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Il “fattore umano” in un ufficio stampa editoriale: intervista a Valentina Fortichiari

Il lavoro in un ufficio stampa editoriale è un mestiere creativo che richiede tanta passione, entusiasmo, problem solving, capacità gestionali e soprattutto relazionali. Tra quest’ultime spicca l’empatia che consente di immedesimarci a pieno nell’autore di un libro, esplorare il suo mondo, comprendere i messaggi celati nelle sue parole, il suo stile personale, imparare a pensare con la sua testa.

Il “fattore umano” nel lavoro di un ufficio stampa è di fondamentale importanza. Dietro un libro ci sono “persone” che vanno comprese, valorizzate e apprezzate per quello che sono e trasmettono grazie alle loro storie e parole indimenticabili.

Il lavoro dell’ufficio stampa editoriale è proprio quello di guidare gli scrittori verso il loro potenziale pubblico di lettori, estimatori e giornalisti. Su questo lavoro che necessita di personalità multitasking e che consente di ottenere innumerevoli soddisfazioni personali, Valentina Fortichiari, docente in diversi Master dedicati al mondo dell’editoria, tra i quali il Master che fu ideato e diretto da Umberto Eco presso la Scuola di Studi Umanistici di Bologna, il Master dell’Università Cattolica di Milano, quello del Collegio Santa Caterina di Pavia, ha pubblicato di recente per la nota casa editrice Tea un interessante libro.

Mi facevi sentire Dostoevskij” (Tea) di Valentina Fortichiari non è solo un manuale utile per chi vuole intraprendere il lavoro di addetto stampa editoriale. È prima di tutto un memoir, un diario ricco di ricordi, esperienze vissute intensamente, aneddoti, consigli scritti da una donna che ha vissuto a 360° questo mestiere emozionante. In esso la Fortichiari ripercorre circa ventun anni di carriera nel gruppo Longanesi diretto per tanti anni dal noto editore Mario Spagnol, facendo emergere la passione e l’amore che ha dedicato per quella che è diventata una vera missione di vita. Attraverso questo libro ci insegna che lavorare nel settore editoriale significa prima di tutto amore per la scrittura e per le persone con le quali si interagisce e si impara a stare a stretto contatto per tante ore in una giornata.

Valentina Fortichiari ha tanto da trasmettere ai suoi allievi e chi ama il mondo editoriale che è in n continua evoluzione. Del suo libro, del mondo editoriale odierno e della sua carriera ci parla in questa esclusiva intervista.

Com’è nata l’idea di scrivere questo manuale, memoir, dedicato al lavoro dell’ufficio stampa editoriale?

In realtà un giorno fu Stefano Mauri a chiedermi di scrivere un manuale sul mio lavoro, aveva letto gli appunti delle mie lezioni al Master bolognese diretto da Umberto Eco, la mia prima, inconfondibile esperienza di libera docenza. Ci ho dovuto riflettere lungamente. Anzi, ho fatto trascorrere 5 anni per elaborare il mio distacco dall’azienda (ho smesso nel 2013), e poi – appena ho iniziato a scrivere, tutto è fluito facilmente come un racconto, il romanzo di una professione secondo la bella definizione che ne ha dato il direttore commerciale, Giuseppe Somenzi. Non è soltanto un manuale, è più propriamente un flusso di ricordi, di aneddoti, di esperienze. Soprattutto di memoria.

Tre aggettivi per definire la tua carriera in campo editoriale…

Non saprei. Sono stata felice, non mi sono mai annoiata. Preferisco un sostantivo per definire la mia professione: passione. Una passione che ho cercato di trasmettere a tutti i giovani studenti capitati lungo il cammino fatto insieme nelle conversazioni ai numerosi Master dove ho insegnato.

Un “bravo addetto stampa” quali competenze deve possedere? Quali le sue esperienze pregresse?

Più che competenze (lettura scrittura conoscenza di almeno una lingua straniera), preferisco parlare di attitudini, indole: ci vuole una grande umanità, gentilezza, sobrietà, attenzione, ascolto, grazia, pazienza, resistenza fisica e mentale. In tre parole preziose: educazione, carattere, stile. Riguardo alle mie esperienze pregresse, sono entrata in editoria presto, dopo soli due anni di insegnamento discontinuo nei licei. Ho cominciato in redazione, dodici anni presso il settore editoriale del Touring Club Italiano. Ma in contemporanea ho sempre lavorato a latere, in proprio, curando le opere di Guido Morselli e di Cesare Zavattini. E scrivendo articoli, brevi saggi. Questo mi ha facilitata quando ho accettato una esperienza di ufficio stampa, dapprima presso un editore piccolo, la casa editrice Mursia, per tre anni. Poi facendo il grande salto nella comunicazione presso un Gruppo che allora (nel ‘92, quando fui assunta da Mario Spagnol) si chiamava Gruppo Longanesi, ora GeMS, dove ho trascorso 21 anni.

 

Lei nel suo libro valorizza molto il “fattore umano” in un ufficio stampa editoriale. Durante la sua carriera ha mai ritenuto l’essere empatici un limite o difetto?

Una qualità indispensabile.

La parte più soddisfacente di questo lavoro… e quella più noiosa….

Si condivide gioia e soddisfazione con gli autori, l’editore, i colleghi quando si portano a casa eccellenti risultati, successi di un lavoro di squadra minuzioso, armonioso. Noia? Pressoché mai, salvo con qualche autore recalcitrante, che non voleva collaborare. Che era ingeneroso nel darsi, nell’offrirsi. Casi davvero rari, per fortuna; ma quando succede, bisogna usare l’autorevolezza e la persuasione.

Come sta cambiando il mondo editoriale odierno nell’epoca del self publishing?

Moltissimo, e non mi piace molto. Ho vissuto tempi migliori, anzi, gli anni forse più felici dell’industria editoriale, sotto ogni profilo. Non mi piace nessun genere di ‘self’, purtroppo.

Un rimpianto legato alla sua carriera…

Forse aver trascurato il tempo dedicato a mio figlio, alla famiglia, ma Tito, mio figlio, ancora ricorda (e mi è grato) tanti autori che gli ho fatto incontrare e conoscere. Gli sono rimasti nel cuore. E un pochino l’ho contagiato con l’amore per la lettura, per la scrittura.

Lei è anche una docente di Master nel campo della comunicazione editoriale. Per lei cosa significa insegnare il suo mestiere alle nuove generazioni?

Come forse ho detto, trasmettere una passione. Raccontare, perché questo faccio durante le mie lezioni-conversazioni, raccontare, ricordare e da ogni esempio, aneddoto, trarne la teoria, ecco ogni volta vedere mille occhi che mi guardano, pieni di stupore e contentezza, mille orecchie che non si perdono una virgola, mi incanta, mi rende felice.

Quanto conta avere delle solide e autentiche guide di riferimento in questo lavoro?

Moltissimo, io credo di ricordare ogni singola persona che nella mia vita è stata per me un esempio indimenticabile, ogni persona che mi ha formata, maturata. Ho assorbito da ciascuno come una spugna. Vorrei essere riuscita a offrire altrettanto ai miei studenti nel corso degli anni. Aprire la mente, il risultato più significativo, cruciale.

Come alimentare “la fame di conoscenza” in questo lavoro?

Stando vicini agli autori, agli scrittori, osservarli, ascoltarli, assimilando ogni minuscolo dettaglio della scrittura, della mente, del loro cuore. Comprendere il loro pensiero, entrare addirittura nelle loro menti. Questo è appagante come non mai.

Quale consiglio darebbe ad un aspirante addetto stampa editoriale?

Crearsi una propria identità riconoscibilissima, svettante su chiunque. Costruire un proprio stile, scegliere un modo inconfondibile di agire, di interpretare questa professione. Cercando di essere se stessi sempre, fino in fondo. Con grande umiltà, sobrietà, decoro. Senza mai esibirsi.

Mariangela Cutrone

 

 

 

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