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Tramutola all’inizio del XIV secolo

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Nella contea marsicana ad Enrico Sanseverino era succeduto Tommaso II (1314-1324) conte di Marsico, conte di Tricarico per matrimonio, in seconde nozze, con Sveva de Bethsan, barone di Sanseverino, signore di Centola, Polla e Cuccaro dal 1291, signore di Atena dal 1295, signore di Postiglione dal 1295 (ma rinuncia nel 1298), signore di Sanza dal 1294, signore di San Severino di Camerota, Casal Boni Ripari, Pantaloiano, Castelluccio, Cosentino, Corbella, Monteforte (di Vallo), Serre e Padula dal 1301, signore di Policastro dal 1305.

Ebbe la conferma sull’intera baronia del Cilento, Diano, Lauria, Sant’Angelo a Fasanella e Magliano Vetere. Aggiungiamo che, questi molto sentì l’influenza del santo zio, San Tommaso D’Aquino, che più di una volta aveva soggiornato nel castello di Sanseverino ove ebbe una delle sue estasi. Tommaso II si interessò attivamente per la glorificazione dello Zio. Fondò  poi a Padula (SA) la Certosa in onore di San Lorenzo (i lavori ebbero inizio nel 1306). Gli succede Tommaso III (1324-1358) conte di Marsico, barone di Sanseverino e del Cilento.

Il destino di Tramutola, fu quello che all’inizio del XIV secolo, la troviamo ceduta in dominio enfiteutico a tale Arnaldo Scandigna  o Scandiglia e ridotta in condizioni miserevoli.

La politica baronale dei monaci cavensi, all’inizio del dominio angioino, si mostrò mal disposta verso i francesi, poiché non si rassegnavano alla perdita di peso politico ed economico conseguente alla caduta della casata sveva. Questa fu la vera prima causa dello stato lacrimoso in cui versava Tramutola all’inizio del XIV secolo, insieme all’amministrazione feudale da parte dei civili.

Due lettere del re Carlo II, indirizzate al Giustiziere di Basilicata e conservate dai Registri Angioini, dice il Ventimiglia (1) , descrivono le misere condizioni in cui Tramutola era ridotta. Nella prima lettera del 1304 il re scrive che, Arnaldo di Scandigna, chiedeva gli venisse ridotto almeno per due anni l’importo delle sovvenzioni al fisco, perché Tramutola a causa della guerra era quasi distrutta e deserta di abitatori e così quelli che volessero ritornarvi potevano essere attratti dallo sgravio delle imposte. Nella seconda lettera del 1306, si dice che mentre l’ultima guerra, la guerra del Vespro, durata venti anni dal 1282 al 1302, Tramutola spesso fu invasa dagli eserciti ed ora è talmente desolata che i pochi abitatori rimasti, appena ricavano da vivere, il re perciò incaricava il Giustiziere di verificare l’esposto e che se fosse stato vero, doveva esimere il casale di Tramutola da qualunque contributo, fino a quando fosse rifiorito di abitanti e di rendite.

A Carlo II (7 gennaio 1285-8 maggio 1309) successe il figlio Roberto I d’Angiò (1309-1343) detto “il saggio”, colto e riflessivo.

Pure senza la Sicilia, dopo la pace di Caltabellotta, il regno di Napoli fu lo stato più grande della penisola, capace di conservare durante il XIV secolo, leggi, ordinamenti e caratteristiche omogenee. Oltre all’agricoltura, gli Angioini svilupparono anche l’industria, cotone e lana, prodotti con abbondanza, vennero avviati durante la guerra dei cento anni (1337-1453), tra il regno d’Inghilterra e il regno di Francia che si concluse con l’espulsione degli inglesi da tutti i territori continentali fatta eccezione per la città di Calais, e la conseguente chiusura dei mercati del nord. Così anche le sorti di Tramutola si risollevarono, mentre alla reggenza del Monastero di Cava, continuavano le discordie, tant’è che l’abate Bernardo fu costretto alle dimissioni nel novembre 1316. Fu sostituito da Filippo de Haya (dicembre 1316-dicembre 1331) nominato da Papa Giovanni XXII, per opera del ciambellano di re Roberto, Giovanni de Haya, fratello di Filippo. Questi era già stato abate di S. Giovanni in Venere (Chieti) e consigliere reale, perciò per la sua influenza si videro tempi migliori  e alcune terre furono restituite al Monastero di Cava e riconosciuti dei privilegi.

Il regno di Napoli  con Roberto d’Angiò sembrò avviarsi su un cammino di progresso e l’abate Filippo de Haya, utilizzando l’ascendente verso la corte Angioina da parte del fratello, si adoperò per restaurare il patrimonio del feudo abbaziale di Tramutola, cercando di farvi tornare gli abitanti, perché senza questi non aveva alcun senso parlare di feudo. Gli abitanti erano andati via perché si erano sentiti abbandonati dall’abate e maltrattati dai nuovi padroni. L’abate pensò che per far rifiorire l’agricoltura e la pastorizia a Tramutola era necessario, con la sua influenza, far restituire alcune terre sottratte al Monastero e far riconoscere alcuni privilegi dal re, affinché poter contrattare il ritorno degli abitanti nel feudo ormai quasi deserto. Così risulta da un documento del 1319, quando l’abate Filippo de Haya era a Montemurro ove constatò che alcune famiglie di Tramutola si erano trasferite in quel paese. Le famiglie di Tramutola che abitavano a Montemurro erano Giorgio Salvaggio, Martuccio de Stefano e Manfredi de Rosa che dichiaravano di essere essi stati vassalli del Monastero di Tramutola e che erano pronti a tornare e prestare tutti i diritti, redditi, censi consueti, sotto pena di dieci once d’oro a testa, però a patto che né l’abate, né i monaci li inviassero altrove. In caso di inadempienza l’abate poteva sequestrare, senza processo i loro beni, mobili e immobili e anche gli stessi animali da aratro, nonostante la legge non lo consentisse, senza un regolare processo. Questo accordo medioevale poteva essere estorto, a quei poveri vassalli, solo con la convinzione di poter vivere in un luogo ove ritrovare la benevolenza, di un tempo, dei monaci che avevano conquistato quelle popolazioni perché, negli anni addietro, avevano subito maltrattamenti.

Raggiunto lo scopo di aver di nuovo valorizzato il feudo abbaziale di Tramutola, l’abate Filippo de Haya lo cedette in enfiteusi, per dieci once d’oro annue, a sua sorella Francesca de Haya e al marito di lei Giovanni de Ponciac, vita loro natural durante, in modo che morendo l’uno di essi erediterebbe il coniuge superstite. Ben presto Francesca rimase vedova e passata a seconde nozze con Ruggiero conte di Celano negli Abruzzi, dovette abbandonare il nostro paese in cui lasciò un gabellota o esattore che a suo nome riscuoteva i tributi. Questi non curante dei lamenti degli abitanti tramutolesi, li angariava in malo modo, al ché essi stanchi ricorsero all’abate Gottardo (gennaio 1332-settembre 1340), il quale era succeduto al de Haya.

Mosso a compassione dalle loro disgrazie, indusse la contessa di Celano, Francesca de Haya, a restituire il feudo Tramutola al Monastero di Cava, rinunziando ai suoi diritti. La contessa con atto pubblico del 24 giugno 1336 per notar Luca Violante di Napoli, rilasciò il feudo abbaziale di Tramutola ed ebbe in compenso dall’abate il diritto di riscuotere, vita sua natural durante, la gabella e pensioni di alcune botteghe del Monastero della Badia di  Cava che possedeva nella città di  Napoli in via Corvisieri presso S. Eligio Maggiore, con l’obbligo di dare ogni anno al Monastero, in riconoscimento della proprietà, dieci libbre di cera. Ritornato alle dirette dipendenze del Monastero, ripresero per Tramutola, gli anni dello sviluppo angioino.

Il lungo regno di Roberto viene ritenuto il periodo di massimo splendore della monarchia napoletana, alla sua morte, in mancanza di eredi maschi, per la prematura morte del figlio Carlo III (duca di Calabria), destinò il regno alla figlia di quest’ultimo e di Maria di Valois, la diciassettenne Giovanna I d’Angiò (1343-81), promettendola in moglie ad Andrea d’Angiò figlio del re Caroberto d’Ungheria.

Durante il regno di Giovanna I, diventa inarrestabile l’ascesa della potenza nella Corte, di Tommaso III Sanseverino, il quale continua a manifestare la stessa devozione degli antenati verso i benedettini. Con lettera del 15 novembre 1343 la regina riconosce Tommaso come maggiore ufficiale regio, e infatti, il 28 agosto 1344, il primo a firmare l’atto pubblico dell’incoronazione della regina nella chiesa di S. Chiara, è Tommaso Sanseverino conte di Marsico e Gran Connestabulo, e allo stesso viene concessa dalla regina l’alta giurisdizione a vita in tutte le terre del regno. I Sanseverino di Marsico, per merito di Tommaso III, diventano i primi feudatari napoletani.

A Tramutola, si era da poco risolto la vertenza con la contessa Francesca de Haya, quando la potente famiglia Sanseverino, conti di Marsico, mal sopportavano di avere al centro della loro contea il feudo abbaziale Tramutola, di altrui pertinenza. E’ noto quanto ambivalente sia stata la posizione dei Sanseverino nei riguardi della Chiesa e del Monastero di Cava e suoi feudi, certamente sono stati uomini d’ossequio nelle materie formali, amici di ecclesiastici, vivificatori di monasteri, ma ugualmente pronti all’inganno, quando urgenze di carattere territoriali si impongono con forza superiore ad ogni tentativo di accomodamento. Così con un atto di prepotenza, non raro in quei tempi, il Sanseverino se ne appropriò del feudo Tramutola, celando la violenza con un supposto contratto di fitto ed in tale condizione rimase finché Tommaso III di Sanseverino con un diploma del 18 maggio 1352, da Eboli, restituì alla Badia di Cava quel feudo. In quella circostanza dichiarò che lo faceva per la devozione sempre avuta per l’abate ed i monaci del Monastero, avendo ritenuto conveniente restituire quel feudo che fino allora aveva presunto ritenere “sub colore locationis”. Con ciò la Badia di Cava fu reintegrata nei suoi diritti e per alcuni anni non vi è memoria di lamenti o disgrazie, perché mentre si continuava a combattere la guerra dei cento anni tra francesi e inglesi, il regno di Napoli vive con gli angioini un periodo di progresso capace di attirare artisti come Giotto e Tino di Camaino, simile a quello di Firenze e Milano. Anzi un documento del 19 gennaio 1354 ci da argomento a considerare essere tornato a Tramutola la vita normale. Trovandosi l’abate Maynerio (2 ottobre 1340-settembre 1366) a Castellabate, il monaco Guglielmo da Eboli priore del Monastero di S. Arsenio, gli fa gli elogi dei servigi prestati, da Giovanni di Polla, abitante e vassallo di Tramutola e l’abate in premio gli concede in enfiteusi a lui e ai suoi discendenti un orto sito in Tramutola nel luogo detto S. Lorenzo tra le proprietà di Gervasio di Tramutola, di Guglielmo Caggiano e Matteo Marotta e per censo richiede tre libbre di cera buona e pura da darsi ogni anno nel mese di settembre.

Giovanna I d’Angiò, primo sovrano napoletano di nascita, è una figura controversa che viene descritta come amabile e gaia o lussuriosa e sanguinaria. Certo è che il suo regno fu caratterizzato da vicende in cui si alternavano complotti di corte, scontri esasperati e violente esecuzioni. Tutto questo trovava in parte alimento nelle discordie sollevate dai comportamenti della regina che si sposò ben quattro volte. Il sospetto di aver avuto un ruolo nell’assassinio del primo marito Andrea (1345), indusse il fratello di questi, Luigi I d’Ungheria, a venire in Italia (1347) per vendicarlo. 
Riuscì ad installarsi agevolmente in una Napoli malamente difesa ed abbandonata da Giovanna che era fuggita in Provenza con il secondo marito Luigi, figlio del Principe di Taranto. Luigi d’Ungheria, nel 1348, dovette rientrare in patria, richiamato dai pericoli di una opposizione che si stava organizzando e dal timore della peste. Giovanna, rientrata a Napoli (1352), si scontrò, per la gestione del potere, con il marito Luigi di Taranto che, sostenuto dall’abile consigliere Nicola Acciaiuoli, riuscì a prevalere ed a farsi riconoscere re.

Nel decennio del suo potere, egli tentò di recuperare le posizioni angioine in Piemonte e Sicilia, riuscendo indenne da continue congiure sostenute dai Durazzo d’Ungheria.

In questo periodo storico, del regno di Napoli, é evidente la decadenza politica del Meridione che va fatta risalire non solo alla continua contesa dinastica ed alla guerra che per due secoli si verificarono nei due regni, Napoli e Palermo, ma soprattutto alla perdita di autorità politica. Per la Badia di Cava, la perdita di autorità politica, nel Meridione, comportò che nel 1357 l’abate Maynerio, fu assediato in Castellabate da Nicola del Vulture, signore di Rocca. Reso prigioniero, l’abate, rimase nelle sue mani per cinque mesi(2). Nel 1364, altri banditi saccheggiarono la Badia e la stessa sorte capitò al feudo Tramutola.

(1) Domenico Ventimiglia “DIFESA Storico-Diplomatico-Legale Della Giuridizion Civile del Sacro Real Monastero della SS. Trinità de’ PP. Casinesi della Cava nel Feudo di Tramutola” in esclusione Delle dimande dell’Università di quella Terra, e del Regio Fisco. 1801

(2) Domenico Ventimiglia “Notizie Storiche del Castello dell’Abbate e dei suoi Casali nella Lucania” Arnaldo Forni Editore Ristampa dell’edizione di Napoli, 1827.


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