Cultura

L’analfabetismo emotivo

Si va diffondendo  sempre di più nel nostro Paese l’analfabetismo emotivo che ne frena la crescita  e si sta rivelando un fenomeno sempre più diffuso tra i giovani e talvolta con conseguenze tragiche.

Nei giorni scorsi la stampa ha dato ampia diffusione al gesto di un diciannovenne che si è lanciato dal 5° piano di casa perché la madre gli aveva tolto la tastiera del computer con il quale in pratica conviveva e che rappresentava per lui l’unico contatto con la realtà. Un fenomeno molto triste e preoccupante sul piano sociale che si va diffondendo a dismisura  tra i giovani.. In un centro milanese impegnato ad aiutare i giovani, vittime del bullismo, risulta che ci sono stati circa cento tentativi di suicidio negli ultimi anni (Crepet, 2016). Il successo dei social media nasconde un’altra  insidia: la dipendenza dai social network. Un uso moderato  inferiore a due ore al giorno può produrre un aumento di produttività in tutti i campi, il superamento di questa soglia, talvolta dalle 6 alle 8 ore al giorno può creare una vera e propria dipendenza da internet, caratterizzata da modificazioni dell’umore, perdita delle relazioni interpersonali e un’attenzione orientata  essenzialmente all’utilizzo ossessivo dei social network. Anche l’analfabetismo emotivo è molto spesso una conseguenza devastante che scaturisce dall’uso massiccio dei media. L’espressione analfabetismo emotivo (o analfabetismo emozionale)  indica, secondo Umberto Galimberti e Daniel Goleman, l’incapacità di riconoscere e controllare le proprie emozioni. L’analfabeta emotivo è vittima di un inaridimento del cuore, che lo rende incapace di provare empatia e compassione; a relazionarsi con  le emozioni degli altri, fino a sfiorare una vera e propria patologia della personalità trasformando l’individuo in un soggetto freddo e talvolta imprevedibile.

Oggi è fallita  la comunicazione emotiva e con essa la formazione del cuore che ci fa discernere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Ma la formazione del cuore si realizza nella relazione dell’uomo con l’altro uomo. Nel momento in cui la comunicazione si interrompe l’altro diventa “alienus”  ed io divento estraneo a me stesso, un alienato (Mounier, 1960).L’analfabetismo emotivo è, quindi, quello stato in cui una persona non riesce a riconoscere le emozioni che prova (non che non le provi, le emozioni ci sono sempre) e ad attribuire correttamente le emozioni altrui (empatia deficitaria). È fondamentale imparare a riconoscere questo disagio, che anche se non possiamo classificarlo come malattia rende certamente la vita peggiore. L’analfabetismo emotivo è legato a filo doppio al concetto di intelligenza emotiva. Quando le emozioni stanno a bollire nel profondo della nostra anima, secondo Umberto Galimberti, diventano un ospite inquietante, una presenza fissa e invisibile che rimane nascosta finché, in modo del tutto imprevedibile, freddo e follemente razionale non sfocia in gesti estremi.

Nel suo saggio intitolato proprio “L’Ospite Inquietante”  l’autore parla di una serie di casi di ragazze e ragazzi che hanno vissuto nella normalità fino al momento in cui hanno compiuto le azioni peggiori. Accomunati tutti dal definirsi “persone normali”. Proprio la normalità cela l’analfabetismo emotivo, il deserto dei sentimenti tanto dannoso. Un esempio di analfabetismo emotivo è quello costituito da un bambino che, trascorrendo le sue giornate davanti alla tv o a qualche videogioco, non riesce a comprendere quali azioni, nel gioco “reale”, possano causare rabbia o invidia nei compagni, scatenando risse e malumori ogni volta che si trova in loro compagnia. Anche in assenza di stime precise, chiunque lavori nella scuola o a contatto con i bambini saprà che si tratta di un disagio in forte aumento, a causa anche della virtualizzazione della realtà. Non frequentare la vita sociale, non parlare e vivere a contatto con i coetanei li rende meno capaci in tutti quei compiti che prevedano abilità sociali, come ad esempio riconoscere le emozioni.

L’antidoto contro l’analfabetismo emotivo è costituito dall’educazione sentimentale e dall’educazione emotiva. Di recente è stata avanzata una proposta di legge volta a omogeneizzare questi percorsi intrapresi autonomamente da docenti, trasformandoli in un virtuoso modello nazionale, volto ad attuare un diritto scritto nella Convenzione di Istanbul e a colmare il ritardo dell’Italia rispetto all’Europa. Il presupposto, come si è detto, è di insegnare ad affrontare le emozioni per sradicare i pregiudizi. Saper parlare dei propri sentimenti è anche un modo per migliorare le capacità di comunicare e l’apprendimento cognitivo, che alle emozioni è strettamente connesso. Ma è davvero necessario porre un accento così forte sull’analisi delle emozioni?. Non dovrebbe essere un percorso di apprendimento fisiologico? Forse sì, ma purtroppo, ai giorni nostri, non lo è. Già nel 2007 il filosofo Umberto Galimberti  ebbe modo di lanciare l’allarme, evidenziando come l’analfabetismo emotivo stesse dilagando tra i più giovani. Il motivo?. Sicuramente la mancanza di tempo, le routine sempre più frenetiche, gli stili di vita volti ad avere il tutto, non il meglio, contribuiscono a ridurre la qualità del tempo trascorso in famiglia. I sentimenti non si tramandano di generazione in generazione geneticamente, con il Dna, ma si apprendono in famiglia e attraverso la cultura. I primi anni di vita del bambino sono un periodo chiave, determinante per molti aspetti della vita futura.

E’ proprio in questo periodo che i bambini vanno seguiti, accuditi, ascoltati perché altrimenti si convinceranno di non essere ascoltati, di non averne diritto, di non valere niente. I genitori sono tra i principali autori nella costruzione delle mappe emotive, aiutando i bambini a passare dal semplice impulso, che è fisiologico e naturale, all’emozione, che è un passo evoluto rispetto all’impulso, fino ad arrivare al sentimento, che non è solo una questione emotiva ma anche cognitiva. In questo processo è fondamentale saper utilizzare un corretto linguaggio emotivo, facilitatore dell’apprendimento. Far socializzare i bambini è un rimedio all’analfabetismo emotivo? E’ piuttosto prevenzione di un disagio, è un modo per garantire uno sviluppo armonico e una crescita serena.   Cosa può essere utile nel combattere l’analfabetismo emotivo? Imparare a sorprendersi, mettersi in condizione di sperimentare le emozioni, ad esempio stando a contatto con la natura. Anche i contesti sociali aiutano molto. Leggere libri sulle emozioni e fiabe emozionanti sono altri validi aiuti. Sarà un dato banale al quale ormai si da una scarsa importanza considerandolo ormai normale, di routine, ma oggigiorno i genitori hanno poco tempo: troppo impegnati a lavorare, per necessità o per desiderio di realizzarsi, delegano l’educazione dei figli ad altri, spesso trincerandosi dietro il concetto di “tempo di qualità“. Sicuramente la qualità del tempo è importante, ma non sufficiente: laddove possibile (possibilmente sempre) i bambini hanno bisogno di tempo-quantità: di essere riconosciuti passo dopo passo, disegno dopo disegno, domanda dopo domanda. E allora, i genitori, devono  imparare a poter disporre senza limitazioni del loro  tempo, a rallentare, a riflettere sui sentimenti, sulle  emozioni; ad interrogarsi seriamente  su quello che stanno  trasferendo ai loro bambini. Se non si aiutano i figli a costruire, da piccolissimi, le mappe emotive, essi cresceranno senza riuscire  a “sentire” nel profondo la differenza tra bene e male, tra il giusto e l’ingiusto. In questo modo i figli cresceranno vittime di quell’apatia psichica che spesso porta a quando ormai sempre più spesso le cronache tristemente ci raccontano. Il rischio è l’apatia affettiva, la noia, la mancanza di stimoli che poi porta, inevitabilmente, oltre all’analfabetismo emotivo, anche a cercare stimoli attraverso risposte forti.

Giacomo Marcario

Comitato di Redazione de “Il Corriere Nazionale”.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Hai apprezzato i nostri contenuti? Aiutaci a condividerli.

RSS
Facebook
YOUTUBE