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Prima lo dice, poi lo smentisce, Di Maio vuole le larghe intese

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Gianluca Paoluccci e Francesco Spini per la Stampa

Una «grande coalizione» a trazione Forza Italia, Lega – o almeno una sua parte – Partito democratico a cui nemmeno i 5 Stelle farebbero mancare il loro appoggio. La trasferta londinese di Luigi Di Maio, tesa ad accreditare se stesso e il movimento presso la mitologica City dei grandi fondi internazionali, ribalta gli scenari e si trasforma in un guazzabuglio.

Nel corso degli incontri con gestori, analisti e imprenditori anglosassoni, Di Maio a più riprese avrebbe spiegato che con ogni probabilità la sera del 4 marzo non si troveranno di fronte a un vincitore chiaro delle elezioni. Né loro, né il centrodestra (Forza Italia più Lega) né tantomeno il Pd avranno i numeri per formare un governo. Dunque, avrebbe proseguito il leader dei 5 stelle, ci sarà bisogno di una soluzione più ampia.

Non esattamente un governissimo, piuttosto un esecutivo di scopo, da concentrare su alcuni pochi temi comuni a tutti gli schieramenti quali la lotta alla burocrazia e lo sblocco degli investimenti pubblici per dare slancio a un’ economia, quella italiana, che si è risvegliata ma senza uno slancio soddisfacente.

A rilanciare la notizia, confermata da fonti qualificate a questo giornale, in serata è l’ agenzia internazionale Reuters. Ma Di Maio a quel punto, ha smentito, trasformando quello che è uno scenario in un appello. «Agli investitori internazionali incontrati oggi a Londra ho ribadito ciò che ho sempre detto – sintetizza Di Maio -: che il giorno dopo le elezioni, se non dovessimo avere la maggioranza dei seggi, farò un appello pubblico a tutte le forze politiche invitandole a convergere sui temi e sulla nostra squadra di governo, senza alcun tipo di alleanze, inciuci o scambi di poltrone di governo».

Un concetto «ripetuto a 30 investitori». Probabilmente, ha concluso, «c’ è stato un problema di traduzione», malgrado agli incontri fossero presenti vari operatori italiani. Di certo lo scenario che Di Maio ha tracciato a Londra ha sorpreso gli interlocutori. Basti pensare che gli allibratori pagano la vittoria dei 5 Stelle 1,20. La danno quasi per scontata. «Evidentemente non conoscete il Rosatellum…», ha sorriso Di Maio. Alle prese con una comunità finanziaria incuriosita dal «populista italiano». Un’ etichetta che il politico di Avellino ha fatto di tutto per scrollarsi di dosso. Di certo c’ è che la comunità finanziaria internazionale non pare troppo preoccupata: lo spread sta lentamente scivolando da settimane, e ieri era a 133 punti, il minimo dal 2016.

Una società romana, la Policy Sonar di Francesco Galietti, ha organizzato gli incontri, avviati con una blindatissima cena martedì. E proseguiti ieri con 3 sessioni al mattino, altrettanti meeting faccia a faccia, una plenario meridiana con una ventina di investitori, altre 3 sessioni nel pomeriggio, per finire a cena con un super imprenditore. I nomi? Segreti. Si parla di fondi per 2 mila miliardi, qualcuno sussurra la partecipazione di case blasonate nel mondo della finanza come Pimco e Fidelity.

Fatto sta che Di Maio ha voluto mostrare – accompagnato dall’ economista Lorenzo Fioramonti – il suo lato più rassicurante. Tema caldo: il deficit. E sul punto il candidato premier ha detto che sì, il disavanzo non è un tabù, ma nemmeno è detto che il tetto europeo del 3% debba ad ogni costo essere sfondato. Grillino, non irresponsabile. Un filo rosso che oggi lo condurrà a Milano, che poi è la City italiana della finanza. Qui terrà dapprima un incontro con gli imprenditori di Assolombarda, poi – a sera – una cena con alcuni imprenditori per trascinare dalla sua anche una fetta di establishment.

Fonte: qui


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