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Quel che l’Isis teme è il dialogo delle civiltà

Cronaca

di Renzo Balmelli 

DIALOGO. Al di là dell’orrore provato di fronte al terrorismo barbaro e cinico di matrice jihadista, sarebbe un grave sbaglio se la società civile dimenticasse che la sua forza si basa sullo stato di diritto, sul rifiuto della cieca prevaricazione e sulla costante disponibilità al dialogo. Ovunque ha radici l’Islam si presenta assai variegato nelle sue manifestazioni e non è certo l’interpretazione che vuol darne l’Isis che potrà contribuire a rimuovere lo scoglio, in apparenza insormontabile, di una specie di guerra santa che esclude a priori qualsiasi possibilità di disinnescare la truce minaccia terroristica. La sola via per risparmiarci la visione terrificante di un’altra Manchester è la possibilità di dialogare, ovvero l’ipotesi che i “fighter” del presunto Califfato temono di più non disponendo del corredo dialettico e culturale per uscire dal cerchio infernale della violenza. Facile a dirsi, difficilissimo a farsi fintanto che il mondo mussulmano proclamatosi moderato non si deciderà a tagliare di netto il cordone con certe escrescenze. Ma questo è uno spazio tutto da costruire.

LOGORIO. Obnubilati dalla ricerca di facili consensi elettorali, coloro i quali insistono con argomenti pretestuosi nel tentativo di indebolire e smantellare l’Europa forse nemmeno si rendono conto dei rischi insiti nel loro pervicace populismo. Oltre a fare perdere prestigio all’UE e alla sua capacità negoziale nel momento in cui una raffica micidiale di attentati pesa sui nostri destini, il costante logorio delle strutture comunitarie non fa che aggiungere insicurezza all’ insicurezza, paura alla paura. Che è poi lo scopo dichiarato del terrorismo. Frutto dello strano cocktail in cui si mescolano le inquietudini della Brexit e le incognite delle elezioni anticipate, la Gran Bretagna, duramente provata dalle stragi, è in queste ore il riflesso degli interrogativi che si pongono in termini drammatici sul futuro del Vecchio Continente. Consola se non altro la risposta della musica giovane alla violenza, un inno alla vita per dire “no pasaran”.

TAMBURI. Se regge la teoria del terzo conflitto mondiale a pezzetti, quanto sta accadendo nei regimi sunniti del Golfo, dove all’ improvviso sono risuonati i tamburi di guerra, anche se per ora soltanto a colpi di comunicati, dimostra che l’ipotesi attribuita a Papa Francesco è tutt’altro che infondata. Sauditi e alleati concordi nel rompere i rapporti con il Qatar, accusato di sostenere i terroristi, ridisegnano con questa loro mossa uno scenario strategico tutto politico e per nulla religioso, ma non meno insidioso in una regione dove anche in passato non sono mancati i motivi di una resa dei conti. Oltre all’ appoggio di Doha alla Fratellanza mussulmana, sotto accusa sono pure le sue timide aperture nei confronti dell’Iran che l’Arabia Saudita considera un nemico mortale. Ma che Riad a sua volta acquisti dall’America di Trump armi per miliardi di dollari è un “dettaglio” che rammenta il motto secondo il quale il tintinnar delle spade è la prosecuzione della diplomazia con altri mezzi.

PIRATI. A dispetto del prodigarsi di tanti, infaticabili volontari che giorno e notte non lesinano gli sforzi per salvare quante più vite possibili, non c’è pace nel Mediterraneo. Nel mare nostrum che sulle sue sponde ha celebrato l’incontro e il fiorire di civiltà e culture tra le più importanti nella storia dell’umanità, oggi si è formata una catena ininterrotta di tragedie da mettere sul conto dei nuovi pirati del mare e dei loschi burattinai che dietro le quinte tirano le fila di un turpe mercato di esseri umani. La lotta impari con i trafficanti di ogni risma è un segno tangibile della degenerazione che ci riporta all’ epoca buia dello schiavismo e dei negrieri senza scrupoli. E non è finita in quanto si stima che quasi un milione di migranti in attesa sulla costa libica si accinga nei prossimi mesi a imbarcarsi su natanti che in realtà sono bare destinate a una fine orrenda, simbolo spietato della follia umana al servizio di politiche bacate.


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