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Salone del Libro di Torino: polemiche su Altaforte

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La 32esima edizione del Salone del Libro di Torino continua a far parlare di sè. L’asse della polemica verte intorno alla presenza della casa editrice Altaforte, vicina a CasaPound e diretta da Francesco Polacchi militante del movimento neofascista. La dichiarazione di quest’ultimo all’Ansa rimuove ogni dubbio sulla sua collocazione ideologica: “Io sono fascista, l’antifascismo è il vero male di questo Paese”. La Regione e la Città di Torino, in seguito alla sua affermazione, hanno deciso di presentare un esposto alla Procura, per chiedere l’accertamento del reato di apologia del fascismo e valutare se sussista la violazione dell’articolo 4 della legge Mancino (“deve essere punito chi pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”).

Molte sono le defezioni per protesta contro la decisione degli organizzatori di ospitare Altaforte, come il collettivo Wu Ming, lo storico Carlo Ginzburg, Zerocalcare, Salvatore Settis, Roberto Piumini, Tommaso Montanari, l’Anpi, la casa editrice People. Probabilmente la lista potrebbe allargarsi ulteriormente. Sono scelte consapevolmente politiche, come sostiene infatti il fumettista Michele Rech, in arte Zerocalcare: “Mi è davvero impossibile pensare di rimanere tre giorni seduto a pochi metri dai sodali di chi ha accoltellato  miei fratelli”.

La polemica si inasprisce nel momento in cui il neofascismo non sembra più essere solo uno spauracchio invisibile. Sempre più spesso si sente parlare di episodi che ricordano sempre più vividamente quella storia che si cerca di dimenticare, quella storia che non ci onora. La paura e la reazione a questi episodi nasce quando non si puniscono politicamente avvenimenti simili, venendo così implicitamente legittimati. La scelta del Ministro degli Interni di pubblicare il suo libro-intervista con la casa editrice Altaforte  non è casuale, né una negligenza. È una decisione consapevole, nella veste di una carica pubblica rappresentativa dell’interesse nazionale.

Il diffondersi di episodi sottesi, come la messa in onda di un lungo servizio sull’annuale raduno fascista a Predappio, il sempre richiesto ma mai attuato sgombero dell’occupazione abusiva della sede CasaPound in Via Napoleone III, il soprassedere sull’esposizione di simboli e bandiere fasciste, sono solo alcuni degli avvenimenti che non sono stati adeguatamente condannati o addirittura taciuti. Questo tipo di atteggiamento comporta il rafformento e la diffusione di un tipo di cultura fascisteggiante, sovranista, intollerante che viene ben legittimata dalle dichiarazioni di una determinata classe politica che non tiene conto delle conseguenze di lungo periodo.

Determinati episodi, probabilmente, senza questo tipo di convalida politica, non si sarebbero verificati, o comunque in misura minore ma incisivamente condannate. Ma questo si nota anche nell’aumento degli episodi di violenza e aggressione nei confronti degli extracomunitari, verso le donne (conseguenza di una società che non fa altro che rafforzare la sua tendenza maschilista-vedi Congresso delle Famiglie di Verona), contro il diverso da quello che rappresenta la “normalità”. L’intolleranza non fa che aumentare a causa dell’incapacità, o meglio la mancanza di volontà, di frenare questi episodi.

L’indignazione degli esponenti del mondo dell’editoria e degli scrittori nel Salone del Libro è maggiore nel momento in cui si avverte che la presenza di una specifica casa editrice rappresenti realmente un pericolo e un messaggio sbagliato in un contesto socio-politico particolare. Sentire il bisogno di prendere le distanze nasce quando c’è qualcosa da cui distaccarsi. Fino a qualche anno fa quel qualcosa non era altro che un ricordo nostalgico di pochi, una minaccia che non faceva paura, ma forse oggi qualcosa è cambiato.


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