Cultura

Cibo di guerra: un commento al quinto rapporto sui conflitti dimenticati

“Cibo di guerra. Quinto rapporto sui conflitti dimenticati”, scritto in collaborazione con “Famiglia cristiana“ e “Il Regno” (il mulino, i 2015) risulta certamente di estremo interesse, soprattutto per i presupposti di natura metodologica che vengono chiaramente esplicitati nel

capitolo primo dal titolo “Lo spazio prossimo alla guerra” scritto da Francesco Strazzari (professore associato di scienza politica presso la scuola superiore Sant’Anna di Pisa). Vediamo di analizzarne alcuni significativi brani.

Non stupisce, in un contesto caratterizzato da incertezze e crisi economica in cui gli Stati paiono guidati dal calcolo di presunti vantaggi e svantaggi relativi, che è anche una potenza medio-piccola come l’Italia-che pure si è positivamente distinta sul versante del soccorso ai migranti in mare-tenda riorientare la propria bussola verso gli schemi più tradizionali della condotta della politica estera. La seguente dichiarazione resa dal ministro degli esteri italiano nel 2014 è in tal senso esemplare: “dobbiamo recuperare senza vergognarcene un concetto semplicissimo: l’interesse nazionale. Siamo europei e alleati degli americani, ma abbiamo un nostro occhio sulla geopolitica“.

In primo luogo, secondo questa affermazione, gli Stati non dovrebbero attuare una politica calcolando i vantaggi e/o i gli svantaggi della loro azione politica. Una tale affermazione appare non solo assolutamente ridicola dal punto di vista strettamente storico ma soprattutto appare di estrema pericolosità per uno stato.

Un altro aspetto che emerge da questo brano è, se possibile, ancora più sconcertante per chi condivide una interpretazione realistica della dinamica delle relazioni internazionali: l’Italia non dovrebbe salvaguardare il proprio interesse nazionale ma ,al contrario,dovrebbe limitarsi ad accogliere gli immigrati da altri paesi. Sfortunatamente, ciò che manca al nostro paese rispetto agli altri paesi europei, è proprio la capacità di perseguire il proprio interesse nazionale secondo un’ottica di concreto il realismo.

In secondo luogo l’autore della relazione sottolinea ,con sorpresa e sconcerto insieme, l’uso che l’amministrazione Obama ha fatto della forza:
l’amministrazione Obama ha in realtà fatto ampio uso della forza, attraverso una miriade di azioni belliche, più o meno chirurgiche, che hanno fatto leva sul livello tecnologico di ingaggio senza pari di cui gli Stati uniti sono capaci“.

Se ne deduce che gli USA non dovrebbero usare la forza militare né in termini chirurgici né con altre modalità . Dovrebbero dunque dedicarsi ad opere di beneficenza magari a favore della Caritas e della Chiesa cattolica romana?

In terzo luogo l’autore sottolinea l’aumento delle esportazioni di armi da parte dell’Unione Europea: “il report tuttavia fa emergere un dato incontrovertibile: sia l’autorizzazione all’esportazione sia le consegne effettive da parte dei paesi europei sono in costante aumento e -fatto forse ancora più imbarazzante per la UE -gli armamenti europei vanno perlopiù ad alimentare un teatro instabile quale quello medio orientale”.

Anche da questo brano deduciamo agevolmente che l’UE dovrebbe smantellare le proprie industrie militari.

In quarto luogo l’autore sottolinea come l’Osservatorio permanente sulle armi leggere ,unitamente alla Rete italiana per il disarmo, nel novembre del 2014 abbiano osservato l’aumento considerevole delle armi leggere italiane verso l’estero ed ,in particolare ,l’autore rileva con disappunto l’incremento che l’industria di armi leggere Beretta avrebbe avuto in questi ultimi anni. Inoltre, la mozione approvata dal consiglio regionale lombardo-mozione della lega nord del 2014-a favore di uno snellimento delle pratiche per l’esportazione delle armi, sarebbe inammissibile.

Anche da questo brano, come dei precedenti, si deduce che l’autore auspica lo smantellamento dell’industria militare italiana ed, in particolar modo, delle industrie militari leggere(leggi Beretta).

Ancorato alle presunte auto evidenze di storia e geografia, il discorso geopolitico carica di enfasi determinista il realismo politico, dirigendone lo sguardo verso una retorica pubblica che pone il problema della necessità di scelte all’altezza degli interessi in gioco. Esso si presta eternamente ad allertare il politico sulle conseguenze che avrebbe trascurare i fattori che, pur dotata di un profilo di rischio del tutto ipotetico, se innescati, potrebbero spalancare le porte degli scenari peggiori. Così procedendo, esso trasforma il rischio in minaccia reale, e si candida, nei fatti, al ruolo di militarizzante del pensiero realista e della realPolitik: quella che solleva il problema del controllo del territorio, dell’azione unilaterale preventiva e risolutiva, quella che porta a sedersi al negoziato solo dopo il fatto compiuto.

Ebbene, da questo brano si comprende in modo molto chiaro come l’autore legga ed interpreti la geopolitica come uno strumento strettamente legato ad una visione realistica.

Ora, dal punto di vista strettamente storico e metodologico, questa tesi è pienamente condivisibile: sfortunatamente però le élites politiche italiane ( presunte o reali) di rado hanno seguito questo fecondo abbinamento portando in essere scelte nel campo della politica estera prive di realismo politico e prive di una reale visione degli interessi geopolitici.

Infine, non possiamo non provare un certo sconcerto e una certa sorpresa, nel constatare che un editore come Il Mulino pubblichi un saggio ispirato ad un pacifismo irenico che va in assoluta controtendenza rispetto alla sua linea editoriale che si è ispirata a un rigoroso studio delle relazioni internazionali.


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