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Boccaccia mia… Un vero e proprio prontuario irriverente su “le sagre di paese”

Sagre&Tradizioni

Oggi mi piacerebbe “sparlare” del folklore, del calore e del colore della nostra terra. Da meridionale, sanguigno e verace, vorrei tranquillizzare i nostri tanti lettori che da anni si sono trasferiti all’estero comunicando loro che le “sagre paesane” resistono a tutte le forme di modernizzazione sociale. Come arriva l’estate, settimanalmente, in quasi tutti i paesi della nostra Puglia, si tengono sagre, feste del Santo Patrono e manifestazioni musicali di piazza.

Paese che vai sagra che trovi. Dalle ciliegie alle noccioline, dalle percoche alla zampina (n.d.r. tipica salsiccia arrotolata), dalla focaccia al polpo o ai moscardini, dall’uva regina ai gelati alla fiamma vengono propagandati e festeggiati con riti pagano-religiosi. Quei pochi paesi che non annoverano alcuna specialità locale, con un inventiva degna del miglior scrittore di gialli, escogitano qualsiasi cosa pur di richiamare gente dai paesi limitrofi.
Si vuol festeggiare il panzerotto con ricotta forte? Abracadabra e il tutto diventa realtà. Lo si abbina al Santo protettore. Si monta un bel palco sulla piazza del paese, si invita un gruppo musicale o un cantante anni 60 che non costi molto ma che sia in grado di richiamare quanta più gente dal circondario e si completa il tutto con delle luminarie e il gioco è fatto!

Bastano un centinaio di locandine 30×50 con foto dell’artista, (n.d.r. possibilmente da giovane) il patrocinio del Comune e con, in piccolo, i marchietti degli sponsor. Solitamente gli “affiancatori-pubblicitari” sono un caseificio, due o tre boutiques locali, un produttore di porte e infissi della zona che, in associazione con la “pro loco” o il comitato feste patronali, riescono ad offrire al pubblico una serata di sano divertimento.

Da cronista pettegolo, come solitamente mi definiscono, mi piacerebbe raccontarvi i retroscena ripetitivi e divertenti della serata. Prima che parta lo spettacolo canoro è d’obbligo riunire in Comune tutti gli artisti, brindare con un pessimo spumante e ricordare al “presentatore” che andrebbero ringraziati tutti i commercianti che hanno collaborato con piccole donazioni alla realizzazione della serata. Praticamente tutti i negozianti del posto. Dal pub “non solo birra”, alle onoranze funebri “solo da noi… l’eterno riposo” sino all’ultima merceria.
Il ruolo da protagonista non spetta all’ospite canoro e tantomeno al presentatore ma alla “valletta di turno”. Impreparata, oversize e ossigenata ma certamente legata affettivamente ad uno dell’organizzazione. A buon intenditor…! La stessa, pur avendo fatto la sola presenza al fianco del conduttore che continua imperterrito a ignorarla, a fine serata riceverà fiori, targhe ed applausi dagli organizzatori.

Sempre per rubarvi un sorriso passerei alla descrizione della platea.  I pochi posti a sedere sono riservati agli assessori e alle varie personalità (sic) che, tronfi della loro posizione sociale, prendono posto sulle sedie di plastica. Magicamente quel posto a sedere si trasforma in una comoda poltronissima della serata finale nel teatro Ariston di Sanremo. Andiamo per gradi.
La prima fila è riservata al sindaco con familiari al seguito. Il primo cittadino, facilmente riconoscibile dal fatto che, fosse anche ferragosto, riesca a indossare abito scuro, cravatta, scarpe mocassino e calzino corto bianco. La seconda fila, è occupata da funzionari comunali con figli obesi e mogli che, per l’occasione, indossano abiti firmati da stilisti cechi. Preciso che non intendevo dire stilisti “Cecoslovacchi” ma “non vedenti”. Tutta la terza fila “appartiene” all’imprenditore locale che sponsorizza con maggiori lasciti la manifestazione e che può disporre di una decina di posti invitando chi gli pare e piace. Questo selezione viene interpretata dal pubblico come una forte gestione di potere. Tra gli ospiti è facilmente individuabile un falegname, capo operaio, al quale, solitamente, mancano diverse falangi. La quarta fila è quella degli ignavi, o dei “raccomandati”.
Avete capito bene, i raccomandati. Personaggi anonimi, che pur di occupare un posto a sedere e poter guardare con sufficienza la gente in piedi, sarebbe capace di vendersi l’anima al diavolo.

I “signori” e le “signore” delle ultime due file, fateci caso, ripetono sempre le stesse frasi: “…abbiamo “capato” questi posti… grazie a mio marito …perchè… troppo avanti …i rumori sono assai…e la bambina piccola… si sveglia…”.
Se casualmente passasse qualcuno dei servizi segreti internazionali, dopo aver ascoltato simili e oscure frasi, avrebbe sicuramente arrestato le “signore” accusandole di parlare in codice e/o di voler organizzare un attentato.

E passiamo alla descrizione della “location”. Il palco, solitamente, è sistemato davanti ad una “associazione di combattenti e reduci della seconda guerra mondiale”, che funge da unico camerino ed ospita più gente di quanto si possa pensare. Accanto al palco una chiesetta, le cui campane partono sempre nei momenti meno opportuni superando i 120 decibel e disturbando le esecuzioni artistiche. Ma il vecchio prete, quasi sempre, risulta datosi alla macchia. Vorrei precisare che tutto quello che vi stia descrivendo è vero e documentabile in quanto anni addietro, d’estate, anch’io, in qualità di giornalista, venivo chiamato per presentare questo genere di serate. E’ vero che dovevo sbattermi da Vieste ad Isola capo Rizzuto, da Pugnochiuso a Otranto, macinando centinaia di chilometri al giorno, ma a fine serata, oltre al cachet era prassi riempirmi il cofano della macchina di ogni sorta di ben di Dio. Olio, vino primitivo, olive, salumi, caciotte, funghi e carciofini sott’olio, frutta fresca e sciroppata, mozzarelle, caciocavallo, scamorze, frutta, verdura e tante altre ottime specialità locali. Vi confido in gran segreto che all’epoca, avevo un sogno nel cassetto. Dopo aver finito il mio solito tour estivo in Puglia e Basilicata, e dopo aver condotto tante sagre e feste patronali, ero tentato dalla voglia di vivere di rendita aprendo, a Milano ed a nome di mia moglie, un piccolo negozietto di prodotti tipici del sud Italia.

Se non sono riuscito a realizzare il mio sogno, la colpa è del mio dirimpettaio, ex maresciallo dei vigili che con la scusa del caldo e dell’insonnia estiva, mi aspettava sveglio e disponibile, in qualsiasi ora della notte. Il graduato aveva in casa sua uno stanzino-dispensa ancor più grande del mio salotto. Come fornitore ufficiale della sua cambusa aveva trovato un povero stupido, il sottoscritto, che in cambio di un aiuto nello scaricare la merce divideva il bottino al 50%. A ben pensarci son convinto di aver sbagliato non realizzando questa mia attività economica. In fondo in fondo…meglio “pizzicarolo” che giornalista pettegolo e irriverente.

Pasquino Duepuntozero

 


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