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Continuazione della parabola del ricco Epulone

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Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”.

La conversazione, però, non finì lì. Riprese dopo secoli e secoli. Il ricco disse ad Abramo:  “Ammetterai, padre Abramo, che mandarmi all’inferno per non essermi preso cura del mendicante che giaceva alla mia porta, è stata un po’ un’esagerazione?”

Abramo: “Pecché n’esaggerazzione?”

Ricco: “Non hai inteso dire che «l’uomo nel benessere non comprende, è come gli animali che, ignari, vanno verso il mattatoio» (cf. Sal 48,13.21)? E non hai letto il Catechismo della Chiesa cattolica? Perché un peccato sia mortale si richiede che concorrano tre condizioni: «E’ peccato mortale quello che ha per oggetto una materia grave e che, inoltre, viene commesso con piena consapevolezza e deliberato consenso»” (1857).

Abramo: “Embè? Che vò di’?

Ricco: “Per quanto mi riguarda mancavano due condizioni: la consapevolezza, giacché ero ignaro come un animaletto, e la materia grave, giacché non avevo ucciso nessuno, non avevo commesso adulterio, non avevo rubato, non avevo detto falsa testimonianza, non avevo frodato, avevo onorato il padre e la madre”

Abramo: “Be’, sì, nun te posso dà tutti li torti, fijo mio bello, ma orammai è annata così”

Ricco: “Padre Abramo, parla col Signore, ci sono elementi per una revisione del processo. Lui è onnipotente. Mi può togliere da questi ingiusti tormenti. E poi è stata commessa anche un’altra ingiustizia”

Abramo: “N’antra? E quale? Nu me di’. Ma davero?”

Ricco: “Certamente, non sono stato avvertito, nessuno mi ha mai detto che sarei finito all’inferno se non mi fossi preso cura del povero Lazzaro”

Abramo: “Be’ no, qui te devo dà torto, fijo mio bello, er male nun se deve fa non pecché c’hai paura de l’inferno, ma pecché è male e basta”.

Non ci crederete, avevo appena finito di buttare giù queste righe, quando ho sentito la voce di Gesù. Non ci credete? Fa niente. Mi ha detto: “Renatino, guarda che questa storiella me la sono inventata, era solo per avvertimento, per spingere gli uomini a stare lontano dal male e a fare il bene. Il ricco avrebbe avuto ragione a protestare”.

“Volevo ben dire – ho risposto a Gesù – mi pareva una pena esagerata. Se per chi non dà da mangiare all’affamato, non vista il carcerato, c’è la dannazione eterna, che cosa c’è per chi uccide, tortura, compie le azioni più infami? Però, Gesù, questa faccenda di mettere in guardia gli uomini, di avvertirli riguardo a ciò che gli può capitare se si comportano male, non mi persuade”

Gesù: “E pecché? Ch’edè che nun te sconfaciola?”. Non so come mai anche Gesù si sia messo a parlare in mezzo dialetto romanesco. Però ho sentito bene, ha detto proprio “pecché” e ”sconfaciola”.

Renato: “Scusa, Gesù, se mi permetto, ma che ragionamento è? I miliardi di individui che non conoscono il Vangelo, o magari non credono neppure al pancotto, figurarsi in Dio, siccome non sono stati avvertiti, all’inferno non ci andranno? Due pesi e due misure? Se l’inferno esiste, esiste per tutti, per chi sa che c’è e per chi non sa che c’è”.

Ci credete? Mica mi ha risposto. Non l’ho più sentito.


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