Interviste & Opinioni

Il Superuomo. Un atto d’amore verso gli uomini veri.

È assai di moda affermare che l’amore giustifica tutto, assolve tutto e si giustifica da sé solo, che non esistono amori sbagliati, perché l’amore, se autentico e sincero, è sempre buono e sempre degno del massimo rispetto. Che sia sempre degno del massimo rispetto, se autentico e sincero, non vi è dubbio; che sia sempre buono, no. Dunque bisogna vedere che cosa si intende per buono.
In tempi di relativismo trionfante, quali sono i nostri, “buono” è diventato sinonimo di “vero” e “vero”, a sua volta, sinonimo di “reale, effettivo”.
Alla luce di ciò oso dire che Friedrich Nietzsche ha amato gli uomini. Lo provano non soltanto le circostanze della sua vita, ma anche il suo pensiero, a dispetto del fatto che qualche improvvido esegeta ne abbia fatto niente di meno che il profeta del nazismo. Tutta la sua vita, tutte le sue opere e tutto il suo pensiero ruotano intorno all’amore per l’uomo: un amore tenerissimo, sensibilissimo, quasi femmineo; eppure, nello stesso tempo – o, piuttosto, proprio per questo – un amore esigente, protervo, quasi tirannico. Vi è qualcosa di ingenuo, quasi di fanciullesco, nell’amore e nella tenerezza di Nietzsche verso gli uomini: sì, proprio verso gli uomini e non verso “l’uomo”, perché Nietzsche, nei confronti dell’uomo, è stato di una durezza quasi inumana; ma gli uomini concreti e reali, gli uomini della vita reale e quotidiana, quelli li amava e li amava senza riserve, accettandoli così come sono, pur senza mai abbandonare il suo grande e folle sogno di trasformarli, di spronarli verso una mutazione antropologica, di far loro da levatrice affinché partorissero, finalmente, la nuova creatura, da lui tanto attesa e annunciata: il Superuomo.
Al contrario di altri filosofi, che dicevano di amare l’uomo, ma che disprezzavamo gli uomini concreti, Nietzsche diceva di amare gli uomini, o meglio, lo faceva dire al suo Zarathustra.
Del resto il Superuomo è, per Nietzsche, la veste scintillante che gli uomini devono indossare per medicare le loro ferite e per riconciliarsi con la vita.
Insomma, quello di Nietzsche è un nuovo Vangelo e lui è non solo il profeta, ma proprio il Cristo di questo Lieto Annuncio. Lo dico senza la benché minima intenzione ironica o, tanto meno, blasfema, ma ben consapevole della contraddizione in ciò insita, contraddizione, del resto, che non è del lettore, ma dell’autore, cioè di Nietzsche medesimo.
Se non si colloca il pensiero di Nietzsche e la dottrina del Superuomo entro questo contesto naturalmente religioso, ovviamente “religioso” nel senso più ampio del termine, si rischia di non capirne veramente nulla.
Dunque, alla “niciana” maniera, il modo giusto per amare gli uomini è quello che consiste nel rispettare la loro profonda umanità e, nello stesso tempo, nel sostenerli nella realizzazione del bene. Tuttavia, per sapere cosa sia il bene dell’uomo, bisogna, ancor prima, sapere cosa sia l’uomo.
Nietzsche non dà mai, a quanto ne sappiamo, una definizione soddisfacente dell’uomo. Incombe quindi l’onere della definizione attraverso i suoi scritti.
L’uomo non è una monade smarrita nell’universo; è una creatura immersa in situazione, ossia in una rete di relazioni con altre creature e con altri enti, con i quali condivide una parte del suo orizzonte esistenziale e della sua esperienza di vita, direttamente o indirettamente, materialmente o idealmente; è un essere sociale, che trova la propria realizzazione in mezzo ai suoi simili e, per quanto possibile, anche con tutte le altre creature e con tutti gli altri enti di natura spirituale superiore. Dunque, il bene dell’uomo non può essere da lui perseguito ciecamente ed egoisticamente: il suo bene deve accordarsi ed armonizzarsi con il bene di tutti gli altri, altrimenti non sarà vero bene, ma apparenza menzognera di bene. Il Bene è il bene di tutti e di ciascuno, infallibilmente e simultaneamente.
Ed ecco cosa c’è dietro il Superuomo di Nietzsche. Egli ama gli uomini, quelli reali e concreti e li sprona, li eleva e li provoca perchè desidera sinceramente vederli realizzati.

Evelyn Zappimbulso


 


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