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Ville di lusso e mobili d’epoca, i beni confiscati all’imprenditore accusato di corruzione per il Mose

Attualità & Cronaca

Il sequestro ha un valore complessivo di circa 9 milioni di euro. Tra gli immobili compare anche una prestigiosa abitazione affittata ad una rappresentanza diplomatica 

Guardia di Finanza GdF

Nove milioni di euro, di beni immobili e disponibilità finanziarie, sono stati confiscati a un imprenditore romano ritenuto responsabile di fenomeni corruttivi legati alla realizzazione del Mose. Il provvedimento, emesso dalla Corte d’Appello di Venezia, è stato eseguito dai militari del nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Venezia. 

I beni sequestrati

Tra i beni sequestrati compaiono 16 unità immobiliari a Roma e provincia del valore complessivo di oltre 8 milioni di euro, formalmente intestate ad una società di diritto lussemburghese il cui titolare effettivo è risultato essere lo stesso imprenditore romano. Tra questi immobili compare anche una prestigiosa abitazione affittata ad una rappresentanza diplomatica estera e una lussuosa villa sul litorale romano. Confiscate anche disponibilità finanziarie sui conti correnti intestati al soggetto e alla già citata società lussemburghese e pregiati mobili d’epoca di un valore stimato in 220.000 euro. 

Le attività sono conseguenti alla recente pronuncia della Corte di Cassazione con cui, nel sancire l’annullamento per intervenuta prescrizione della sentenza di condanna nei confronti dell’imprenditore, è stata confermata la confisca di quanto ricevuto dallo stesso come “prezzo” delle condotte corruttive commesse in concorso con un politico, nel frattempo deceduto. 

I fatti contestati riguardavano l’assegnazione al Consorzio Venezia Nuova dei finanziamenti per la bonifica dei canali di Porto Marghera e la nomina, quale Magistrato alle acque di Venezia, di un presidente “asservito allo stesso consorzio”.

Come contropartita i lavori furono assegnati dal Consorzio Venezia Nuova ad una Associazione temporanea di imprese costituita tra una società riconducibile all’imprenditore oggetto di indagine e un’altra nota impresa.  Le indagini hanno dimostrato che la prima, pur non avendo eseguito materialmente alcuna opera, ha partecipato agli utili derivanti dalle commesse quantificate, in sede giudiziaria, in 18 milioni di euro e ascritti, in parti uguali, ai due indagati (l’imprenditore e il politico).

 


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