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Il Mondo esce da una civilta’. La Gran Bretagna dalla Europa. E il Sud dell’Italia?

Interviste & Opinioni

Pino Aprile

La domanda a cui si cercherà di rispondere è, come al solito, quella che riguarda il futuro: E ora? E si analizza già il crollo delle borse, delle valute europee, la possibilità che si disintegri la Gran Bretagna, con l’uscita dell’Irlanda del Nord (che entrerebbe nell’Eire, insomma l’Irlanda tornerebbe una) e della Scozia, che già era rimasta nel Regno Unito per un pelo, al referendum dell’anno scorso, quando stava per andarsene e aderire all’euro, stufa della sterlina. E poi i mal di pancia da fuga dall’Unione Europea della Francia dei Le Pen, dell’Italia dei Salvini, dell’Austria…

Il rischio, però, è di sbagliare la domanda. Non che sia fuori luogo quella sul futuro, ma come si fa a cercare risposte, senza partire dal passato, ovvero senza essersi prima chiesti: «Perché?».

L’Europa Unita è irrinunciabile, ma non è detto che il modo sia quello fin qui seguito. Da quando è partito questo grande progetto, il continente non ha più avuto guerre, dopo millenni di conflitti interni culminati nel peggiore conflitto mondiale e nella più grande strage di sempre.

Quello che rende antipatica l’Unione e genera ostilità non è il cosa, ma il come; si compie lo stesso errore fatto con l’unificazione dell’Italia: la si appiattisce sugli interessi del più forte e si distruggono le differenze e le identità, illudendosi, così, di alimentarne una, quella “europea”, che si avverte debole.

Ma è proprio questo che demolisce la costruzione unitaria. L’Europa, come l’Italia, è un valore mondiale per la somma delle sue diversità, l’ampiezza delle sue identità. Siamo europei, perché italiani, spagnoli, inglesi…; e non saremmo più europei se diventassimo meno italiani, spagnoli, inglesi… Al contrario.

Invece di esaltare le differenze, favorendo lo scambio, l’incontro, l’arricchimento nel confronto, l’Europa degli affaristi e dei burocrati ha tentato e tenta di imporre l’unità della misura minima del cetriolo o della curvatura massima delle banane importabili. Mentre i Paesi più forti (prima la Francia progettandolo, poi la Germania facendolo) hanno pensato di usare le strutture dell’Unione, per riuscire dove le armi avevano fallito: porsi alla guida del continente e farne un mercato proprio ed esclusivo, schiacciando le economie degli altri Paesi.

Ma gli altri vogliono essere europei alla loro maniera e alla pari, non qualcosa meno dei tedeschi. Si vuole essere europei restando se stessi. Insomma, da pugliese: fra abbattere gli ulivi e uscire dall’Europa, io esco dall’Europa. E lo sciocco non sarei io, ma l’Europa che, radendo al suolo gli ulivi, cancellerebbe il proprio passato, la sua radice e, con la mia, la sua identità mediterranea.

È mancato il pensiero alto di grandi uomini come De Gasperi, Schumann, Adenauer, Spinelli, che il disegno unitario concepirono come via per la pace e la prosperità del continente.

È mancato quel respiro ideale che poteva unire i popoli europei, radicati nella propria storia e curiosi dei tanti intrecci con quelle altrui. Ci siamo mossi rasoterra e il respiro corto, invece di alzarci in volo e riempirci i polmoni di fiato lungo. Siamo stati piccoli, immensamente più piccoli della grandezza del progetto.

Ma…, ma “quel che avviene conviene” dice sempre il mio amico Ioannis Davilis, che guida la comunità greca del Salento. In questo caso, l’uscita del Regno unito, che unito non resterebbe, può essere solo il primo passo della ricomposizione dei popoli e dei territori, alla luce delle esigenze della nuova civiltà, quella informatica. Cominciata, per convenzione, nel 1989, il giorno del crollo del muro di Berlino, ovvero il giorno d’inizio del dissolvimento dell’impero sovietico, il più grande mosaico di popoli e stati di sempre.

I potentati dei possessori di terre che organizzavano, da padroni, la vita di chi in quei confini (regni) abitava, finì con il declino della civiltà agricola, poco più di due secoli fa; l’attuale disegno dei Paesi e dei poteri è conseguenza dell’imporsi della civiltà industriale. Che ora declina. Ogni volta, il passaggio da una civiltà e una tecnologia all’altra è avvenuto con spaventosi spargimenti di sangue; speriamo, questa volta, di cavarcela solo con gravi problemi economici e politici.

Quello che accade pare preludere all’arroccamento dei popoli in più solide radici identitarie, storiche, culturali, che consenta di partecipare da basi più sicure alla galoppante civiltà informatica: la globalizzazione da una parte rende tutti più simili nei comportamenti e nell’uso degli stessi mezzi, in uno spazio virtuale, senza distinzioni; dall’altra induce alla riscoperta di quello che rende diversi e riconoscibili come individui e comunità (è il fenomeno “local”, non meno potente di quello global).

L’uscita del Regno Unito dall’Europa, quindi, così come preluderebbe all’uscita della Scozia e dell’Irlanda del Nord dal Regno Unito, potrebbe annunciare quella di territori uniti a chiacchiere e con la violenza e tenuti, di fatto, separati e in stato di minorità, come il Sud d’Italia o la Corsica.

La faccenda sappiamo come è cominciata, ma questa è l’unica cosa certa. Nella nuova stagione dell’uomo è tutto da definire, inventare, per adattare il vecchio al nuovo o dismetterlo. I movimenti trans-nazionali e non idelogici come quelli di Tzipras, de Magistris e altri, non sono che i primi adattamenti della politica al mondo che sarà.


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