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Tramutola al tempo della Commenda cardinalizia della Badia di Cava

Basilicata

Capitolo 9

Tramutola al tempo della Commenda cardinalizia della Badia di Cava

In conseguenza del declino dell’Ordine dei benedettini, nell’anno 1431 un nuovo rivolgimento, visse, la Badia di Cava, quando l’abate Angelotto de Fuschis (22 maggio 1426-12 settembre 1444 deceduto), dal 1431 abate commendatario, fu elevato alla dignità cardinalizia e l’abate-cardinale volle comunque ritenere in commenda(1), percependone le rendite, l’abbazia e la diocesi cavense. Iniziò, così, un periodo di decadenza e rovina del Monastero, addebitato ai cardinali commendatari che amministravano per mezzo di fiduciari o vicari. La nomina di abati commendatari che si occuparono, solo relativamente, della Badia lasciata in amministrazione a vicari generali, rappresenta per la comunità monastica un periodo di ripiegamento su sé stessa. L’uso di affidare in commenda i monasteri a laici ed ecclesiastici secolari, aveva condotto i cenobi benedettini alla rovina, sia per quanto riguarda la situazione economica che per quanto concerne la vita regolare. Gli abati commendatari scavano un solco profondo tra i feudi e il Monastero, poiché gli abati commendatari avevano bisogno di molto denaro per il loro tenore di vita e così si fece sentire più forte il peso fiscale della Badia che alimentò l’insofferenza dei sudditi dei feudi. Durante il periodo della commenda cardinalizia, fu particolarmente curata la difesa e l’amministrazione dei beni temporali, furono prodotte splendide opere d’arte, ma l’incidenza dell’azione spirituale e sociale della Badia, anche a causa dei rivolgimenti politici, si esaurì quasi del tutto.

I vicari generali, nei primi anni della Commenda, curarono l’amministrazione dei beni e riuscirono a migliorare la gestione dei possedimenti della Badia di Cava impostata nel 1359, dall’abate Mayniero. La maggior parte dei contratti agrari a medio termine stipulati per la concessione in uso dei propri fondi erano del tipo ad complantandum o pastinato(2) e per tale motivo con il passare degli anni alcuni possedimenti, si ridussero. Si faceva ricorso a simili contratti affinchè le proprietà producessero rendite annue atte a garantire il sostentamento del Monastero e venivano affidate a vario titolo a famiglie di contadini in grado di coltivarle a meglio e, non di rado, incrementarne la produttività trasformandole da incolto o selva a vigneto, frutteto o castagneto da frutto.

Negli anni successivi, i fiduciari iniziarono ad utilizzare una nuova forma contrattuale che veniva chiamata pastinatio ad medietatem (una sorta di sottospecie della mezzadria), con cui l’abbazia percepiva la metà dei frutti del terreno, che poteva essere in parte corrisposta in denaro. Ma le cose non andarono meglio. A causa della difficoltà che si riscontravano per il trasporto delle merci al monastero, spesso le derrate venivano valutate in denaro. L’affittuario il più delle volte riusciva a pagare meno del dovuto, raggirando il fiduciario del commendatario, che non conoscendo bene l’entità dei terreni dati in affitto, era portato a credere che la diminuzione di quanto gli veniva corrisposto era in relazione alla scarsità del raccolto. E così, anno dopo anno, le rendite del monastero tendevano a diminuire.

Il problema dei minori introiti fu però ben presto arginato sottoponendo a maggiore rigore la verifica dei cespiti, dei redditi e l’esazione dei crediti. I registri redatti durante il governo dei commendatari servirono come veri e propri strumenti di controllo. Risale al periodo del cardinale Scarampi, presumibilmente all’anno 1459, il Liber censum Cavæ contenente la registrazione di una serie di cespiti, con le relative entrate annuali, dislocati nei feudi della Badia e classificati per zone omogenee. Un vero e proprio libro dei censi e dei redditi, il Primum regestrum et Inventarium domini Joannis de Aragonia, fu invece scritto da Tommaso de Lippis commissario e procuratore del monastero sotto il governo del commendatario Giovanni d’Aragona.

Alla morte di Giovanna II avvenuta il 1442, approfittando del disordine generale in cui fu gettato il regno, disputato fra Renato d’Angiò e Alfonso d’Aragona, questi dopo lunghe lotte fece il suo ingresso in Napoli come vincitore con l’appoggio della famiglia Visconti, determinando l’uscita di scena della dinastia angioina. Il domino angioino durò circa 180 anni dal 1268 al 1442. Quando nell’Italia Settentrionale inizia il Rinascimento, l’Italia Meridionale era nel pieno periodo buio del Medioevo.

Croce così descrive il periodo angioino: “guerre di pretendenti saccheggi, stragi e devastazione da parte di gente da condotta, imperversare di bande, brigantaggio ed insieme tradimenti di baroni, incostanza delle popolazioni, passaggio continuo dall’uno all’altro partito e grandiosi, improvvise catastrofi di alti personaggi ed intere casate e miseria ed ozio e mancanza di arti ed abbassamento morale nei grandi e nei piccoli dettero al regno cattiva fama all’Italia meridionale che già buona non l’aveva”.

La Badia di Cava, come visto sopra, dalle mani dell’abate vescovo era allora passata a quelle di un cardinale commendatario, il quale sempre lontano da Cava, non si curava d’altro che di percepire le rendite per mezzo dei suoi vicari che amministravano i feudi della badia. Il nobile napoletano, Francesco Piscicelli, era riuscito ad avere probabilmente dai Sanseverino, la giurisdizione di Tramutola. I Sanseverino senza curarsi della precedente concessione fatta ai Capece e dei diritti del cardinale commendatario, avevano venduto il feudo Tramutola simultaneamente a più feudatari. Tempi questi veramente infelici determinati dalla disgrazia della commenda e dai tanti padroni in simultanea: Sanseverino, Capece, Baiardo, Piscicelli i quali si suddividono e si contendono la signoria di un piccolo paese qual’era allora Tramutola. Intanto il 3 giugno 1451, Brigida Baiardo figlia di Giacomello e vedova di Ladislao de Morra, vendeva la bagliva di Tramutola per 33 once d’oro a Leonetto di Benedetto abitante a Rutino e la vendita era ratificata il 10 giugno da Giovanna madre e tutrice di Roberto Sanseverino(1445-1474) conte di Marsico e principe di Salerno. Leonetto di Benedetto, diventato poi famoso capitano di ventura, inviava il 16 novembre 1455, da Marciano presso Siena, alla moglie Elisabetta, procura generale per la vendita della bagliva di Tramutola, vendita che da documenti posteriori si sa fatta a Pirro de Morra di Rocca Cilento, parente forse della suddetta Elisabetta figlia di Ladislao de Morra. Intanto, essendosi i Capace ribellatosi agli aragonesi per prendere le parti di Giovanni d’Angiò figlio di Renato, perdettero tutti i loro diritti. Allora il conte di Marsico Roberto Sanseverino (questi era figlio di Giovanni fratello di Tommaso V, alla cui figlia Diana per ribellione furono da re Ferdinando I o Ferrante (27 giugno 1458-25gennaio 1494) tolti tutti i feudi e dati a Giovanni), concesse il 12 agosto 1461, la giurisdizione che i Capece avevano in Tramutola a Severiano di Diano, giureconsulto e consigliere di Roberto da esercitarsi “in communi et indiviso” con il Piscicelli. Nel diploma relativo si enumerano tutte le prerogative di tale concessione che costituivano il feudo Tramutola. Vassallaggi e rendite dei vassalli, suffeudi, censi, decime, diritti angari e parangari (costituivano questi diritti nell’essere tenuti i vassalli dei feudi a servire gratis al barone “angari” o per un corrispettivo ridotto “parangari”), forni, giardini, vigneti, ghiande, acque e corsi d’acqua, mulini, prati, erbaggi, monti, piani, querceti, boschi e tutti i diritti ed azioni salvo il censo dovuto ogni anno alla Badia di Cava, (il censo apostolico era il tributo per assicurarsi la “protezione” apostolica, era, insomma una sorta di “pizzo” da non sgarrare pena la scomunica). Al Damiani veniva concessa pure la giurisdizione criminale (Roberto Sanseverino aveva avuto dal re la giurisdizione criminale per tutti i suoi feudi, quindi pure per Tramutola). In calce al documento(3) è da notarsi poi una clausola che indica la prepotenza dei conti di Marsico: In nessun tempo poi detto casale si terrà separato o diviso dalla città di Marsico, anzi sempre si dovrà reputare unito a detta città e i suoi uomini godranno le franchigie e immunità di quelli di Marsico, né potranno essere aggravati più del dovuto. Questa clausola dimentica del tutto i privilegi cavensi! Il giureconsulto Damiani, però, non poté goderle a lungo, le concessioni così ampie concesse dal conte Sanseverino. Ben presto ritornati i Capece nelle grazie del re e dopo aver ricevuto onori e feudi, subito intentarono causa al Piscicelli e al Damiani, presso la Curia Romana e presso la Regia Camera della Sommaria. Il Damiani presto si ritirò dalla lite non potendo sostenere validamente le sue ragioni e dovette contentarsi della sola giurisdizione criminale e nominalmente quella civile, gli eredi del Piscicelli che avevano governato in Tramutola a mezzo degli officiali Pietro e Marino Aprano di Napoli, invece resistettero e, potenti com’erano, per le molte aderenze, riuscirono a menare in lungo la lite a Roma e per mezzo di Roberto Sanseverino, loro parente, prelato in curia e poi arcivescovo di Brindisi, riuscirono ad interessarne finanche il Papa Paolo III, il quale il 1469 rimise il giudizio all’abate di S. Severino di Napoli. Questi però il 5 novembre 1471, emise sentenza contraria ai Piscicelli, i quali appellarono, finché il 1475 un altro abate, pure di S. Severino di Napoli, emanò la sentenza che la giurisdizione civile mista fosse rimessa al cardinale commendatario e che questi poi la concedesse ai Capece per 29 anni. Il cardinale commendatario del tempo, Giovanni d’Aragona, il 7 luglio 1475 faceva porre, per mezzo dell’arciprete di Tramutola, Giovanni e Luigi Capece figli di Battista, nel possesso dei loro diritti. I Piscicelli, sembra che con tutto ciò, conservassero la metà della baronia, perché Antonio e Roberto, il 7 agosto 1483, vendevano ad Antonello Petrucci, conte di Policastro e segretario del re, per 1300 ducati di carlini d’argento, la metà della giurisdizione di Tramutola data loro con bolla Apostolica del censo di 18 ducati.

Come abbiamo visto il regno di Napoli era passato sotto il controllo Aragonese con Alfonso il Magnanimo e l’unificazione spagnola si concluse nel 1469 con il matrimonio tra Ferdinando d’Aragona e Isabella Castiglia.

A Tramutola intanto le liti tra padroni e il continuo cambiamento degli stessi doveva avere il contraccolpo sui gravami del povero feudo e neppure l’esercizio della bagliva andava meglio. Pirro de Morra che l’aveva comprata esigeva senza compassione fino all’ultimo carlino, i suoi proventi, e siccome, il de Morra, a chi non pagava infieriva sempre di più sino ad impedire ai renitenti l’uso del pascolo, della legna dei boschi, delle acque e a sequestrare gli asini. I tramutolesi allora ricorsero al tribunale del conte di Marsico e principe di Salerno, in Rocca Cilento. Però il 22 marzo 1465 ne ebbero la condanna a pagare l’arretrato e le spese del giudizio. Appellarono, i tramutolesi, alla Regia Camera della Sommaria in Napoli e la lite vi si trascinò per parecchi anni, tanto che quando morì il de Morra, si trovavano verso il figlio Giancola de Morra, per sentenza della regia Camera della Sommaria, debitori a lui di 5 once d’oro per il passato e di 4 once d’oro per le spese dei processi. Fin dove arrivassero gli aggravi e le angherie cui erano sottoposti i tramutolesi, lo si desume da un atto di transazione del giugno 1490, in cui si stabilisce che i fratelli Giacomo, Antonio e Pasquale Morena si obbligavano a pagare a Girolamo, Pietro e Antonio Battista e Raniero Capece la non indifferente somma, specialmente per quei tempi di 40 ducati, perché i Capece avevano concesso loro la costruzione e l’uso di un forno in Tramutola.

Ad Alfoso il Magnanimo gli successe il figlio naturale, Ferdinando I o Ferrante (27 giugno 1458-25gennaio 1494), il quale dovette battersi contro i baroni in rivolta nell’anno 1485-1486 e successivamente entrati in contatto con Milano e il regno di Francia per consentire l’allontanamento degli Aragonsei dal Mezzogiorno. Capo della congiura dei baroni, fu Antonello Sanseverino (1474-1499), conte di Marsico e grande ammiraglio del Regno di Napoli(1477). I suoi informatori di corte erano il segretario di corte Antonello Petrucci con i due figli Francesco e Giovanni Antonio e Francesco Coppola conte di Sarno e maggior finanziatore della corona. La ribellione ebbe fine nel 1486 quando con la scusa di un invito al matrimonio della nipote Ferdinando I, riunì gli ultimi congiurati a Castel Nuovo dove nella sala dei baroni li fece catturare e giustiziare. Antonello Sanseverino riuscì a fuggire e riparò in Francia alla corte di Carlo VIII.

Ad Angelotto de Fuschis succede quale abate commendatario della badia di Cava, Ludovico Scarampi ( 13 settembre 1444- 22 marzo 1465)  e suo vicario generale fu Niccolò Forteguerri imparentato con Papa Pio II. Allo Scarampi succede Giovanni d’Aragona.

A Giovanni d’Aragona (1456-1485), quarto figlio di Ferdinando I o Ferrante, re di Napoli, fu imposta la carriera ecclesiastica con il compito di rappresentare gli interessi Aragonesi presso la corte papale. Giovanni, nel 1465, quando aveva solo nove anni, era in Terra di Lavoro, già Luogotenente generale del regno di Napoli, quando il padre Re Ferrante I, gli conferì la commenda della Santissima Trinità de La Cava e nel 1467, divenne anche commendatario dell’abbazia di Montevergine. Agli inizi del 1485, il Re Ferrante I, in considerazione delle spese affrontate nella guerra per liberare Otranto dai Turchi, aveva imposto gravami fiscali al clero del regno di Napoli, rifiutandosi di pagare il censo dovuto al papato entrando in conflitto con il Papa Innocenzo VIII. Il Re Ferrante I, per riappacificarsi con il Papa inviò il proprio figlio, il cardinale Giovanni, a Roma. Ma il cardinale, non appena giunto a Roma, dove infuriava la peste, fu contagiato dal morbo. Giovanni d’Aragona morì il 17 ottobre 1485 in Roma di peste o fu avvelenato, per non fargli concludere la missione di riappacificazione con il Papa, mentre era in atto la congiura dei baroni.

Le sorti della Badia di Cava e delle sue dipendenze, cambiano alla morte del cardinale d’Aragona nell’anno 1485, quando la Commenda fu data all’arcivescovo di Napoli Oliviero Carafa, nel tempo che la Badia di Cava, a questo punto, aveva abbandonato il suo antico splendore di virtù e santità. I pochi monaci rimasti vivevano senza il rispetto della regola, in assoluta libertà ed autonomia, sia nel Monastero che nei priorati, nelle parrocchie e nelle chiese più remote, Tramutola compresa, è la decadenza della congregazione cavense. Il Cardinale Oliviero Carafa (1485-15 aprile 1497), decise di rinunciare alla Commenda e unì il Monastero Benedettino alla congregazione di S. Giustina di Padova i cui monaci presero solennemente possesso del monastero cavense, il 22 marzo 1492(4), incorporazione definitiva con bolla papale di Alessandro VI(5) del 10 aprile 1497. Con la bolla il papa non solo cedette la Badia di Cava ai monaci Benedettini della congregazione di S. Giustina da Padova, i riformati, ma abolì in perpetuo la commenda e il vescovado di Cava, restituendo la giurisdizione episcopale all’abate del Monastero di Cava. In questo modo cessò l’Ordo Cavensis che ebbe origine con il nobile longobardo Alferio, poi Sant’Alferio, nobile salernitano già ambasciatore del principe di Salerno Guaimario III. Sant’Alferio fu il fondatore del monastero, ma soprattutto un asceta con esperienze eremitiche, del resto fece sorgere il suo monastero sotto una grande grotta o cava, in una stretta valle alle falde del monte Finestra. Poi si orientò verso un monachesimo sempre più ecclesiale e pastorale, in accordo anche con il potere locale, quello del principe Guaimario III di Salerno. L’abate Pietro I (12 luglio 1079-4 marzo 1122) costituì l’Ordo Cavensis, ossia una vera e nuova congregazione monastica dotata di proprie dipendenze al centro di una vasta rete di monasteri che si estendeva dalla Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Con il cessare dell’Ordo Cavensis erano ormai lontani i tempi dell’opera di civilizzazione, del popolo tramutolese, mediante la vita austera e la carità verso i sudditi da parte dei monaci benedettini che avevano introdotto in Val d’Agri la regola benedettina. Con il cessare dell’Ordo Cavensis il Monastero di Cava fu unito al movimento monastico riformato della Congregazione di Santa Giustina di Padova, detta in seguito Cassinese. Assunse il nome di “Cassinese” nel 1504, con l’ingresso dell’abbazia di Montecassino nella congregazione, tuttora mantenuto.

Con questa scelta il monachesimo benedettino fu animato da un anelito di rinnovamento che spinse i vari cenobi, fino allora viventi di vita autonoma, a federarsi in congregazione e a vedere nell’unione l’unica garanzia di vita regolare durevole. La riforma poneva a capo della Badia non più un vescovo o un cardinale ma un abate temporaneo, così rifiorì la disciplina monastica ed il culto delle scienze e delle arti, l’archivio, prezioso retaggio della congregazione cavense, fu oggetto di cure amorose e di studio.

(1) La commenda è una tipologia di contratto, di origine feudale, con cui si designava un benefizio ecclesiastico affidato (dato in commenda) da parte di un usufruttuario che ne godeva la rendita.

(2) Contratto agrario a medio termine per l’uso di un fondo agricolo a fini di coltivazione.

(3) TRAMUTOLA Cenni storici ricavati dall’Archivio Cavense – Estratto dal “Bollettino Ecclesiastico della SS. Trinità di Cava” Anni 1931 e 1932. Leone Mattei Cerasoli.

(4) Pietro Ebner – Chiesa Baroni e popolo nel Cilento.

(5) Nel 1492 divenne papa Alessandro VI (1492-1503) uomo di vita scandalosa la cui maggiore preoccupazione fu quella di ingrandire la propria famiglia.

Vincenzo Renato Petrocelli


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