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Lega-M5S: una crisi senza fine

L’indagine del sottosegretario Armando Siri e le intercettazioni della sindaca di Roma Virginia Raggi, aprono un importante quesito: sarà mai questo il momento di parlare di una vera crisi di governo? Il rimbalzo delle colpe tra gli alleati dell’esecutivo diventa un problema se gli accertamenti coinvolgono esponenti dei partiti governativi.

Nel momento in cui il Pd è stato investito dallo tsunami sanità in Umbria, con le dimissioni forzate di Catiuscia Marini, governatrice della regione, ci si aspetterebbe un simile esito per una simile dinamica. La vicenda del sottosegretario ai Trasporti Siri apre il problema dell’atteggiamento del governo in merito ad accuse interne allo stessa alleanza gialloverde, con i Cinque Stelle che reclamano a gran voce le sue dimissioni e Salvini che tiene botta sostenendo che il suo caso non le contempla, così come da contratto di governo. Il problema si ingrandisce quando il settimanale L’Espresso, pubblica le intercettazioni di Virginia Raggi, da tempo bersagliata dalle continue critiche da parte del segretario del Carroccio, sul caos della Capitale e sulla sua difficoltà nell’amministrazione.

Cosa succederà? Chi si dimetterà? Questa è la prima vera prova di forza tra i due alleati, soprattutto per il M5S che (finalmente) sta cercando di tenere testa al suo partner di governo. Certo è che sciogliere questo governo non gioverebbe a nessuno, né alla maggioranza né all’opposizione. Se nessuna forza oppositiva al governo sarebbe in grado di avere i numeri necessari sia in termini di voti che di forza e legittimità politica, neanche gli alleati M5S e Lega potrebbero sostenere la possibilità di trovarsi di fronte a nuove elezioni oppure al disperato tentativo di trovare una maggioranza alternativa.

Nessun attore politico riuscirebbe a governare da solo, questo è ben noto, ma soprattutto nessuno è in grado di aggregare intorno a sé il consenso delle altre forza politiche. Neppure Salvini riuscirebbe a riunire un centrodestra ormai ridotto a carcassa politica e tenuto insieme solo dalla necessità che hanno Fratelli d’Italia e Forza Italia di trovare voti per la loro tenuta (almeno) sui territori, nonostante ora la forza trainante della coalizione sia di fatto la Lega. Dunque tornare alle urne è un’opzione quasi impraticabile a causa delle complicatissime dinamiche del sistema partitico italiano.

Certamente questo contesto storico-politico non fa altro che alimentare la necessità impellente di porsi sempre in conflitto per qualsiasi questione, nella speranza di differenziarsi dai propri competitors. Ma ciò che sembra essere una costante è lo spostamento sempre più a destra dell’asse partitico, in linea con la tendenza internazionale, con una sinistra sempre più debole, destrutturata e incapace di affrontare le competizione con un vero sguardo alternativo.

Le prossime elezioni europee del 26 maggio di certo segneranno uno spartiacque in merito ai futuri equilibri dei sistemi partitici europei ma anche per il nostro governo, che potrebbe dover rimettere in discussione l’attuale bilanciamento delle proprie forze.

 

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