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Riflessioni sul caso Origone

Un cronista de La Repubblica, brutalmente picchiato dalla polizia durabte i disordini a Genova. Il Questore minimizza, ed è più grave di un fatto gravissimo.

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Quanto accaduto al collega  Stefano Origone, cronista del quotidiano “La Repubblica”, che pochi giorni or sono è stato selvaggiamente picchiato da alcuni poliziotti, durante gli scontri per un comizio a Genova di Casa Poud, ed è stato salvato da un ispettore di polizia che l’ha riconosciuto e gli ha fatto scudo col proprio corpo, richiede qualche riflessione. Se non ci fosse stato quell’intervento provvidenziale, Origoni, che comunque ha riportato non poche lesioni e che dichiara “pensavo di morire, mentre subivo il furioso pestaggio”, molto probabilmente sarebbe stato ridotto in fin di vita, se non peggio. E va sottolineato che Origone, vistosi aggredito si era dato alla fuga. E’ stato raggiunto, fatto cadere, e selvaggiamente pestato. Ne ha riferito, nell’immediatezza del fatto, su questa testata la collega Francesca Moretti.

Fa specie che ad oggi non si sappia ancora nulla su questi individui. Il questore ha rilasciato una video-intervista, sgrammaticata, in cui affermava di essersi recato all’ospedale per scusarsi, a nome della Questura, evidentemente, ma di non averlo potuto fare perché Origoni veniva in quel mentre sottoposto ad accertamenti. E subito dopo già era pronto nel filmato a giustificare l’equivoco in cui sarebbero caduti i poliziotti responsabili di quella violenza inaudita, avendo confuso il giornalista per un manifestante in fuga.

Devo dire che queste dichiarazioni sono peggio del pestaggio. Quest’ultimo, assolutamente ingiustificabile è comunque l’errore di un attimo. in cui il poliziotto che teme per la sua incolumità non è perfettamente lucido. Ciò non toglie che non può e non deve aggredire, provocare lesioni, o peggio. E’ già imperdonabile e vanno duramente sanzionati certi comportamenti messi in atto da manifestanti di frange politiche estreme, come pure se commessi da comuni delinquenti. Ma se a commettere questi reati, perché di reati si tratta, caro questore, sono poi i tutori dell’ordine pubblico, non solo è straordinariamente più grave, perché un poliziotto, un carabiniere, un finanziere deve dare l’esempio nel rispettare le leggi e tenere comportamenti, appunto, esemplari. La corruzione è un brutto crimine, se ne faccia una ragione chi come Salvini la vuol definire un reato minore,  tale non è, ma quando il corrotto è un magistrato o un rappresentante delle forze dell’ordine la cosa è assai più grave e deplorevole.

Purtroppo, di episodi così ne avvengono tanti, troppi. Se non si fosse trattato di un collega, un giornalista di una testata importante, probabilmente non ne avremmo saputo nulla.

Sgomenta, e ci crea dubbi sulla tenuta della democrazia e delle istituzioni democratiche nel nostro Paese, quel minimizzare le colpe del manipolo di poliziotti violenti da parte del Questore. Che sbaglia due volte, perché così facendo non solo non induce i suoi uomini a fare realmente il loro dovere, che non è certo quello di picchiare innocenti (invero anche i colpevoli vanno fermati, non pestati. L’uso della forza deve essere limitato allo strettamente necessario per difendersi ed impedire che vengano commessi altri reati) , ma di difendere i cittadini tutti, senza distinzione alcuna, come recita la nostra Carta costituzionale. Ma quel signore, così facendo, getta discredito su tutta l’istituzione e non è giusto. Perchè a fronte di quel gruppo di violenti, ce ne sono tanti corretti, onesti, che per uno stipendio da fame rischiano quotidianamente la vita per difendere i cittadini, le istituzioni, la convivenza civile dalle mille insidie. E sono proprio loro, coi loro rappresentanti ed organizzazioni sindacali, a cui ci rivolgiamo chiedendo di isolare le mele marce, di non permetter loro di gettare discredito su tutti, di ripudiare la logica che li spinge ad essere omertosi ed a coprire i colleghi che sbagliano. Non è più tempo, oggi che la nostra democrazia qualche colpo lo sta subendo. Ricordatevi del giuramento che avete fatto. Era una cosa seria,

Gianvito Pugliese


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