «Siamo delusi dal pronunciamento del Tar del Lazio e intendiamo fare ricorso presso il Consiglio di Stato, anche ai fini dell’eventuale interessamento della Corte di Giustizia Europea».

Per la piattaforma online, si tratta di una pronuncia che punisce chi non usa il contante: «In tema di imposte sul reddito, abbiamo sempre offerto disponibilità in tutte le sedi istituzionali per risolvere l’impasse e consentire alla community il rispetto della legalità e il pagamento delle imposte sul reddito senza discriminazioni. Le collaborazioni con le autorità di Spagna, Danimarca ed Estonia sono la dimostrazione di come ciò sia possibile. Il TAR ha invece inteso confermare nel merito l’orientamento già espresso in sede cautelare, non ravvisando differenze operative fra agenzie immobiliari con qualche decina di clienti e una piattaforma tecnologica con oltre 200 mila utenti, di cui solo una parte sarebbe assoggettabile alla normativa secondo criteri mai stabiliti dal legislatore. Secondo la corte invece chi affitta tramite Airbnb non sarebbe discriminato rispetto ad altri sistemi meno trasparenti perché sarebbe logico imporre l’obbligo di ritenuta all’unica piattaforma online che intermedia i pagamenti con un modello innovativo. Poco importa se, come stimato da Banca d’Italia, si tratti dell’unico barlume di trasparenza in un settore in cui 7 pagamenti su 10 avvengono ancora in contanti».

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