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Repubblica e Sovranità: due visioni a confronto con la Libertà

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A cura di Giuseppe Trizzino

L’art. 1 della nostra Costituzione recita: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Pur nella sua brevità, questa è una delle disposizioni costituzionali più dense di significato.

In essa viene definita la struttura essenziale della Repubblica italiana, sia per quanto attiene al regime economico-politico (democratica e fondata sul lavoro), sia per quanto attiene alla forma di Stato (repubblicano e fondato sulla sovranità popolare).

È pacifico che la statuizione secondo la quale «l’Italia è una Repubblica» ha un valore meramente confermativo dell’esito del referendum istituzionale del 2 giugno 1946.

Altrettanto pacifico è che, con la locuzione «Repubblica democratica», i Costituenti, ferma restando l’appartenenza al popolo della sovranità, intendevano, con l’espressione “democratica”, «indicare i caratteri tradizionali, i fondamenti di libertà e di eguaglianza, senza dei quali non v’è democrazia» (così A. Fanfani, cofirmatario dell’emendamento G. Grassi, A. Moro, E. Tosato ed altri, nell’intervento del 22 marzo 1947).

L’accenno al lavoro come fondamento della Repubblica democratica ha invece suscitato problemi interpretativi anche dopo l’entrata in vigore della Costituzione, e ciò nonostante l’Assemblea costituente avesse respinto sia l’emendamento all’art. 1 Cost., secondo il quale «L’Italia è una repubblica democratica dei lavoratori» (G. Amendola, P. Togliatti), sia l’emendamento all’attuale art. 4 Cost., secondo il quale «Allo scopo di garantire il diritto al lavoro di tutti i cittadini, lo Stato interverrà per coordinare e orientare l’attività produttiva dei singoli e di tutta la Nazione, secondo un piano che assicuri il massimo di utilità sociale». (M. Montagnana, G.C. Pajetta).

Nell’illustrazione del citato emendamento, l’on. Fanfani aveva infatti  chiarito che con la locuzione ”fondata sul lavoro”, mentre da un lato si escludeva che la Repubblica potesse «fondarsi sul privilegio, sulla nobiltà ereditaria, sulla fatica altrui», dall’altro lato, respingendo l’interpretazione classista, si affermava che la Repubblica «si fonda sul dovere, che è anche diritto ad un tempo per ogni uomo, di trovare nel suo sforzo libero la sua capacità di essere e di contribuire al bene della comunità nazionale (…), sicché la massima espansione di questa massima comunità popolare potrà essere raggiunta solo quando ogni uomo avrà realizzato, nella pienezza del suo essere il massimo contributo alla prosperità comune».

Ad oggi, una via è d’obbligo: Se siamo una Repubblica ed il lavoro manca, significa che nella sostanza il popolo non è più sovrano oppure s’illude di vivere in una Repubblica.

L’idea che la sovranità dello Stato-nazione sia crollata sotto il peso della globalizzazione e sia ormai un guscio vuoto è da tempo una convinzione radicata nelle scienze politiche e sociali, che parlano apertamente di un’epoca di post-sovranità.

Tuttavia, la sovranità dello Stato ritrova un ultimo e irrinunciabile baluardo nella difesa del proprio diritto di vita: la libertà.

Ma come stanno le cose quando la sovranità è «popolare»?

Prima di essere sovrano, un popolo deve essere libero.

Per essere libero deve rispecchiarsi in dei principi comuni e seguire una regola morale comune, il bene degli altri, della nazione inteso come orgoglio personale ed intimo.

Libertà e sovranità viaggiano di pari passo, ma muovono non da insegnamenti o precetti, ma da vivi sentimenti patriottici innati.

Dov’è il sovrano oggi e dove il popolo…

I meccanismi adoperati per assopire sentimenti e passioni, ideali e valori sembrano averla vinta.

Genti di altre generazioni hanno sacrificato ogni cosa e non si sono piegati davanti a nessuna proposta di accordo, altri hanno scritto pagine immemorabili altri ancora l’hanno vissuta.

Tutti verso la stessa meta, l’albero della libertà, perchè se non si è dapprima liberi non si può pretendere la sovranità e senza sovrano nessuna Repubblica esiste e vive.

Oggi il potere costituito e delegittimato dal popolo ha, riproposto stessi gruppi di rappresentanza senza il vaglio popolare e si appresta ad essere confermato anche in assenza di consenso popolare a causa di meccanismi elettorali ingannevoli e privi di garanzie.

Questa non è libertà, non è neanche sovranità forse, nemmeno Repubblica.

Il tema della sovranità è il tema politico e culturale del nostro tempo.

È politico perché stiamo assistendo al tentativo da parte di tecnocrazie, élite globaliste, apparati burocratici senza volto e senza legittimità di sostituire la sovranità popolare con il dominio dei pochi; è culturale perché il principio di sovranità popolare fonda l’identità delle nazioni moderne e dei governi dei popoli: è la forma di espressione che ha dato all’Occidente libertà civili ed economiche, sviluppo e benessere.

L’attacco che oggi è sferrato alla sovranità popolare ad opera dei grandi poteri tecnocratici, è un attacco al valore stesso delle Libertà fondamentali, ridotta ad essere «un lusso che non possiamo più permetterci» come scrisse il Financial Times, il giornale dei banchieri e della grande finanza apolide, nel 2011, nei giorni in cui in Italia si consumava il complotto contro l’ultimo governo eletto.

Ridare un significato alla parola sovranità nell’epoca del dominio della Tecnica, è la grande sfida che regge il futuro della nostra Europa, in direzione delle libertà fondamentali.

Un giorno si sveglierà la piazza e dirigendo lo sguardo verso il palazzo, si riprenderà l’illegittimo spossessamento per nutrirsi della sete di indipendenza.


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