Estero

Il muro repubblicano di Trump: spuntano alcune crepe

Questo è un voto per la costituzione e l’equilibrio dei poteri”. Con queste parole Mitt Romney, senatore repubblicano dello Utah e già candidato presidenziale nel 2012, ha spiegato il suo voto che ha contribuito a bloccare la dichiarazione di emergenza al confine dichiarata da Donald Trump il mese scorso. Altri undici senatori repubblicani e tutti i loro colleghi democratici hanno votato contro il presidente per un totale di 59 su 100.

La mozione contro l’emergenza al confine era già stata approvata alla Camera con 241 favorevoli dove 13 parlamentari repubblicani hanno abbandonato il presidente. Nonostante i voti alla Camera e al Senato al momento non vi sarebbero sufficienti consensi per sconfiggere il veto annunciato immediatamente in un tweet da Trump. I democratici dovrebbero convincere una quarantina di colleghi alla Camera e altri 8 al Senato per scavalcare il veto e bloccare definitivamente la dichiarazione di Trump.

L’inquilino della Casa Bianca sembrerebbe dunque di averla fatta franca con la sua dichiarazione  di emergenza ma il fatto che Mitch McConnell, l’astuto presidente del Senato, non sia riuscito a bloccare il voto, ci indica che la pazienza dei repubblicani con Trump non è infinita. McConnell, infatti, ha fatto pochissimo per convincere i senatori repubblicani al Senato come avrebbe fatto in altre situazioni. Il messaggio per Trump è che si trattava di una sconfitta annunciata.

Allo stesso tempo però è chiaro che il 45esimo presidente non può contare sul supporto unanime dei legislatori del suo partito, erodendogli il potere. Da aggiungere ovviamente il controllo della Camera dei democratici. Se in passato Paul Ryan, lo speaker repubblicano, non avrebbe mai permesso un voto sull’emergenza al confine, adesso con Nancy Pelosi al timone, la musica è cambiata.

I dodici senatori al Senato che hanno votato contro il loro presidente hanno giustificato la loro decisione in termini di principi costituzionali anche se alcuni hanno aggiunto di essere preoccupati su possibili abusi di dichiarazioni di emergenza da futuri presidenti. In effetti, hanno interpretato la dichiarazione di Trump come una forzatura costituzionale.

Trump avrebbe preferito di non dovere fare uso del suo veto, il primo della sua presidenza, ed ha cercato di convincere personalmente alcuni senatori a non abbandonarlo. In particolar modo, l’attuale inquilino della Casa Bianca ha consultato direttamente il senatore Rand Paul, repubblicano del Kentucky, senza però riuscire a convincerlo. Inoltre, il vicepresidente Mike Pence ha consultato parecchi senatori, cercando almeno di limitare i danni. Questi sforzi avranno avuto dei frutti poiché solo Susan Collins, senatrice del Maine, che ha votato contro Trump, deve affrontare la rielezione nel 2020. Gli altri 11 hanno poco da preoccuparsi dalle minacce poco celate di Trump di incoraggiare candidati a lui più fedeli a sfidarli alle primarie. In uno dei tanti tweet il 45esimo presidente ha infatti lodato i senatori a lui fedeli dichiarando che quando ritorneranno ai loro Stati gli elettori li “ameranno” più di prima. Traduzione: avete il mio supporto.

Il fatto che solo dodici senatori e tredici parlamentari abbiano abbandonato Trump sulla questione dell’emergenza non sarebbe un grosso allarme ma altri recenti voti ci confermano che la sua nave ha cominciato a fare acqua sul serio. Il Senato ha recentemente votato (54-46) per mettere fine al supporto delle brutali azioni militari dell’Arabia Saudita nello Yemen. In questo caso 7 senatori repubblicani hanno votato a favore della mozione, suggerendo che il supporto americano per la politica dei sauditi, amici di Trump, in parte per ragioni economiche, sta erodendo.

C’è da aggiungere che la Camera ha anche votato in maniera schiacciante bipartisan (420 Sì, zero No) una risoluzione che renderebbe pubblico il rapporto di Robert Mueller, procuratore speciale sul Russiagate, non appena sarà completato. La risoluzione non è vincolante ma il fatto che tutti i parlamentari repubblicani abbiano votato a favore (eccetto 4 che si sono astenuti votando semplicemente “presente”) vuol dire che anche i repubblicani desiderano trasparenza.Trump non si è opposto al voto ed ha infatti dichiarato che il rapporto dovrebbe essere reso pubblico. La decisione spetterà al nuovo procuratore generale William Barr recentemente confermato dal Senato. Trump potrebbe ovviamente mettere pressione per renderlo pubblico ma se lo metterebbe in cattiva luce potrebbe facilmente cambiare idea.

La sua dichiarazione di emergenza al confine però, salvata dal suo veto, deve affrontare il sistema giudiziario. Parecchie denunce la hanno sfidata e si prevede  che alla fine la Corte Suprema dovrà fare da arbitro. I due voti contrari in entrambe le Camere potrebbero però essere considerati dalle deliberazioni dei giudici come desiderio della legislatura di non spendere soldi per il muro al confine. I giudici dovranno decidere se la costituzione concede veramente alla legislatura il potere di stanziare i fondi o il potere del presidente gli permette di raggirare le leggi.

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Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.


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