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«Palermo, o del disamore» di Davide Romano

Interviste & Opinioni

Ci sono infiniti modi per raccontare una città. E tante le chiavi di lettura da cui partire. Perché una città, soprattutto una grande città, ha tante sfaccettature che forse risulta difficile, per riassumerle tutte, dedicarvi anche una vita intera.

A Palermo, anche l’emarginazione ha caratteristiche del tutto particolari. Come l’opulenza, del resto. Falsa questa, come vera, verissima è l’altra. Quella cronica, e quella recente. Ma nella città del sole si vive e si convive con l’indigenza. Come una fatalità, come un destino crudele che non si può sovvertire, che si accetta, come si accetta l’illegalità diffusa, che in un modo o nell’altro può darti il pane quotidiano e qualche bene di consumo. Si può sopravvivere in questa città, purché ci si muova entro recinti ben definiti ed entro regole non scritte, ma da tutti conosciute e scrupolosamente applicate. In caso contrario, ci si può rimettere anche la vita. Perché Palermo, checché se ne dica, o per quanto voglia apparire a se stessa e agli altri, è una città grigia. Nel senso che qui tutto si confonde, e sembra quasi si annulli. Non sai come prenderla questa città, e quando credi di averla afferrata, di averla compresa, ecco che basta un qualcosa e ti sfugge tra le dita, si confonde agli occhi, ti appare diversa da quella che pensavi fino ad un attimo prima.

Appare bella Palermo, sontuosa direi. Allegra nelle sue vetrine illuminate, nella gente che sciama per le strade, nelle centinaia di rosticcerie profumate che trovi ad ogni angolo di strada, nella pasticcerie che ti adescano voluttuose per offrirti delizie mai assaporate, nei ristoranti sempre affollati stracolmi di pietanze stuzzicanti, nei mercati ricchi di cibi esposti con spudorata sensualità, sì, ti affascina Palermo, e la credi fortunata, felice, anzi “felicissima” come si diceva una volta. E poi, basta soltanto inoltrarti per una stradina secondaria, fare pochi passi lontano dal centro e ti trovi di fronte a spettacoli di miseria che avresti creduto appannaggio esclusivo di popolazioni del Terzo e Quarto Mondo. Ma non è una miseria dignitosa, come la puoi trovare in Africa, in Asia, o in Sud America. Non c’è dignità nella miseria palermitana, così come nella sua ricchezza.

Ti colpisce Palermo, al primo sguardo. Ti colpisce nei suoi monumenti. Quelli rimasti, ovviamente, ché molti per incuria sono andati perduti. Secoli di culture le più diverse, armonicamente assortite. Eppure non c’è città italiana con un paesaggio urbano così degradato come quello palermitano, e con una approssimativa e ingiuriosa conservazione dei suoi monumenti. Basti pensare alle vicende del suo Teatro Massimo, uno dei migliori del mondo, tenuto chiuso per oltre vent’anni, poi riaperto e immediatamente ricacciato nell’oblio. Ma la situazione dei teatri palermitani, tanti e bellissimi, abbandonati a se stessi, e talora destinati a magazzini o depositi di merci, è uno di quegli sprechi che gridano vendetta a Dio e agli uomini. Ma a Palermo si spreca tutto. Si sprecano le parole, ed anche la vita. 

Eppure a sentire i cittadini del capoluogo siciliano, Palermo è la più bella città del mondo, ha un clima invidiabile, vanta storia e tradizioni di tutto rispetto (ma quanti le conoscono veramente, e non per sentito dire?). Tanta devozione avrebbe dovuto partorire chissà quale crescita culturale, ed invece poco e niente. È un mistero inspiegabile, ma Palermo è anche la città dei misteri inspiegabili.

Non mi riferisco qui alle tante vicende di mafia che le hanno dato fama imperitura in tutti e cinque i continenti. Palermo, per fortuna, non è soltanto la capitale della mafia (e dell’antimafia, non dimentichiamolo), ma sembra che per il mondo intero l’unico argomento degno di nota riferito a questa città siano i delitti di Cosa Nostra. Questa opinione diffusa, quasi impossibile da contrastare e sradicare, ha a sua volta generato, proprio nel campo della cultura, una distorta visione della città stessa, anche tra le menti più lucide e colte che in essa operano ai più diversi livelli.

È una condanna, ormai. Un luogo comune, dal quale non si riesce a venirne fuori. Responsabilità degli altri, sicuramente. Ma non solo. La verità è che Palermo non vuole o non sa proporsi sotto altra luce.

Una città cannibale, qualcuno l’ha definita. E forse non ha sbagliato del tutto. Non credo che ci sia altra città al mondo che ami divorare se stessa, il suo passato, il suo presente e il suo futuro come Palermo. Una città che rifiuta la sua storia, quasi fosse un peso insopportabile, è giocoforza destinata a prendere in prestito modelli comportamentali altrui, non si confronta con essi, li accetta passivamente, senza offrire in cambio il contributo della propria identità, con la quale gli altri debbano a sua volta confrontarsi. In fin dei conti rimane soltanto una grande città di provincia, senz’anima.

Si può amare Palermo, soltanto odiandola. Nei suoi vizi secolari, e nei suoi miasmi segreti. Un città che si riunisce e si attarda volentieri di fronte a tavole riccamente imbandite, ma dove il pettegolezzo e la calunnia, la maldicenza e il rancore trasudano anche nelle chiacchiere frivole, nella fantasiosa mimica facciale e nella gesticolazione esuberante e talora un po’ sboccata. Dove il parlare chiaro e tondo è un difetto imperdonabile, e l’ammiccamento e il sottinteso una pregevole virtù. Un città ambigua, falsa e bugiarda. E frantumata in gruppi o caste che mai sono riusciti a identificarsi in un comune sentire. Un agglomerato di uomini e cose, più che una città, tenuta insieme da fili sottilissimi e inestricabili, da legami di convenienza e di subordinazione, imposti e accettati, ma sempre sul punto di esplodere in conati di violenta ribellione. Una ribellione che non si capisce bene, quando scoppia, verso chi sia diretta. Perché a Palermo tutti sono colpevoli e innocenti nello stesso tempo. O così almeno si vuol far credere, e forse il crederlo non è poi così errato.

Una città autolesionista, che non si ama e non si riconosce come città. Come tutto ciò sia potuto succedere e come rimanga immobile nei secoli, questo resta ancora una questione irrisolta. Ma Palermo è la città delle questioni irrisolte. Come quello di una classe dirigente capace, colta e moderna. Perché qui abbiamo imprenditori cialtroni e bottegai spocchiosi, politici boriosi ed egocentrici e intellettuali vanesii, popolino tracotante e piccola borghesia servile e ipocrita. Città incolta, Palermo. Improduttiva e gaudente. Opaca, anonima, stanca: una città che sospira e non respira.       

Eppure la cronaca di ogni giorno, la più recente e la più antica, è ricca di storie straordinarie, che possono dare spunto ed alimento ad una produzione artistica di buona e talvolta ottima levatura. Storie grandi e storie piccole. Nelle quali un russo, un americano o un cinese possono ritrovarsi. Perché le storie degli uomini sono comprensibili da tutti, anche se, com’è naturale, possono essere diverse da quelle di altre città. Anzi, proprio la diversità ne costituisce il pregio maggiore. 

Ci sono a Palermo, non meno che in altre città, personaggi, situazioni, vicende che possono aiutare a capire il mondo in cui viviamo. Oltre, ovviamente, allo spirito peculiare del luogo in cui tali storie nascono. Palermo vive le contraddizioni, le mode, i gusti, i drammi che vivono città come Roma, Milano, Parigi, Londra o New York. In modo diverso, senza dubbio, ma nella sostanza sono più le somiglianze che le differenze. Eppure la produzione letteraria di Palermo, tanto per fare un esempio, varca raramente i confini dell’isola (e, il più delle volte, della stessa provincia). 

Calorosa e spietata, dunque. Partecipe ed indifferente. Solidale ma inflessibile con chi cade. Che mette in mostra tonnellate di cibo, e non riesce a sfamare i poveri delle borgate maleodoranti. Che rimpinza di soldi un esercito di inutili burocrati, e nega un aiuto modesto a chi ne ha estremo bisogno. Che ha edificato centinaia di chiese, che venera la sua santa patrona, certificando in questo modo la sua religiosità, ma lascia che i suoi figli portatori di handicap vivano, o meglio muoiano, isolati come nei tempi antichi si usava fare con i lebbrosi. Che ama parlare di democrazia e di libertà, e nello stesso tempo insinua nella mente dei più che il potente di turno va rispettato, ossequiato e che soltanto da lui dipende il loro futuro. Che si crede moderna, ed invece è ancora maledettamente, tragicamente, inesorabilmente feudale. Che perfidamente, prima ti seduce e poi si nega.

Una città impossibile da decifrare. Che non è mai quella che sembra. Una città difficile da vivere per chi non è potente, per chi non ha amici potenti, per chi verso i potenti non ha alcun riguardo particolare. O, più semplicemente, per chi ha occhi per vedere, orecchie per sentire, e bocca per gridare la propria rabbia.

Davide Romano


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