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Nelle Scritture, purtroppo, non esiste il peccato della pedofilia

Cronaca

Trascrivo dall’intervista rilasciata a Paolo Rodari da don Davide Cito, docente di Diritto penale canonico alla Pontificia Università della Santa Croce: “La società contemporanea ritiene che la giustizia dello stato sia l’unica giustizia valida. Per questo motivo anche oggi, quando osserva i presunti abusi su minori commessi da sacerdoti, invoca la giustizia dello stato. Beninteso: è corretto che sia così. Gli uomini di chiesa devono seguire le leggi dello stato in cui vivono e a queste obbedire e probabilmente devono farlo di più delle altre persone. Ma ciò che oggi troppo spesso si dimentica è che la giustizia può essere applicata in diversi modi. Che, insomma, non esiste soltanto la giustizia dello stato” (Il Foglio – 23 marzo).

D’accordo. Giuste considerazioni. Però il canonista non spiega per quale motivo tra gli innumerevoli reati previsti dal Codice penale dello Stato italiano, la Chiesa solo riguardo al reato di pedofilia si ricorda che la giustizia può essere applicata in diversi modi.

Il canonista scrive ancora: “Ci sono invece alcuni delitti che sono rilevanti per entrambi, è il caso dei reati di pedofilia. Ma per quest’ultimo delitto già la chiesa prevede pene importanti come ad esempio la dimissione dallo stato clericale. Se poi il prete è chiamato a rispondere del proprio delitto anche davanti alla magistratura ordinaria la chiesa non si oppone, ma la sua giustizia la applica in parallelo, su un piano distinto e diverso”.

E ancora don Davide Cito non spiega per quale motivo solo per questo reato previsto dal Codice penale italiano, la Chiesa applichi la sua giustizia in parallelo, su un piano distinto e diverso. Perché la Chiesa prende atto della sentenza emessa da un Tribunale italiano riguardo ad altri reati (omicidio, furto, ecc.) commessi da sacerdoti, e nel caso del prete di Alassio non ha preso atto della condanna in via definitiva per pedofilia?

Infine: “La chiesa cattolica conosce la pedofilia da tempo. Benedetto XIV nel 1741 emanò la Costituzione ‘Il sacramento della penitenza’ dove si diceva che il penitente deve denunciare il sacerdote colpevole del delitto di avere istigato a cose turpi. Il concetto venne approfondito negli anni successivi fino a Giovanni XXIII nell’istruzione ‘Crimen sollicitationis’ dove si parla esplicitamente del delitto di pedofilia, chiamato crimen pessimum.”

Ma guarda un po’. E come mai se la Chiesa conosce il reato di pedofilia da tempo, non ha avuto mai il pensiero di inserire il termine “pedofilia” nel Catechismo e di dedicarvi almeno un paragrafo?

La verità è che la Chiesa,  riguardo alla morale sessuale, è sempre stata ciecamente legata alla Tradizione, all’Antico Testamento e a San Paolo. Nelle Scritture, purtroppo, non si fa minimamente cenno al grave peccato della pedofilia. Gesù, per fortuna,  dà importanza ai bambini, ma per sfortuna non fa mai cenno al peccato della pedofilia. Se ne avesse fatto cenno, forse la Chiesa avrebbe dato importanza a questo peccato, e anziché dedicare ingiustamente diversi paragrafi del Catechismo all’omosessualità, ne avrebbe giustamente dedicato almeno uno al peccato della pedofilia. E forse avrebbe affrontato per tempo i crimini compiuti da ministri consacrati.

Renato Pierri

(Scrittore)


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