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Salvini, Di Maio e la lunga polemica sul caso Siri

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Il caso Siri è una polemica inutile se rimane limitata alla vicenda del sottosegretario e dei suoi rapporti con Palo Arata. La verità è che esiste un filo di Arianna che collega Salvini e Giorgetti al sottosegretario Siri.   Ma vediamo il perché. Paolo Arata è stato scelto da Salvini quale consulente per le energie alternative, uno dei figli di Arata è consulente di Giorgetti, potente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Siri è indagato, solamente indagato, per corruzione per una presunta mazzetta o promessa di mazzetta da parte di Paolo Arata, al fine di introdurre una norma in favore di un’azienda privata che opera nel settore eolico. Si ipotizza che l’azienda in questione sarebbe riferibile al sig. Nistri arrestato per aver finanziato la latitanza di Matteo Messina Denaro. Accusa grave ma tutta da provare.

Il tutto, ove fosse provato, sarebbe di una gravità enorme. Tanto enorme che farebbe pensare a un’Italia governata da un Esecutivo infiltrato dalla mafia. Orbene, in proposito va ricordato che l’avviso di garanzia è, appunto, una garanzia per consentire all’indagato di difendersi offrendo la sua versione dei fatti. Quindi, non possiamo pensare che un avviso di garanzia influenzi l’attività del Governo e del Parlamento. Ma la considerazione vale per tutti. Anche per Salvini che, nel caso di Perugia, non ha esitato a pronunciare giudizi di fuoco contro gli indagati i quali, anche loro, seppure di diverso colore politico, hanno diritto di essere ritenuti innocenti sino alla condanna definitiva. Ma Salvini rispetta il principio della presunzione di innocenza a corrente alternata. E, anzi, accusa di partigianeria i giudici che rivolgono la loro attenzione alla sua parte politica definendoli di sinistra, esortandoli a candidarsi e farsi eleggere, come se l’elezione rendesse i nostri politici esenti dall’obbligo di osservare le leggi. Mentre, sarebbe utile che il Nostro si convincesse che gli eletti hanno maggiori obblighi dei comuni mortali. Ricordo che la nostra Costituzione ha operato un precisa e consapevole scelta nell’arruolamento dei magistrati mediante concorso pubblico.

La scelta è stata determinata da una semplice ed elementare considerazione: il magistrato deve essere libero nella sua attività giurisdizionale, per garantirne l’autonomia che, come è facilmente intuibile, sarebbe compromessa dalla loro elettività. Gli inconvenienti nella dipendenza del magistrato dal corpo elettorale sono molteplici. Basti pensare alla loro dipendenza dagli umori ondeggianti degli elettori dai quali il magistrato cercherebbe di farsi rieleggere. Ma, poi, sarebbe garantita la necessaria competenza di chi deve esercitare la giurisdizione? Ricordiamoci che l’esercizio della funzione giurisdizionale richiede una elevata competenza professionale, quella stessa competenza che, invece, manca, molto spesso, agli eletti in Parlamento. Aggiungo: la Costituzione ha voluto che l’azione penale fosse obbligatoria, per evitare che l’attività dei pubblici ministeri fosse compromessa da scelte arbitrarie in ordine ai reati da perseguire. Ma, sono convinto, Salvini conosce molto bene le ragioni delle scelte costituzionali. Solo che rifiuta, come è successo nel recente passato, che l’azione politica subisca intralci da parte di un potere costituzionale che il nostro ordinamento vuole autonomo rispetto agli altri poteri.

E’ un principio democratico che ciascuno di noi dovrebbe difendere in quanto teso a garantire i principi di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Forse, sarebbe utile che i signori politici siano obbligati a seguire dei corsi di cultura costituzionale ancora prima di candidarsi. Cultura da accertare mediante un serio esame di diritto costituzionale.

Raffaele Vairo


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