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Recensione del romanzo di Mercinelli “Espiazione”

Il silenzio come distanza che trasforma l’amore in odio; il silenzio come viaggio di purificazione e conquista del perdono. Il senso del romanzo “Espiazione” di Gaetano Mercinelli (Antonio Mandese Editorie) è un pellegrinaggio che dal passato approda ad un presente nuovo, già futuro fatto. Sullo sfondo una famiglia come tante, che però si sfalda, e i suoi legami eterni, una città che dà chiasso e stordisce. Intorno c’è silenzio. Due io narranti in un padre e un figlio, sconosciuti e vittime entrambi degli stessi errori in diversi strali, alla ricerca di una donna, una moglie, una madre. Alla ricerca dell’unico modo per ritrovare se stessi: il silenzio misto a solitudine. Una lettura piana che si snoda in tempi e luoghi diversi, da Roma sino a 500 km più a nord e 1000 più in alto, per morire a Genova. Il lettore viaggia insieme ai protagonisti in un percorso terreno di espiazione, appunto, per “attraversare un buio”. L’importanza del “dover esserci”, sia pure in bilico tra il delicato profumo di gelsomino e la forza della pietra, vista come “cuccia preferita”, come luogo di ascolto e riflessione, come la panca in pietra di un monastero. L’autore attraversa tra le righe del romanzo il “doloroso canale del parto per iniziare a vivere” nuovamente e si affida al “silenzio per riparare, per espiare tanti silenzi”.
Quante parole per dire l’assenza di parole. Eppure, in fondo, che cos’è il silenzio se non, come diceva Calvino, «la rete di rumori minuti che l’avvolge». Un «linguaggio», addirittura, per Leopardi, quello «di tutte le forti passioni, dell’amore (anche nei momenti dolci), dell’ira, della meraviglia, del timore». Nelle Confessioni, sant’Agostino lo mette accanto all’oscurità che precede la creazione: le tenebre dove non c’era luce, il silenzio dove non c’era suono. Per Pope, il traduttore inglese di Omero, era l’assoluto fuori dal tempo: «Silence! Coeval with Eternity». Umberto Eco lo evoca alla fine delle 580 pagine dell’ultima edizione riveduta e corretta de Il nome della rosa (Bompiani 2012): «Non mi rimane che tacere». E così, erede dei classici della nostra letteratura, Gaetano Mercinelli ci consegna il valore dell’ascolto, dell’esserci, dell’amore fatto di presenza e gesti, dell’importanza della ricerca costante e vitale della verità, della riconciliazione con se stessi.
Evelyn Zappimbulso

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