La risposta, come sta diventando sempre più evidente, è nessuno.

Dopo aver rovinato l’economia dell’enclave del Donbas, aver occupato e causato una catastrofe umanitaria, la Russia e i suoi proxy terroristi non faranno nulla per aiutare la popolazione. I poteri occidentali, riluttanti ad affrontare Vladimir Putin, certamente non intendono aprire i loro portafogli per miliardi di dollari, e l’Ucraina, che continua a spiegare e dimostrare che i suoi territori sono “temporaneamente occupati”, manca della capacità finanziaria e militare per liberare la zona. Ciò lascia in isolamento la gente dell’enclave e, in ultima analisi, completamente dipendenti da loro stessi.
Come ormai molti abitanti della zona si sono resi conto, i leader delle autoproclamate “Repubbliche di Donetsk e Lugansk” sono più inclini a distruggere che a creare, e, finché loro bazzicheranno, l’enclave sarà inavvicinabile, anche se sembra che ciò durerà per un bel po’.
La Russia ha la possibilità di fare la differenza, ma sembra determinata a fare in modo che la popolazione soffra: a Putin piace giocare il ruolo del toro nel negozio di porcellane. Ora che le terracotte sono state rotte, Putin dovrebbe pagare il pedaggio: è colpevole e deve espiare i suoi crimini. Non succederà, naturalmente.

Tutti gli esperti di relazioni internazionali russe sostengono che dalle attività di Mosca si intuisce che il Cremlino non ha nessuna intenzione di allegare i territori dell’enclave e nemmeno di andare per il sottile con la popolazione. Perché?
In primo luogo, è molto costoso incorporarli nella Russia; in secondo luogo, se li inserisci, devi assumerti la responsabilità del loro futuro; ma, come ben si sa, questi sono territori molto complessi, infestati di criminali e radicali che versano in Russia e nello spazio politico russo. Non penso che la Russia possa essere pronta per questo. In effetti sarebbe sconsiderato che la Russia s’aggiungesse tante difficoltà.
Chiaro che, valutando le difficoltà che potrebbe trovare Mosca, si presenta insensato anche per l’Ucraina.
Il risultato di queste due logiche complementari, anche se concorrenti, è uno scontro. E uno scontro significa un “conflitto congelato”, un territorio che rimane conteso e governato dagli insorti. Questo è il caso peggiore per i proxy filo russi: lasciati a loro stessi, questi personaggi guideranno l’enclave del Donbas nella depressione più profonda, accelereranno la fuga della popolazione e sosterranno la criminalità e il radicalismo, a cui c’è da aggiungere un nuovo crimine segnalato solo pochi giorni fa dal dipartimento di stato: traffico umano a fini sessuali.

Nessun politico ucraino sta affermando che “la parte occupata del Donbas deve essere separata dall’Ucraina”, ma le decisioni di Kyiv di tagliare le sovvenzioni alle sue agenzie governative, di limitare le pensioni e altri pagamenti sociali, chiudere i bancomat, il servizio postale, chiudere il traffico ferroviario verso la zona, bloccare ogni forma di commercio, rimuovere in Ucraina le università chiave della regione, indicano un ritiro della presenza istituzionale dell’Ucraina

Chi salverà allora la popolazione? Teniamo presente che una parte significativa della gente che ci abita non vuole essere salvata, loro sono convinti che le “Repubbliche auto-proclamate” siano semplicemente belle. Alcune di queste persone, quando si sono rese conto che le difficoltà aumentavano e non succedeva nulla di migliorativo, hanno cambiato idea e si sono rifugiate in Ucraina, altre, impedite economicamente, stanno aspettando la liberazione. Purtroppo, la loro attesa sarà inutile.
Le vittime di Putin si devono rendere conto che solo loro si possono liberare. Si aizzeranno contro le illegali forze di occupazione? No, è impossibile, non ne hanno la forza, sono trattate come galline in un pollaio, servono solo a fare uova.
Nel frattempo, l’inevitabile deriva del Donbas va verso lo status di “conflitto congelato”, che ha importanti implicazioni per Kyiv. Se questo rappresenta un modo per concludere i combattimenti e ristabilire le relazioni semi-normali con Mosca, Kyiv dovrà insistere sul fatto che lo status dell’enclave rimanga indefinitamente bloccato dentro un trattato di pace; ma se Kyiv accetta di riprendersi l’enclave, senza il pieno aiuto e impegno di Mosca, moriranno tutte le speranze di riforma che aprono la porta europea. E Putin, ne è ben cosciente.