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Solstizio d’inverno, miti e tradizioni della notte più lunga dell’anno

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Solstizio d’inverno, miti e tradizioni della notte più lunga dell’anno

di Enzo Varricchio

Oggi, 21 dicembre, alle ore 16:28, è il solstizio d’inverno: il giorno più corto dell’anno o la notte più lunga se preferiamo. Per le popolazioni primitive la categoria di tempo si compenetrava nei ritmi biologici al punto che le articolazioni stagionali e mensili erano scandite in modo tale da rispecchiare lo spegnersi e il rifiorire annuale della natura e l’inizio del suo nuovo ciclo.

“La coincidenza tra corso annuale della natura e concezione del tempo portava a ritenere che con il concludersi dell’anno si esaurisse anche il ciclo del tempo. Questa evenienza così critica veniva individuata a ridosso del solstizio d’inverno (21 dicembre)[1], nel momento cioè della massima distanza angolare dei due piani formati dall’eclittica e dall’equatore, quindi di minore insolazione della terra per la parte interessata. Moriva la vegetazione e con lei moriva il tempo. Declinava la luce e estendeva i suoi confini il regno delle ombre. Era l’inverno, era dunque l’inferno” [2].

Invero, l’inferno (è forte l’affinità con la parola inverno) come luogo di punizione è un’invenzione tarda[3]. Le civiltà arcaiche sentivano caso mai nella stagione fredda la vicinanza con le potenze infernali nel senso di infere e subterrestri, con gli dei ctoni dell’oltretomba, con l’antimondo dei morti che ritornano. La cultura occidentale (e il cristianesimo in modo radicale e definitivo) ha in seguito scisso la vita dalla morte, relegando quest’ultima nel campo del nulla e del non essere in attesa della resurrezione. Non era così per le culture primitive, almeno per quelle successive al periodo in cui si diffuse l’agricoltura nell’area mediterranea (VI – VII millennio a.c.). Tutta la simbologia delle ricorrenze festive invernali, strettamente connessa ai cicli agrari e finalizzata a favorire magicamente la rigenerazione della vita, la nascita della pianta dopo la morte del seme, era basata sulla convinzione che non esistesse una netta distinzione tra il mondo iperboreo e quello sublunare. L’universo era considerato una unità simpatica[4]. Il fuoco, figlio del sole, elemento che illumina e riscalda, immagine concreta dell’energia vitale, veniva acceso e custodito in modo sacrale da vestali o sacerdoti. La sua estinzione equivaleva alla fine del mondo. Questo spiega perché i personaggi leggendari del periodo invernale (San Nicola, Santa Lucia, I Magi, la stessa Befana) hanno sempre avuto qualche rapporto col fuoco e ancor oggi si è soliti accendere candele, falò o strumenti pirotecnici nel periodo che precede l’Epifania.

Le modalità con cui coltivare la terra o intraprendere la navigazione erano strettamente dipendenti dall’andamento atmosferico e dalla scansione temporale determinata dagli astri e dai cicli vitali. La vita e la morte, il sole e la luna, la luce e l’oscurità, il male ed il bene erano eternamente compresenti nella loro ciclicità. Persino la divinità doveva morire e rinascere per promuovere la resurrezione della vita. E’ un esempio di tale assioma Dumuzi o Tamuz[5], celebrato durante la festa sumerico accadica del Capodanno[6]. La stessa funzione di morte e resurrezione è affidata al dio egizio Osiride[7], nel suo aspetto di divinità generatrice, al binomio femminile[8] mediterraneo Demetra – Kore, al dio indoariano (poi adottato dai romani) Mitra[9], al dio azteco Huitzilopochtli[10], al Babbo Natale arso vivo a il 24 dicembre davanti alla cattedrale di Digione (descritto da Claude Lévi – Strauss[11] in Le Père Noel supplicié).

Gesù, figlio di Dio, “sole del cristianesimo”, morendo distrusse la morte e risorgendo affermò la vita, così ergendosi a cardine del ciclo cosmico.

[1] Questa data segna la fine della fase calante del sole sull’orizzonte (nell’emisfero boreale). Da questo giorno, il più breve dell’anno per durata di luce, inizia la nuova fase crescente che trova culmine, sei mesi dopo, nel solstizio d’estate, il 21 giugno. Durante il solstizio invernale il sole sembra estinguersi e invece comincia a rinascere.

[2] A. Butitta, introduzione a Babbo Natale giustiziato, di C. Lévi-Strauss, Sellerio, 1995, pag. 16.

[3] H. Vorgrimler, Storia dell’inferno, Casale Monferrato, 1995.

[4] nel senso etimologico e magico che si attribuisce alla parola.

[5] il più antico dio di cui si abbia traccia – 3.500 a.C.

[6] cfr. A. Butitta, op. cit., pag. 35.

[7] la data della sua morte si considerava il giorno 17 del mese di Athir, corrispondente all’attuale 14 novembre.

[8] a favore di una priorità indimostrata delle divinità femminili, vedi M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, 1990 e L. Chiavola Birnbaum, Black Madonnas, 1993. Sostengono la “ginandricità” della divinità primitiva gli autori di Elissa, Tradizioni e culti pagani di primavera, 1996.

[9] la cui data di nascita era fissata al 25 dicembre.

[10] festa dell’ultima settimana dell’anno, in coincidenza del solstizio d’inverno.

[11] C. Lévi Strauss, Le Père Noel supplicié, pubblicato nel 1952 nella rivista “Les Temps modernes”. Il breve saggio trae spunto da un fatto di cronaca. Alcuni solerti fedeli, il 24 dicembre del 1951, bruciarono un fantoccio raffigurante Babbo Natale sul sagrato della cattedrale di Diogione. La spettacolare esecuzione si svolse alla presenza di parecchie centinaia di bambini dei patronati. “Egli era stato accusato di paganizzare la festa del Natale e di essersi insediato in essa come un cuculo occupandovi un posto sempre più grande. Gli si rimprovera soprattutto di essersi introdotto in tutte le scuole pubbliche da cui il presepe è scrupolosamente bandito” (dalla traduzione italiana di Clara Claruso per i tipi Sellerio). Vien da chiedersi se il clero di Digione rammentasse che Babbo Natale non è altro che l’evoluzione mitopoietica del veneratissimo santo Nicola di Myra e Bari, celebrato il 6 dicembre. Forse sì, considerato che la chiesa cattolica non è mai stata troppo tenera nei confronti del santo vescovo di Licia. Nel 1969 ne ha degradato la memoria da obbligatoria a facoltativa, a causa delle incertezze sulla sua esistenza storica ma anche per le sue contaminazioni con altre figure pagane. Al riguardo, v. C. W. Jones, Saint Nicholas of Myra, Biography of a Legend”, 1978. Vedi postea.


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