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Il “dolore irrazionale” della guerra: intervista a Igor Patruno

Oltre Tevere

Un romanzo avvincente, dai destini incrociati che ripercorre la storia europea degli anni 30, è il nuovo libro del giornalista e scrittore, Igor Patruno dal titolo “Sotto il cielo di Spagna” (Ponte Sisto Editore).

Le vicende narrate si svolgono durante gli anni difficili della Guerra Civile di Spagna. Il personaggio fulcro delle vicende narrate è il capitano Bruno Mancini che decide improvvisamente di arruolarsi come volontario per la Spagna. Bruno non lo fa per soldi o per il prestigio ma per dare un senso alla sua esistenza noiosa da borghese. Durante il periodo in Spagna, Bruno si imbatterà in un percorso esistenziale che lo condurrà verso l’esclusione e la scoperta del “dolore irrazionale” che è insito in ogni conflitto bellico.

Con estrema sensibilità e abilità narrativa, lo scrittore Patruno smaschera la realtà della guerra mettendo in evidenza le brutture e l’orrore che essa porta con sé. Immerso in un ambiente totalmente diverso dalla realtà borghese della sua famiglia, Bruno si ritroverà a fare i conti con se stesso, a trovare le risposte ai suoi innumerevoli interrogativi e dubbi esistenziali, a placare la noia e l’inquietudine, tipiche della sua giovinezza.

“Sotto il cielo di Spagna” è il secondo romanzo di una trilogia, ambientata nel Novecento. Dimostra l’accanito interesse e l’approfondita conoscenza dei fatti storici da parte del giornalista Igor Patruno.

Del suo nuovo romanzo e dell’importanza della Storia per l’essere umano ci ha parlato in questa interessante intervista realizzata per noi.

Com’è nata l’idea di scrivere questo romanzo dai destini incrociati?

L’idea di raccontare la Guerra civile spagnola è nata leggendo L’antimonio, un racconto di Leonardo Sciascia contenuto nella raccolta Gli zii di Sicilia. È la storia di un minatore siciliano che si arruola nelle camicie nere non per adesione all’ideologia fascista, ma per fame, e si ritrova in Spagna senza nulla sapere delle ragioni dell’uno, o dell’altro contendente. Sciascia voleva farne un romanzo, ma poi ha abbandonato il progetto. Naturalmente mi sono chiesto perché non avesse trasformato il racconto in un romanzo. La risposta l’ho trovata in una corrispondenza tra lui e Italo Calvino. Sciascia scrive a proposito di L’antimonio: “Non avrei dovuto, per dirla semplicisticamente, scriverlo in prima persona”. E aveva ragione! Un evento come la Guerra civile spagnola si può raccontare solo tenendo insieme svariati punti di vista. Questo ho fatto, utilizzando la terza persona al presente e raccontando le vicende di personaggi situati da una parte e dall’altra del fronte. Siamo ai destini incrociati. In qualche modo, nel romanzo, alcuni personaggi si incontrano, altri si sfiorano. E tutto questo nel mentre la parabola del destino del protagonista si compie. Il protagonista di Sotto il cielo di Spagna è il capitano del regio esercito Bruno Mancini. L’idea di questo personaggio mi è venuta ripensando ad un episodio reale, accadutomi nell’estate del 1985. Un conoscente mi invitò a visionare libri e documenti in una abitazione di Ostia. Il proprietario era deceduto da qualche settimana e l’appartamento era destinato ad andare all’asta. Il conoscente, incaricato di ripulirlo prima della vendita, era rimasto colpito e al contempo quasi intimorito, dalla mole di carte e volumi stipati nelle stanze. Su una parete, lo ricordo come se la vedessi ora per la prima volta, stava affissa una grande mappa della regione di Madrid, sulla quale erano segnate a matita rossa linee e frecce. Insomma il proprietario dell’appartamento era stato volontario in Spagna. Un cassettone conteneva, oltre alla divisa da ufficiale, pacchi di lettere, carte di varia natura, quotidiani e riviste degli anni Trenta, blocchi da disegno pieni di schizzi a matita e ad acquarello. In una scatola, chiusa con uno spago, erano conservate alcune foto e su una scaffalatura a muro, accanto a Le metamorfosi di Ovidio, alla Divina Commedia, alle Odi barbare di Carducci, all’Allegria di naufragi, di Ungaretti, e a numerose raccolte di Gabriele D’Annunzio, tra cui le Laudi, stavano libri di argomento militare. Insomma, quando mi sono messo a scrivere, ho capito che il protagonista del romanzo non poteva che essere chi aveva abitato quella casa. Nella finzione l’ho chiamato Bruno Mancini, ma ho usato le lettere e i documenti ritrovati per dargli un’anima. La stessa abitazione di Ostia, che descrivo nel primo capitolo del romanzo, è quella che ho realmente visitato. C’è poi un film che ho visto e rivisto tante volte che certamente ha alimentato l’idea di scrivere Sotto il cielo di Spagna. Si chiama Terra e libertà e l’ha diretto nel 1995 il regista inglese Ken Loach. Segue le vicende di una piccola formazione di anarchici e racconta la storia d’amore tra un giovane volontario inglese ed una spagnola. Il film è ispirato a Omaggio alla Catalogna di George Orwell e Orwell è uno dei personaggi del mio romanzo.

In questo romanzo emerge il concetto di “dolore irrazionale” insito in ogni guerra. Ce lo vuole spiegare?

Il dolore solitamente è provocato da una perdita, da una delusione sentimentale o da un qualche evento drammatico che ci coinvolge. Il dolore riempie il tempo che impieghiamo ad elaborarlo dentro di noi. L’elaborazione del dolore è possibile perché siamo esseri razionali, ovvero siamo in grado di comprenderne le origini, le motivazioni, e spesso riusciamo a superarlo. In guerra tutto accade velocemente, gli eventi drammatici si susseguono incessanti, dunque non c’è il tempo di elaborare il dolore con la razionalità. Per questo i reduci si portano dentro per tutta la vita l’incubo di ciò che hanno vissuto. Il “dolore irrazionale” non è dunque il prodotto di un singolo episodio, ma al clima di orrore che ogni guerra porta con sé.

Il protagonista, Bruno Mancini, scopre che si può sostare sull’orlo del baratro senza finire nell’abisso. Per lei cos’è il baratro?

Il baratro è una rappresentazione simbolica del nulla. Prima di spiegare meglio il senso della scoperta di Bruno è necessario dire qualcosa di più su di lui. Bruno è figlio di un imprenditore, dunque è ricco di famiglia. È un borghese. Avrebbe la possibilità di fare altro, eppure decide di offrirsi volontario e di partire per la Spagna con il corpo di spedizione inviato da Mussolini in aiuto di Franco. Il problema è che Bruno a Roma si sente superfluo. Insomma Bruno avverte quella crisi della borghesia che Alberto Moravia ha magnificamente raccontato nei suoi romanzi. Ecco l’originalità di Sotto il cielo di Spagna sta proprio nel fatto che il protagonista è un borghese – e non un povero disgraziato, o un fascista, o un comunista, come in tanti romanzi scritti sull’argomento. Bruno partecipa alla guerra civile spagnola non perché crede nell’ideologia fascista e nemmeno perché è allettato dal cospicuo compenso destinato ai volontari. Parte per cercare risposte alla sua crisi interiore che lo fa sentire inutile. In questo contesto gli capita di riflettere sulla morte. Non avendo la fede, i suoi pensieri lo portano al cospetto del nulla, perché senza la fede la morte coincide con il nulla. Ovvero con la negazione della “speranza”. Quindi, “sostare sull’orlo del baratro” significa per Bruno vivere senza il conforto della fede. Ciò che vedrà e incontrerà in Spagna gli darà alcune risposte, ma non aggiungo altro per non togliere ai lettori il gusto di scoprirlo nelle pagine del libro.

Oltre a Bruno c’è un personaggio del suo romanzo al quale è particolarmente affezionato e perché?

Sì c’è! È un personaggio reale. Si chiama Gerda Taro. Era la compagna di Robert Capa. È morta nel luglio del 1937 nei dintorni di Brunete, una cittadina contesa tra nazionalisti e repubblicani, situata ad ovest di Madrid. Era una fotografa ed ha seguito, insieme a Capa, il conflitto spagnolo. La guerra civile ebbe molto risalto sulla stampa dell’epoca e i migliori fotoreporter del mondo raggiunsero la Spagna. Posso rivelare che nel romanzo Bruno Mancini incontra la fotografa tedesca. Ma non aggiungerò altro. Cercherò invece di spiegare perché amo questo personaggio. Gerda, ebrea, era dovuta fuggire dalla Germania dopo l’ascesa del nazismo e aveva trovato rifugio a Parigi. Là aveva conosciuto Endre Friedmann, meglio noto con lo pseudonimo di Robert Capa, esule anche lui. Avevano un rapporto burrascoso, ma alla fine si ritrovavano sempre. In Spagna Gerda divenne, tra i volontari delle Brigate Internazionali, un mito, una sorta di Giovanna D’Arco a cui tutti riconoscevano un grande coraggio. La chiamavano la pequeña rubia, ovvero piccola bionda, perché era minuta ed aveva i capelli chiari. Gerda mi affascina perché esprime i sogni della “giovinezza”. È sicura di sé, sa di piacere agli uomini, è avventata, ma è anche attenta a quello che sta accadendo in Europa. Capisce prima di molti altri che la Guerra civile spagnola è il preludio di eventi ancora più atroci e distruttivi. Nel 2007 a Città del Messico hanno ritrovato migliaia di negativi delle foto scattate in Spagna da lei, da Robert Capa e da David Seymour. Quelle fotografie, molte inedite, erano considerate perse. Recentemente sono state pubblicate tutte. Ho avuto la possibilità di guardarle e le ho usate per descrivere quello che ho raccontato nel romanzo. Se qualcuno vuole approfondire la vita di Gerda Taro, consiglio la lettura di un libro splendido, scritto da Irme Schaber: Gerda Taro. Una fotografa rivoluzionaria nella Guerra civile spagnola.

Dal suo romanzo emerge una grande conoscenza dei fatti storici, quanto è importante conoscere la storia per il suo lavoro di scrittore e giornalista?

Se si vuole scrivere un romanzo ambientato in un periodo distante più di ottanta anni dal nostro tempo, la storia occorre conoscerla bene, altrimenti è impossibile raccontare. In ogni caso io sono portato a dare grande importanza alla storia perché sono convinto che, pure se non ce ne rendiamo conto, il “presente” è strettamente collegato al “passato”. Sotto il cielo di Spagna fa parte di una trilogia di romanzi ambientati nel Novecento. Il primo, I campi di maggio, è uscito nel 2015 sempre per Edizioni Ponte Sisto e racconta una vicenda degli anni Settanta. Sotto il cielo di Spagna è il secondo. Il terzo, che ho già iniziato a scrivere, si svolgerà in un anno cruciale della storia del mondo, il 1956.

Che ruolo ha la storia nell’esistenza umana?

Il percorso dell’esistenza umana è la storia. Quindi dimenticare ciò che è stato, o non dargli importanza, significa vivere come ciechi. Sotto il cielo di Spagna racconta l’Europa degli anni Trenta, ovvero racconta il clima di conflittualità permanente che si viveva mentre le nazioni europee correvano verso la Seconda guerra mondiale. Dopo il 1945, ad eccezione di conflitti locali come le guerre balcaniche, in Europa non c’è più stata la guerra. L’Europa ha scelto la strada dell’unità piuttosto che quella dello scontro. Certo ci sono tanti problemi all’interno dell’Unione Europea, e occorrerà risolverli, ma almeno alle generazioni nate dopo il 1945 è stato risparmiato l’orrore della guerra. Mio nonno a diciotto anni è andato a fermare gli austriaci e i tedeschi dopo la rotta di Caporetto, mio padre a venti anni si è ritrovato al fronte. Se si dimentica la storia si rischia di ripetere gli errori che hanno devastato l’esistenza umana.

Perché il lettore de IlCorriereNazionale.net dovrebbe leggere “Sotto il cielo di Spagna”?

Innanzi tutto perché è un romanzo avvincente; poi perché potrà rivivere le atmosfere degli anni Trenta, incontrare personaggi come Ernest Hemingway, John Dos Passos, André Marlaux, Pablo Neruda, Robert Capa, Gerda Taro, Martha Gellhorn, Tina Modotti, rivivere le ultime ore di Federico García Lorca e capire come è morto davvero Buenaventura Durruti; infine il lettore avrà la possibilità di seguire il lungo viaggio di Bruno, di porsi le sue stesse domande e di valutare se le risposte che il protagonista trova durante il percorso possono aiutarlo a comprendere meglio il mondo.

Mariangela Cutrone


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