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C’era un re piccolo piccolo senza favola e lieto fine

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Piccolo, e non solo di statura. Vittorio Emanuele III ancora Re, prima firma l’armistizio con gli alleati poi lascia il Paese e le forze armate senza ordini a fare i conti con i tedeschi e si rifugia a Brindisi.
– ‘La morte della Patria’, il giudizio più severo.
– Un regime autoritario e una guerra disastrosa.
– Leggi razziali che riportarono l’Italia al medioevo.

Ortona, cittadina in provincia di Chieti, è nota per un episodio che ha lasciato un segno marcato nella storia d’Italia: dal porto, nella notte tra il 9 e il 10 settembre 1943, salpò la corvetta Baionetta sulla quale si era imbarcato Vittorio Emanuele III diretto a Brindisi, assieme alla moglie Elena, al figlio Umberto e al maresciallo Badoglio. Poiché – come è noto – le forze tedesche presenti in Italia reagirono molto duramente all’annuncio dell’armistizio occupando il paese e catturando migliaia e migliaia di soldati, il frettoloso imbarco a Ortona per sfuggire alla Wehrmacht, rappresenta ancora oggi un’immagine viva (e controversa) nella memoria nazionale. Non si tratta però di un’immagine gloriosa, ma piuttosto di una sorta di soluzione di comodo adottata frettolosamente sotto la pressione del momento, e non mancano giudizi ancora più severi.

Di fatto, mentre disordinatamente e con scarse speranze si combatteva in vari luoghi dall’Egeo ai Balcani per fermare i tedeschi, un convoglio reale partito da Roma e composto da poche auto raggiunse la costa adriatica senza destare alcun clamore e nella notte gli augusti personaggi, mettendosi in salvo, presero il mare all’insaputa degli stessi ministri del loro governo. Più grave fu il fatto che all’esercito o alla marina non furono date istruzioni precise sul da farsi in quelle drammatiche circostanze, né da che parte schierarsi: tutta la struttura dello stesso Stato sembrò crollare all’improvviso e come scrisse Salvatore Satta fu ‘la morte della Patria’. Una morte il cui principale responsabile agli occhi di tutti fu sostanzialmente il re, circondato da una corte di consiglieri altrettanto colpevoli, quanto incapaci.

Luogo simbolico della ‘morte della patria’ fu proprio il molo di Ortona, dove una piccola folla si era accalcata nella speranza di essere imbarcata, fino a quando un ammiraglio annunciò che – a causa della mancanza di salvagenti – non era più possibile ricevere a bordo altri passeggeri e ciò fu anche il segnale della partenza. Molti mormorano la loro disapprovazione, qualcuno alzò la voce e un paio di generali presenti si vendicarono a modo loro aderendo in seguito alla mussoliniana repubblica di Salò. L’episodio fu insomma sotto vari aspetti un vero e proprio spartiacque: sebbene taciute sino a quel momento apparvero all’improvviso anche altre responsabilità per quanto era accaduto nel paese a partire dall’ottobre 1922.

Un regime autoritario non solo aveva privato gli italiani della libertà, ma li aveva spinti in una guerra disastrosa. Lo stesso regime, dopo aver proclamato le leggi razziali, aveva discriminato una parte consistente di italiani solo per compiacere il dittatore nazista, ma lo aveva fatto comunque con l’avvallo del re, che aveva infatti firmato senza fare alcun commento una legge che riportava l’Italia al medioevo. La recente vicenda del rientro della salma del re in Italia ha riaperto queste antiche questioni, a cominciare dal fatto che il rientro – un po’ ufficiale, un po’ sottotono – sembra assomigliare molto alla partenza del settembre 1943, inattesa e con un basso profilo e soprattutto che mette di fronte a un fatto compiuto. Resta però ancora in sospeso la questione della ‘morte della patria’ che – nonostante alcuni timidi auspici espressi in questi giorni – non risorgerà per questo a Vicoforte.


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