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Sallentum,  in un romanzo l’epopea degli antichi Messapi

Oltre Tevere

di Enzo Varricchio

Per chi vuol conoscere la storia antica della Puglia e le gesta epiche dei popoli che l’abitarono alle sue origini, è in uscita nelle librerie il prezioso volume Sallentum. L’epopea messapica del III sec. a. C. da Pirro ad Annibale e la conquista romana di Quinto Fabio Massimo (ed. Schena) dello storico Fernando Sammarco.

L’Autore aveva già pubblicato altri lavori sul tema:  “I Leoni di Messapia”(1999),  “I Leoni di Messapia II – Il Cerchio di Fuoco”(2004) e “Re Arthas il Grande – Leone di Messapia” (2010), ma in questo caso si tratta di un romanzo storico avvincente che ci riporta indietro nei secoli alla scoperta di un’antica popolazione illirica stanziatasi  in un territorio corrispondente alla Murgia meridionale e al Salento attuale. La denominazione Messapia (forse “Terra tra i due mari”) fu il nome dato al territorio dagli storici greci.

Di seguito, riportiamo la prefazione al libro del Prof. Damiano Mevoli, ricercatore di Lingua e Letteratura Latina dell’Unisalento.       

“Il nuovo lavoro di Sammarco è l’avvincente racconto di una fine annunciata. Siamo agli inizi del III sec. a. C., Tarentum e l’intera Messapia sono ormai ineluttabilmente destinate a soccombere  di fronte alla straordinaria potenza militare di Roma. Plaratames di Manduria, giovane e valoroso discendente di Arthas il Grande, temendo la quasi certa ripresa del  conflitto con Roma,  si reca a  Taranto in veste diplomatica alla ricerca di un accordo per fronteggiare l’imminente pericolo.

Nel frattempo, strani segni premonitori si stavano manifestando nei cieli della Messapia e, in particolare, presso il santuario di Damatra Sturnia, dove,  di buon mattino, furono visti arrivare stormi di vari uccelli, fra i quali anche falchi e corvi, che, dopo essersi posati sugli alberi, si misero tutti insieme a stridere, gracchiare e cinguettare, dando l’impressione che stessero discutendo fra loro. All’improvviso sopraggiunsero due grosse aquile, che ne fecero strage. Solo pochi sopravvissuti riuscirono a disperdersi nelle campagne, mentre alcuni falchi furono visti fuggire verso il mare.

Il responso della dea fu molto chiaro. Le aquile simboleggiavano le legioni romane, che ben presto sarebbero ritornate per sterminare tutti quelli che si opponevano al loro imperium. I falchi e i corvi, invece, rappresentavano le forze straniere e i loro mercenari,  che con la scusa di prestare soccorso alle popolazioni messapiche,  di fatto, tentavano di impadronirsi delle loro terre.

Sembra quasi che l’Autore fosse lì, ancora una volta, testimone senza tempo di un pezzo di storia, di cui si è persino perso il ricordo e che sempre con grande fatica stenta a farsi strada tra le pagine dei libri di storia. È come se Fernando Sammarco fosse immerso in un tempo infinito e avesse scelto di vivere e di agire come l’ultimo dei Messapi, assumendo su di sé il sacro compito di custodire la memoria di quelle antiche genti, a cui con grande slancio spirituale ha da lungo tempo votato la sua stessa esistenza.

Già le sue prime prove letterarie – da “I Trucumani“, in cui in chiave farsesca parla dell’invasione saracena di Manduria nell’anno Mille; a una ricerca sugli “Insediamenti protostorici nel territorio di Manduria“; al saggio a più mani su “Un mistero di un antico tracciato di una vecchia carta topografica“; alle stesse ricerche sulle “Origini storiche del Salento messapico” – testimoniano un interesse profondo e appassionato per gli avvenimenti della sua terra, che egli non vede mai in chiave localistica o campanilistica, bensì inquadrandoli in una prospettiva molto più ampia e organica, in un contesto storico di riferimento, che si potrebbe definire universale, almeno per la dimensione che questo termine può assumere parlando di storia antica.

Egli lo fa con perfetta padronanza della materia, inserendo sempre le vicende dei Messapi in un discorso di ampio respiro internazionale, con l’occhio attento all’evolversi della complessa situazione geopolitica dell’Italia e di tutto il Mediterraneo.

Anche Sallentum, perciò,può essere definito un romanzo storico nel senso pieno del termine, inserendosi, a buon diritto, in un consolidato filone, che ci rimanda alla tradizione inglese e agli stessi maestri di questo genere letterario. Un simile romanzo, ovviamente,  non si improvvisa, né può essere frutto di subitanea ispirazione. Anche questo, come gli altri, affonda le proprie radici nella storia stessa dell’Autore, quando, fanciullo, assorbiva l’amore per l’archeologia e per i Messapi, in particolare, direttamente dalle labbra del padre Beniamino, mentre lo conduceva per mano tra le antiche vestigia di quel grande popolo venuto dal mare.

L’opera di Sammarco ha richiesto una approfondita e paziente ricerca sulla storia dei Messapi, sulle loro origini, sulle loro consuetudini di vita, sulla loro religione, sulla loro organizzazione politica e militare, sulla loro economia, sui loro istituti politici e giuridici, sui loro costumi, sui loro usi, sui loro comportamenti, sulla loro società. Essa si configura, perciò, non come puro diletto della fantasia, ma come un seducente compromesso tra il rigore storico e la finzione scenografica e recitativa, al fine di facilitare la comprensione di un’epoca tanto distante da noi, quanto poco nota, e quasi misteriosa nei suoi accadimenti, se è vero – come è stato egregiamente osservato – che la storia antica si riduce spesso a un’esilissima trama di riferimenti a vicende per lo più belliche. E proprio su questa esilissima trama Fernando Sammarco riesce ancora una volta a costruire anche l’ultima fase della sua appassionante “epopea romanzata” dei Messapi, recuperando e integrando con accuratezza scientifica tutto ciò che di certo, ma anche di labile o persino di incerto e di fantasioso può ricavarsi dalle fonti. Ma solo così, amplificando con la sua fantasia di scrittore appassionato tutti gli elementi utili a disposizione, Fernando Sammarco ha potuto costruire con grande efficacia la sua “storia”. E se non vi è  dubbio che questo modo di procedere può segnare i limiti della veridicità storica del romanzo, tuttavia, sul piano metodologico, esso mette in luce gli indubitabili meriti dell’Autore, configurando la sua fatica letteraria come una vera e propria opera di sistematizzazione di tutte le conoscenze sui Messapi.

Come un paziente paleontologo, in grado di ricostruire da un unico, piccolo ossicino la struttura di animali giganteschi scomparsi da milioni di anni, così l’Autore di Sallentum,mettendo sapientemente insieme l’indagine storica con la fantasia del narratore, spesso ricostruisce scenari narrativi, che, a volte, sembrano andare anche al di là della soglia del verisimile. Il rigore scientifico, la finzione scenografica e recitativa sono, perciò, la cifra di riferimento dell’opera e ci offrono le chiavi di lettura per penetrarla e interpretarla. Della finzione scenografica fanno sicuramente parte le descrizioni dei paesaggi, in alcune delle quali si avvertono toni di un intenso lirismo. Sammarco si rivela capace non solo di descrivere luoghi fisici, ma anche di dipingere veri e propri luoghi dell’anima, spazi incantati e senza tempo, nel loro riproporsi immutabili e sempre uguali per chi riesce a coglierne l’intima ed eterna bellezza sia nel passato che nel presente.

Alla finzione narrativa appartengono i dialoghi e i discorsi dei vari personaggi. La scelta del dialogo si rivela quanto mai funzionale al modo di raccontare di Fernando Sammarco. Egli, infatti, sveste spesso i panni dell’onnisciente “io narrante”, che racconta agli altri cose viste e vissute, per dare spazio ai vari personaggi, che attraverso i loro dialoghi fanno emergere gli intrecci della narrazione, illuminando anche le situazioni storiche vissute. Il racconto acquista vivacità e drammaticità attraendo e incuriosendo ancora di più il lettore. 

I dialoghi sono ovviamente inventati, ma, a volte, ci si trova davanti ad una tale freschezza e precisione, a un tale grado di partecipazione, che anche quando i personaggi discutono di politica si ha l’impressione che l’Autore riproduca fedelmente ciò che ha veramente sentito, come se egli stesso fosse stato lì, presente, mentre i Curioni di Messapia parlavano nelle loro riunioni e nelle loro assemblee.

Sembra quasi che quelle parole, rimaste sospese nell’aria per millenni, si siano rese di nuovo disponibili alle orecchie di colui che ha saputo comprenderle, raccontandogli di un mondo del passato, ridotto ormai a poche, scarne vestigia, a pochi ruderi, a volte trascurati, a rare testimonianze letterarie, che l’Autore, come un aedo, ha saputo non solo captare, ma anche interrogare e persino interpretare. E proprio come un antico cantore ha, poi, saputo raccontarle, divulgarle, perché all’oblio del tempo fosse sottratta la splendida storia di quelle antiche genti, così colte e ospitali, così intelligenti e aperte, così disponibili e coraggiose, così fiere e piene di dignità.

Eppure, se di quelle meravigliose genti, poche, troppo poche sono le testimonianze sopravvissute, un motivo ci deve pur essere.

Quando pensiamo alla nostra storia ci fermiamo quasi sempre a quella romana. Non c’è dubbio che tutto ciò è potuto accadere perché i Messapi e tutti i popoli che gravitavano intorno al Mediterraneo  ebbero la ventura di entrare in contatto con Roma, alla quale il Fato aveva concesso uno spazio illimitato e un tempo infinito, che, dopo aver sottomesso i con la forza delle sue legioni tutti i popoli vicini, li sottoponeva a un tale processo di romanizzazione, da giungere nel giro di poche generazioni a cancellare la loro stessa identità.

Solo alcuni aspetti della loro cultura originaria continuarono ufficialmente a sopravvivere, ma soltanto perché venivano fatti propri, sistemati e, in qualche modo, inglobati nella cultura ufficiale dei conquistatori. Tutto il resto si disperdeva o si inabissava in percorsi sotterranei, trovando, soprattutto in campo linguistico, propri canali di sopravvivenza solo grazie alla tradizione orale e alla cultura materiale.

Basti considerare che per la cultura ufficiale romana  – e per la letteratura che la esprimeva al massimo grado – i popoli, spesso brutalmente sottomessi, furono ricordati solo nella figura del loro eroe eponimo. I Messapi furono identificati con Messapus, mitico fondatore della stirpe, che partecipò alla guerra che oppose Turno ad Enea, che, anzi, fu tra i primi a mobilitare le genti italiche contro l’invasore troiano.   L’essersi opposti alla fondazione di Roma e al compimento del fato voluto dagli dèi costituiva agli occhi dei Romani una colpa gravissima, un vero e proprio nefas, meritevole di una punizione esemplare.

Prima di soccombere sul campo di battaglia, combattendo strenuamente per il suo popolo, l’estremo desiderio del valoroso Plaramates era stato quello di essere almeno ricordato dai suoi posteri come un eroe.  Ma i Romani, cancellando i Messapi dalla Storia, resero vano anche quel suo sacrosanto, ultimo auspicio.  

È merito di Fernando Sammarco e del suo Sallentum averlo finalmente inverato”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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