Sicilia

“Decollati. Storie di ghigliottinati in Sicilia” di Salvatore Mugno

Antonio Cangemi

Pochi scrittori sono prolifici come il trapanese Salvatore Mugno, che non è solo un impenitente grafomane ma che è anche – e ciò in parte spiega la sua ossessione per la scrittura – animato sino al paradosso da innumerevoli e variegati interessi. Tra i tanti, quello per le biografie di figure dimenticate, la legalità, la letteratura (originalissimi i suoi studi su alcuni poeti e scrittori arabi).

Da ultimo la sua sconfinata curiosità è stata accesa dalla “vedova allegra”, per dirla come i francesi chiamavano la ghigliottina. Della quale si conserva un esemplare d’indubbio rilievo storico al museo Pepoli di Trapani. La ghigliottina del Pepoli ha suscitato in Mugno una riflessione che lo scrittore trapanese, nello scrivere “Decollati. Storie di ghigliottinati in Sicilia” edito da Navarra, ha voluto consegnare ai lettori: “Oggi che gli orrori dei ‘tagliatori di testa’ – da Al Quaeda all’Isis e non soltanto essi – sono tornati di moda, è forse, peraltro, il caso di ricordare che ci sono stati tempi in cui anche noi, cristiani e di buone maniere, abbiamo coltivato il gusto di veder rotolare i crani, facendone anche pubblico ammonimento e spettacolo, con tanto di scenografico patibolo”.

Il libro è aperto dalla prefazione di Renzo Paris e da un paragrafo introduttivo, “Delitti e castighi nella Sicilia dell’Ottocento”, in cui Mugno ci fa conoscere diversi particolari sulla ghigliottina e sul suo uso in Sicilia (ve ne era una per ogni capovalle), sul periodo in cui essa operò (dal 1822 al 1870, transitandosi dal dominio borbonico all’unità d’Italia), sulle norme che disciplinavano la pena capitale, sulle modalità delle esecuzioni, sull’estrazione sociale dei decollati e su tanto altro ancora. Seguono le 19 storie di vittime della “vedova allegra” del museo trapanese intitolato a quel Pepoli che, come si legge in un passo del “Viaggio in Sicilia” di Berenson riportato in esergo, “ne spiegava, con pedantesca soddisfazione, il semplice meccanismo e l’implacabile rapidità di taglio netto”. Le vittime solo raramente appartenevano alla borghesia, quasi sempre erano di ceti più bassi e spesso legati al mondo rurale. Le vicende che condussero alla loro decapitazione il più delle volte riguardavano litigi attorno alla “roba” e “storie di fimmini”, salvi i casi di perversioni (pedofilia) e di malandrerie riconducibili ad una mafia primordiale, quasi a confermare ciò che osserva Sebastiano Aglianò nel suo “Che cos’è questa Sicilia?”: “La vita dei siciliani ruota attorno a due poli: la roba e le donne”.

 Le storie sono scritte con “stile asciutto, ‘tutto cose’, dove il mondo agro-pastorale non ha nulla di poetico”, nota Renzo Paris nella prefazione. Non a caso Mugno sceglie una scrittura essenziale, da cronaca giudiziaria, per raccontare fatti crudi che si concludono con la crudezza della decapitazione, integrandoli spesso con i verbali del tempo freddi e di incerta sintassi nel loro astratto burocratese. Lo fa per mettere in risalto l’atrocità della pena di morte, accentuata dalla sommarietà e casualità delle decisioni (alcuni  scansavano la morte per una grazia, altri non erano benefiari dell’atto di clemenza per circostanze del tutto accidentali). Come la sorte – e soprattutto la peggiore sorte – degli uomini fosse legata ad arbitrio – ed è un arbitrio, comunque, decidere sulla vita degli altri – e quanto disumane si rivelavano e si rivelano, in questi casi estremi, le formule del burocratese, emerge ancor più nel volume, complementare a “Decollati. Storie di ghigliottinati in Sicilia”, “Sentenze di ghigliottinati in Sicilia” in cui l’autore ha raccolto gli atti giudiziari relativi alle condanne capitali. Lavoro frutto di lunghe ricerche presso gi Archivi di Stato di Palermo e di Trapani. I due volumi, seppure strettamente collegati, possono acquistarsi separatamente. In  “Sentenze di ghigliottinati in Sicilia” vi è anche la descrizione della “vedova allegra” scritta da Pietro Barbera. Anche tale descrizione, minuziosa e ricca di dettagli tecnici, è finalizzata a richiamare la brutalità di una macchina di morte.

L’ultimo lavoro di Mugno ha più di un pregio: è uno spaccato sulla vita in Sicilia nel secolo XIX, in particolare nel Trapanese e nei ceti meno abbienti di un mondo rurale in cui la miseria si combinava con la violenza; è un sottinteso monito contro la pena di morte e un invito a ricordare le nefandezze della “giustizia” affinché oggi – in tempi non rassicuranti – prevalga sempre la ragionevolezza, l’equità, l’equilibrio del diritto.

In fondo i decollati che ci fa conoscere Mugno, per quanto alcuni di essi rei di delitti infamanti, reclamano pietà e ci ricordano i versi di De André intrisi di umanità: “Tutti morimmo a stento/ ingoiando l’ultima voce/ tirando calci al vento/ vedemmo sfumare la luce”.


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