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 La corruzione nella Repubblica dei cittadini e i possibili rimedi per arginarla

Giustizia

di phael.

Il dilagare della corruzione non incontra ostacoli. Le cure adottate finora non hanno sortito effetti efficaci. La politica non è o, almeno, non si è mostrata capace di ridurla a limiti accettabili. Ormai il corpo sociale è stato invaso da metastasi che solo un cambiamento – reale – può affrontare e prevedibilmente almeno frenarne l’ulteriore propagazione. Ma occorre una volontà politica che ad oggi non sembra emergere dai nuovi padroni del vapore. Anzi. Sembra proprio che i dirigenti delle nuove formazioni politiche, quelle portate al governo del Paese dal voto di cittadini speranzosi nel governo del cambiamento, abbiano tradito le attese dei cittadini italiani.

E’ di questi giorni la scoperta delle mazzette che professionisti e imprenditori privi di scrupoli avrebbero offerto ai politici che in campagna elettorale predicavano onestà e trasparenza nella gestione della cosa pubblica (fatti relativi allo stadio di Roma). Senza dire, poi, dei soldi che il partito sovranista, quello di “prima gli italiani”, avrebbe trasferito, secondo “L’Espresso”, all’estero per investirli in titoli non italiani. Con scarso senso patriottico. E’ vero? Non è vero? Quello che è certo è che la magistratura sta indagando. Tuttavia, l’attuale normativa non punisce la corruzione come dovrebbe. Ai sensi del codice penale (articoli 318 e 319) il pubblico ufficiale che, per compiere un atto del suo ufficio, o contrario al suo ufficio, riceve per sé o per un terzo, una qualche utilità, che non gli è dovuta, o ne accetta la promessa, è punito con la reclusione fino a cinque anni. Secondo le cronache giudiziarie la corruzione ormai alligna in ogni settore e a tutti i livelli. Ma solo pochi colletti bianchi scontano in parte la pena. 363 sarebbero i funzionari, di carriera o elettivi, attualmente in carcere, dove, invece, numerosi sono gli autori di reati minori. Eppure, in termini economici i danni che ne derivano sono valutabili in miliardi di euro. Sessanta miliardi all’anno. Di euro, non di lire. Vi sembra poco?

E allora come si può arginare il fenomeno?

Le proposte sono tante, ma quando arrivano in Parlamento subiscono tanti e tali emendamenti che finiscono per garantire il latrocinio anzichè combatterlo.

A mio avviso, per contrastare la corruzione occorre produrre leggi che rendano non conveniente la corruzione. Come? Con la confisca dei beni, mobili e immobili, acquistati con i proventi del reato e con la cancellazione del diritto alla pensione e a ogni altro provento connesso all’attività lavorativa. Oltre che alla immediata decadenza dalla carica.

Ma come regolarsi con i parlamentari che godono dell’immunità a norma dell’art. 68 della Costituzione? Qui si apre un altro discorso.

Va premesso che l’insindacabilità e l’immunità previste dalla Costituzione non possono considerarsi dei privilegi concessi ai parlamentari ma garanzie che il Parlamento funzioni senza il rischio che qualche altro potere (esecutivo o giudiziario) ne limiti la libertà. Si tratta di guarentigie a favore del popolo che i parlamentari rappresentano e per il quale essi svolgono le loro funzioni. Quindi, l’immunità non puo considerarsi un privilegio del singolo deputato o senatore e tradursi nella libertà assoluta, ivi compresa quella di commettere reati. Ma come ci si può tutelare contro azioni di magistrati che volessero solo bloccare l’attività del parlamentare sottoposto, quindi, arbitrariamente a indagini giudiziarie? Al riguardo sono state formulate varie proposte che, però, sono rimaste nel cassetto di qualche parlamentare.

Per garantire l’indipendenza dei parlamentari occorre modificare alcune norme costituzionali prevedendo, per esempio, l’obbligo per la magistratura di comunicare alla Camera di appartenenza del parlamentare sottoposto a indagini i provvedimenti che si intendono adottare con tutte le motivazioni e relativa documentazione. In tale caso la Camera di appartenenza dovrebbe limitarsi ad esaminare il provvedimento giudiziario al fine di eliminare ogni dubbio sulla correttezza del procedimento. Se ravvedesse in esso motivi di grave interferenza, potrebbe e dovrebbe rimettere gli atti alla Corte Costituzionale che, nel giro di pochi giorni, dovrebbe esprimersi. Ovviamente, l’ipotesi di grave interferenza (al fine di persecuzione politica) non potrà rimanere privo di sanzione.Ma altre soluzioni sono possibili. L’importante è produrre una normativa che scoraggi il parlamentare a porre in essere comportamenti scorretti o addirittura penalmente perseguibili:l’istituto dell’immunità va applicato solo nelle ipotesi di opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle funzioni parlamentari. Non dovrebbe essere estesa, come si fa adesso, ad altre ipotesi (discorsi tenuti al di fuori del Parlamento, alle pubblicazioni a stampa, alle partecipazioni a pubbliche manifestazioni). Anche perchè le giunte delle autorizzazioni hanno quasi sempre negato la possibilità di compiere determinati accertamenti (perquisizioni personali o domiciliari, privazione della libertà personale, sottoposizione del parlamentare a intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazione). In conseguenza di questa normativa costituzionale, è accaduto che prove raggiunte per controllo delle conversazioni telefoniche di altri soggetti in contatto con un parlamentare sono state ritenute utili per condannare il cittadino privato ma non il parlamentare. Vi sembra giusto? Qualcuno potrebbe obiettare: il rimedio contro eventuali abusi andrebbe ricercato nell’elevatezza del costume politico o nella sanzione dell’elettorato. Purtroppo non è così. Certo, sarebbe auspicabile che la funzione di parlamentare inducesse gli interessati ad elevarsi a livelli di comportamenti degni della carica che ricoprono. Purtroppo non è sempre così. Solo le sanzioni stabilite per legge possono funzionare da deterrente. Anche per i nostri rappresentanti al Parlamento.


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