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Il “Decennio nero” algerino: una ferita ancora aperta

Estero

mediterraneo & medio oriente

Caterina Roggero

Gli anni Novanta in Algeria sono stati caratterizzati da una sanguinosa guerra civile le cui pesanti eredità sono riscontrabili ancora oggi: un lungo conflitto interno cominciato nel 1992 – data del colpo di Stato militare – e terminato attorno al 1999, anno dell’elezione del presidente Abdelaziz Bouteflika, anche se episodi di violenza sono continuati negli anni successivi.

Parlare di “guerra civile”, secondo la maggioranza degli studiosi, è in questo caso indicato,seppur le due parti in guerra hanno sempre utilizzato altre definizioni: guerra al terrorismo, da un lato, jihad, dall’altro. Oltre al fatto che impiegando tale terminologia si evita una certa partigianeria, è anche vero che alcune caratteristiche proprie del cosiddetto “Decennio nero” fanno propendere verso di essa. Fu una guerra protrattasi lungo svariati anni pervadendo praticamente l’intero paese e coinvolgendone la popolazione civile sia in quanto “ostaggio” alternativamente di una o l’altra delle due “fazioni”, che ancora come vittima innocente nel caso di massacri ai danni di interi villaggi (la zona della Mitidja, a sud di Algeri, fu la più colpita) o di arresti preventivi con conseguenti sparizioni di supposti fiancheggiatori.

Non si trattò di una “semplice” contrapposizione tra lo Stato e gruppi di terroristi, ma tra ingenti forze di sicurezza e nella fase più acuta, 1994-1995, circa quarantamila guerriglieri jihadisti, che riuscirono a conquistare e controllare alcune aree “liberate” [1]. Le formazioni più importanti erano: l’”Armata islamica di salvezza” (AIS) e i “Gruppi islamici armati” (GIA). Questi ultimi, costituiti in cellule guidate da “emiri” attirarono i riflettori nazionali e internazionali sulla loro “guerra totale” contro funzionari del regime, ma anche contro civili e intellettuali più o meno engagés (molti di loro fuggirono in Francia in quegli anni, lasciando il paese per anni orfano di un’intellighentsia illuminata). Dopo che l’AIS nel 1997 firmò una tregua unilaterale, dai GIA si distaccò il “Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento” (GSPC), che organizzò fino al 2007 più di duecento attentati ancora in un’ottica locale, colpendo forze di polizia e obiettivi istituzionali algerini, per poi chiedere e ottenere l’affiliazione ad Al-Qa‘ida, divenendone la “filiale” nel Maghreb (“Al-Qa‘ida nei paesi del Maghreb islamico” – Aqmi) e globalizzando la sua lotta.

La guerra al terrorismo condotta dall’intelligence e dalle forze di sicurezza algerine, da un lato,era risultata vincente perché era riuscita a cacciare i gruppi violenti dal paese, ma, dall’altro lato, aveva provocato la fuga di militanti e quadri delle formazioni jihadiste verso il Sud, fino al nord del Mali dove si stanziarono e nel 2012, avendone assunto il controllo insieme ad altre organizzazioni jihadiste, vi proclamarono la nascita di uno Stato islamico. Seguì l’intervento armato francese, altri attacchi terroristici (il più grave, nel 2013, presso il giacimento gasifero in località In Amenas) e strascichi di violenza e anarchia diffusa, unitesi al contrabbando di merci e uomini in tutta l’area del Sahel, di cui siamo ancora oggi spettatori.

In una tale situazione, il tema della sicurezza resta centrale nell’agenda politica algerina. Il “Decennio nero” ha lasciato senza dubbio tra le sue eredità l’aumento delle forze di sicurezza, oltre che la loro progressiva specializzazione e professionalizzazione: l’Algeria nel 2016 figura come il più grande importatore di armi e attrezzature militari del continente africano [2]. Il paese è stato effettivamente pacificato, anche grazie all’arrivo al potere nel 1999 dell’“uomo forte” Bouteflika, che ha saputo condurre il paese sulla strada della Pace e Riconciliazione nazionale: una legge che ha permesso la concessione di circa quindicimila amnistie in cambio della cessazione dei combattimenti.

Ispirandosi a quanto avvenuto nel Sud Africa post-apartheid, il governo algerino ne ha importatotuttavia più gli aspetti tecnici e di immediato risultato, piuttosto che quelli più profondi e, certamente, più dolorosi, ma forse efficaci. Non vi è stato alcun confronto pubblico o privato tra vittime e carnefici, alcuna ricerca della verità e alcuna salvaguardia della giustizia.

Il risultato è oggi quello di una società che non ha metabolizzato dieci anni di violenze, rimaste a tutti gli effetti inenarrabili, calando su di esse il silenzio e l’oblio: si parla di amnesia più che di amnistia. L’obiettivo non è stato tanto quello di cercare le radici del male, tentando di apportarvi eventuali rimedi, ma piuttosto ci si è limitati a una restaurazione dell’ordine: la finalità politica immediata è stata privilegiata rispetto alla terapia sociale di lungo termine [3].

Oltre ad aver lasciato un alto e imprecisato numero di morti (circa 150 mila, ma non esistono ancora cifre ufficiali e circa 7000 dispersi), la Décennie ha precluso per molto tempo alla grande maggioranza degli algerini la possibilità di sentirsi cittadini. Lo stato di emergenza e di terrore ha finito per far ripiegare ciascuno all’interno del proprio e ristretto nucleo familiare. Si è verificata una vera e propria rottura inter-generazionale nello sviluppo e nella crescita della capacità di mobilitazione in campo politico e associativo (meno a livello sindacale): il fatto che vi fosse una netta bipolarizzazione (islamisti contro esercito) ha fatto sì che qualsiasi altra visione o scelta politica fosse messa da parte. Un periodo di profondo vuoto politico, di cui ancora oggi si vedono le eredità nella scarsa partecipazione politica a più livelli (nei partiti tradizionali, nelle tornate elettorali, nelle manifestazioni di piazza). I cortei che oggi sfilano nel paese sono, è vero, ormai frequenti e insistenti, da nord a sud del paese, ma non vanno oltre la richiesta di aumenti di salari o di sussidi e faticano a trovare consenso nella massa della popolazione.

Il presidente Bouteflika permane per molti cittadini il salvatore della patria e la sua rielezione nel 2014 è stata possibile anche per questo, nonostante fosse e sia ancora oggi assente dalla scena politica, perché gravemente malato. La sua successione è senz’altro l’enjeu principale del dibattito politico e delle macchinazioni dei diversi gruppi di interesse che ruotano attorno al “sistema”, ma milioni di algerini restano esclusi da tutto ciò e attendono un rinnovamento totale per conquistare una vera indipendenza.

Caterina Roggero, PhD in Storia internazionale e cultrice della materia in Storia e Istituzioni dell’Africa presso l’Università degli Studi di Milano


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