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L’Aquila 10 anni dopo, cosa è cambiato

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Il 6 aprile di 10 anni fa, alle 3.32 di notte, L’Aquila è cambiata per sempre. L’Abruzzo e l’Italia intera è cambiata per sempre. Una scossa di magnitudo 6.3 ha portato via 309 vite, distrusse quasi interamente il circondario. In molti sono rimasti senza nulla, e, in molti casi, è ancora così.

Nella tragedia, però, il governo e la classe politica non hanno fatto abbastanza. Il problema continua ad essere in stand by, diviso tra un centro storico barocco e d’impatto, divenuto il simbolo del sisma, e le frazioni e i piccoli paesini, presentati quasi come un effetto collaterale. Questa dicotomia è ancora visibile nel momento in cui, in queste ultime realtà, le macerie sono ancora lì. Ciò che è stato fatto ha riguardato quasi esclusivamente il centro aquilano, forse più notiziabile e fotografabile.

Ad Onna, Paganica, Tempera, San Gregorio, Villa Sant’Angelo, Roio, Fossa tutto sembra rimasto a quella tragica notte del 6 aprile. L’economia paesana è ferma, la vita quotidiana è inesistente. In quelle zone come spiega Celso Cioni, direttore di Confcommericio Abruzzo: “Il tessuto commerciale è ormai strappato e molte botteghe sono restie a tornare nelle loro sedi storiche, perché nel frattempo si sono ricreate un circuito e poi un centro venuti a mancare quegli attrattori, che portavano migliaia di persone ogni giorno intorno al mercato”. La stessa università, che era il maggiore polo attrattivo della città, continua a soffrire, nonostante sia passato un decennio, sia nelle infrastrutture che nelle iscrizioni.

Questa notte è stata organizzata una fiaccolata partita in via XX Settembre, molti politici sono accorsi. Il premier Conte ha commentato: “Abbiamo il dovere della memoria”. Sì ma la memoria non basta. La solidarietà non basta. Perché L’Aquila e l’Abruzzo non guariscono con una pacca sulla spalla. Le colpe continuano ad essere scaricate su altri: sui propri nemici, sullo stato, sulla politica locale, sulla Protezione Civile, sui commissari straordinari. Questi scarica barile servono a prendere tempo, a non prendersi la responsabilità di ciò che è (non) stato (ancora) fatto.

Prevedere una simile tragedia non è possibile, anche se l’attività sismica prima del 6 aprile aveva fatto scattare qualche campanello d’allarme. La questione nasce quando si deve agire per ricostruire e affrontare il problema, perché ciò che si è fatto non è abbastanza. È stato un palliativo, un segnale mediatico per far vedere a tutti che qualcuno stava intervenendo. Quando il clamore si è sgonfiato, ci sono stati problemi “più importanti” (a detta di chi?) che hanno messo in stand by L’Aquila per 10 anni.

 

Sara Carullo

Salve a tutti, sono Sara Carullo, una studentessa di scienze politiche con la passione della scrittura. Mi piace analizzare ciò che mi circonda per comprendere meglio le dinamiche della società in cui vivo ma sempre con un tocco personale.

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