Cronaca

Agghiacciante: l’inferno non è solo a Bibbiano!Appello di una madre pugliese costretta a combattere i soprusi e l’abuso di potere di un’assistente sociale per non vedersi sottratto suo figlio

 
Una donna pugliese residente nella provincia di Barletta-Andria-Trani, dopo aver subito dal suo ex convivente anni di violenze e sopraffazioni con eloquenti minacce di morte e di privarla di suo figlio, sta ora attraversando un altro pericoloso calvario a causa dell’onnipotenza di un’assistente sociale comunale

Tale intervista è incentrata oltre che sul tema nell’attualità al centro degli onori della cronaca, a causa della sua ritualità e dell’alta frequenza con la quale sempre più assiduamente si verifica, anche sull’altro argomento che sta creando sgomento e clamore nell’opinione pubblica, ovvero l’operato riprovevole e vizioso estrinsecato dagli assistenti sociali, in primis, quelli riconducibili al caso vergognoso di Bibbiano. Trattasi, nel primo caso, dell’argomento tabù del ‘femminicidio’, della violenza di genere, dello ‘stalking,’perpetrati nei confronti di una persona reputata più vulnerabile e più fragile, che sovente corrisponde alla figura di sesso femminile, poiché sia dal punto di vista fisico che sotto un profilo culturale, sociale, ed anche economico, ella si trova pressoché in una condizione di subalternità rispetto al genere maschile. Purtroppo nel Ventunesimo secolo, la donna, ancora, trovasi a vivere in un contesto sociale, quello italiano, che di norma la sottovaluta, soprattutto ella è costretta molto spesso a far rivalere i suoi diritti calpestati e a difendere il suo ruolo e status di donna, di essere umano privato dei diritti inalienabili sanciti dalla nostra Carta costituzionale, e di madre in lotta per non vedersi sottrarre un figlio che ha concepito con amore. Questa realtà sussiste ordinariamente perché nel tessuto sociale italiano sono presenti numerosi stigmi, pregiudizi e preconcetti che deviano dal valutare con obiettività, imparzialità le situazioni delicate, come quelle di un nucleo familiare disgregato, o di una madre desolata istituzionalmente,che disperatamente reclama aiuto per sé e per la sua prole. Troppo spesso si preferisce non ascoltare una voce sofferente, una richiesta di aiuto vera, e ci si dirige verso una soluzione più facile e più conveniente. Dunque, chi ha il potere e il ruolo professionale di risollevare le sorti di una persona in seria difficoltà e di salvargli letteralmente la vita, e gli innumerevoli casi di cronaca ce lo testimoniano quotidianamente, scelgono di tacere, di omettere, di non intervenire, molte volte per incompetenza, altre volte per favorire la parte più forte della coppia in contesa, che in genere è l’uomo. La motivazione alla base di tale mancanza di deontologia professionale, oltre che di mancanza di umanità, è da imputare a varie cause, a volte ad azioni corruttive, altre volte, come il caso in questione della signora Sofia, ad atti intimidatori comprovati. I ruoli istituzionali a cui faccio menzione sono rappresentati, nella fattispecie, dal ruolo professionale degli assistenti sociali, ma spesso accade che anche da parte delle forze dell’ordine derivino atti di incompetenza o lassismo. Nella vicenda della signora Sofia è presente proprio la figura di un’assistente sociale che ha svolto con estrema faciloneria il suo lavoro, nonostante la delicatezza a la pericolosità del caso in questione, mettendo sotto pressione la vita già pregiudicata della signora, alle prese con un ex compagno violento. Sofia ha dovuto imbattersi, altresì, in un sistema dei servizi sociali viziato, non trovando sponda salvifica nemmeno in codesto luogo. Una donna sottoposta a molteplici attacchi, addirittura derivanti da coloro i quali avrebbero dovuto tutelarla e proteggerla dall’esterno, ossia dai servizi sociali che in tal caso non hanno osservato i più elementari precetti morali e deontologici. Sofia è stata abbandonata dall’assistente sociale in balìa di un uomo truce, crudele, dovendo tutelare oltre che se stessa, anche la piccola creatura, di cui è responsabile, suo figlio. Purtroppo le recriminazioni sono molte e non possono esaurirsi con la pubblicazione di codesto articolo, anche perché ci vorrebbero chili di inchiostro per affrontare con esaustività l’intero caso aberrante, disdicevole e biasimabile da parte dell’intera comunità italiana e da qualsivoglia persona dotata di senso morale integro.

Questa intervista racconta una storia molto sofferta vissuta dalla signora Sofia (nome fittizio), una donna 34enne residente nella provincia di Bat in Puglia, che ha visto la sua vita repentinamente stravolgersi per l’unica ragione di essersi innamorata di un uomo, di cui ella non aveva una veritiera e profonda conoscenza, e nel quale aveva riposto la sua fiducia e le sue intime speranze di una vita in comune. Purtroppo Sofia è stata tradita nei suoi sentimenti di donna e madre quando ha scoperto la vera indole del suo ex compagno e il tenore di vita che quest’ultimo conduceva. Da allora la sua esistenza è stata distrutta, bistrattata, violentata, usurpata: sottoposta a fughe con il figlio piccolo, la sua vita lavorativa messa a dura prova, convivendo costantemente con il timore di essere rintracciata e di subire ulteriori minacce, violenze o di essere ammazzata trucemente. In questa toccante intervista si paleseranno gli aspetti intimi, privati di Sofia, e dai quali si potrà effettivamente carpire la grave portata, la crudeltà della situazione pericolosa che questa donna ha attraversato per alcuni anni e il destino ingiusto e crudele che ancora grava su di lei. Ogni lettore potrà identificarsi nella storia reale vissuta da Sofia e trarne un proprio giudizio o valutazione personale. Dal dramma di Federico, un bambino di appena 9 anni ucciso a coltellate da suo padre in un colloquio protetto, sino all’agonia di Mehmed, ammazzato dal papà all’età di 2 anni a furia di pugni e ustioni, vi è una costellazione di drammi bianchi frutto di intrecci tra violenza e deresponsabilizzazione ma pare che nulla sia accaduto. Pertanto, l’auspicio ideale a cui tale articolo mira, di importanza cruciale, è rappresentato dalla speranza che le coscienze sopite si scuotano affinché i diritti di tutte le persone, maggiormente di quelle più deboli e fragili, siano garantiti e difesi da coloro i quali ricoprono i ruoli istituzionali, deputati a espletare deontologicamente e moralmente le funzioni di cui sono incaricati per mandato pubblico. L’auspicio prioritario è che venga smantellato l’intera fetta collusa e disonorevole presente nella rete del servizio sociale pubblico, che da garante e difensore dei più deboli e disagiati, si è tramutato in un ‘sistema a delinquere’ finalizzato ad introitare denari, sporchi delle anime innocenti dei bambini, nonché “perverso”, poiché non esita a sconvolgere la vita a migliaia di genitori privandoli del bene più importante, la propria prole, senza pietà alcuna nell’azione di allontanamento dei bimbi, da essi disposta, dall’alveo familiare e dal focolare domestico. Tutte le persone oneste, che sono venute a conoscenza di tale caso aberrante, sperano vivamente che il sistema marcio sussistente in alcuni contesti, venga debellato e si ripristini un ordine e un operato ineccepibile all’interno del sistema dei servizi sociali italiani, poiché le funzioni da essi esercitate e gli effetti delle loro decisioni si riverberano nei confronti di esseri inermi, i bambini, bisognosi dell’amore e della sicurezza insostituibili derivante esclusivamente dai propri genitori.

 

 

Gentile signora Sofia mi descriva se stessa. 

“Sono una donna 34enne, laureata e stimata nella scuola. Sono nata in un paesino pugliese in provincia di Bat dal quale sono andata via all’età di 17 anni per studiare ed affermarmi anche in campo professionale. Ho abitato per 13 anni lontana dal paese natio radicando la mia vita a Bologna e provincia, qui ho trovato la mia soddisfazione personale svolgendo il lavoro che desideravo e intrecciando altre sane amicizie. Ho conosciuto il mio ex convivente negli ultimi anni bolognesi, ultimi perché poi le vicissitudini di questa violenta e crudele parentesi, speriamo che sia una parentesi che si chiuda il prima possibile, hanno costretto me e mio figlio che allora aveva appena due anni a doverci allontanare da quella città per salvaguardare la nostra pelle. Così a settembre 2017 siamo dovuti rientrare nel mio paese d’origine in Puglia”.

Attualmente il suo nucleo familiare come è composto?

“Attualmente siamo io e mio figlio, tuttavia posso contare su una famiglia molto solida e per bene che,seppur molto provata per le violenze e per il continuo clima di sopraffazione che stiamo vivendo, continua ad offrirci il suo sostegno anche seguitando a restar fuori dal calderone dei soprusi nel quale l’assistente che segue il caso cerca imperterrita di tirarli”.

Signora Sofia mi parli della sua relazione con il suo ex compagno, dalle origini.

“Ci siamo conosciuti un’estate mediante amici in comune. Era l’uomo che tutte le donne desiderano: dolcissimo, premuroso, presente, galante; nulla faceva presagire ciò che dopo è accaduto. Solo vicina al mio parto e per puro caso, insospettita dalla sua troppa freddezza e non desiderio di volermi persino accompagnare alle visite specialistiche per nostro figlio, scoprii sbalordita che aveva una doppia vita sin da prima che io lo conoscessi consistente in ‘scambismi’, giochi del bingo, trans, tante donne e precedenti detentivi per uso e spaccio di droga. Ricordo benissimo di aver letto tra le sue carte legali che non voleva scontare i domiciliari perché stava diventando padre. Fu un colpo al cuore! Non mi dava possibilità di lasciarlo, ero diventata una sua proprietà tra vessazioni, umiliazioni, violenze fisiche e schernimenti alternate a false speranze che non avrebbe più sbagliato. Intrappolata in quella casa non potevo nemmeno permettermi di recarmi al pronto soccorso o dai carabinieri perché lui mi minacciava di morte se fossi andata a denunciarlo, in quanto mi ripeteva che era stato già in galera e non aveva nulla da perdere, e dall’altra parte i suoi genitori mi ricattavano e intimorivano il mio silenzio altrimenti dicevano di sapere come fare per togliermi il bambino. Nessuno mi ha creduto quando, terminata la convivenza, ho riferito della sua violenza e tutt’oggi nonostante lui sia stato condannato dal Tribunale di Bologna a tre anni per maltrattamenti in famiglia, rinviato due volte a giudizio per stalking e minacce di morte ma soprattutto nonostante chiare prove della sua crudele violenza sono io ad essere colpevolizzata. Lui, invece, continua a mantenere la sua maschera sociale di persona dolce, educata e avulsa da ogni genere di malvagità”.

Signora quando è cominciato il periodo atroce, l’incubo dei maltrattamenti?

“L incubo è iniziato quando ho scoperto chi fosse veramente il mio ex, cioè pochi mesi dopo il parto. Smascherato sono iniziate forti violenze fisiche sempre più preoccupanti, senza alcuno scrupolo ci fosse nostro figlio, proseguite anche dopo la separazione nel 2016 quando lui munito di una spranga di ferro cacciò di casa con minacce di morte me e il bambino dopo aver rubato tutti i soldi ricevuti in regalo da nostro figlio per il suo battesimo. Non sapendo dove andare con mio figlio, ed aiutata da amici e vicini, ho preso un treno per raggiungere la mia famiglia in Puglia. Qualche giorno più tardi mi scrisse di essersi giocato tutti i soldi di nostro figlio al Bingo. A settembre 2016 sono dovuta rientrare in Emilia Romagna con il piccolo perché non potevo rischiare di perdere il posto di lavoro che avevo a Bologna. Per un primo periodo io e mio figlio abbiamo vissuto in un albergo in attesa di trovare un appartamento in affitto a Bologna che poi ho dovuto arredare a soli mie spese. Pur non vivendo più insieme il mio ex strumentalizzava nostro figlio per sfinirmi: lui nei fatti non si presentava a molte delle visite con il figlio facendosi attendere invano per strada e di contro mi accusava di ostacolargli il rapporto e pretendeva io rispondessi ai suoi innumerevoli messaggi quotidiani o mi minacciava. Terrorizzata ero arrivata a pesare 40 chili, a non dormire più, mi ero chiusa in me stessa barricandomi in casa con un bimbo di poco più di un anno. Nonostante i due provvedimenti penali bolognesi del maggio 2017 e luglio 2017 lui non si arrendeva e tra rose rosse e minacce dichiarava di volermi incontrare a tutti i costi in un posto segreto inviandomi persino una e-mail contenente un video la cui prima immagine era un Babbo Natale morto sparato alla schiena dalla cui ferita sgorgava sangue. Nel settembre 2017, grazie ad un repentino intervento del Tribunale per i minorenni di Bari colto dal Giudice bolognese, io e il bambino siamo stati allontanati da Bologna ed urgentemente trasferiti nella mia famiglia di origine, in un paesino pugliese in provincia di Barletta-Andria-Trani, a causa della violenza del mio ex convivente. Il Tribunale di Bologna dispose che il bambino poteva vedere il padre solo in incontri protetti organizzati dai servizi sociali pugliesi e vigilati da un operatore. Per me e il bambino è purtroppo iniziato il nostro secondo incubo perché l’assistente sociale, minacciata dal mio ex, ha iniziato a scrivere al tribunale bolognese relazioni nelle quali veniva omessa la verità”.

Signora Sofia, lei come ha reagito di fronte ai maltrattamenti, ai soprusi del suo ex convivente?

“Il mio unico pensiero era proteggere il bambino che piangeva impaurito, sia ponendolo dietro il mio corpo sia fuggendo in altre stanze o, dopo la separazione, non me ne vergogno cercando protezione nei portoni di altre abitazioni con il piccolo ben stretto tra le mie braccia”.

Quali sono gli episodi più cruenti che il suo ex le ha cagionato?

“Alcuni erano cruenti per la feroce carica fisica, altri per le pressioni psicologiche, altri per i soprusi e le continue vessazioni che dovevo subire altri ancora per le chiare minacce di morte”.

Signora Sofia dal punto di vista giudiziario quali provvedimenti sono stati intrapresi per neutralizzare la capacita offensiva del suo ex compagno?

“Ad oggi non è stato disposto alcun ordine di allontanamento”.

I servizi sociali che hanno seguito professionalmente il suo caso sono stati efficienti?

“L’assistente sociale pugliese assecondando ogni richiesta del mio ex, giustificando ogni suo atto prepotente e violento anche omettendolo al Giudice ha sicuramente esacerbato la conflittualità violenta del mio ex convivente ma soprattutto messo in pericolo il bambino. Il provvedimento del Giudice bolognese è stato spregiato più volte: lo psicologo che avrebbe dovuto vigilare gli incontri protetti in realtà era maggiormente assente, il padre ha ammazzato un gatto avanti a nostro figlio e lo psicoterapeuta rideva di fronte ai conseguenti traumi sorti nel bambino, è stato consentito e tenutomi meticolosamente nascosto l’ingresso nelle visite protette di persone tassativamente vietate dal giudice, e molto altro come un blitz a casa dell’assistente sociale e di un vigile urbano perché i genitori del mio ex convivente avevano bloccato l’operatrice in struttura in quanto io avevo comunicato e certificato che il bambino stava male e non poteva partecipare a uno degli incontri protetti, o ad aprile 2019 mio figlio di appena 4 anni è rincasato munito di 50 petardi. Ma anche, per citarne alcuni, le umiliazioni alle quali ero sottoposta nell’essere esclusa da tutto, nel vedere calpestate le libertà personali del bambino e mie a seguito di calendarizzazioni fortemente divergenti nel corso dell’anno cioè maggiormente assenti per poi essere eccedenti a quelle disposte dal Giudice nei soli periodi delle mie ferie. Il risultato di queste relazioni, che a mio parere hanno depistato il giudice, è stato che il bambino con provvedimento emesso a Dicembre 2018 è stato affidato ai servizi sociali. Non potendo permettere che mio figlio di appena 3 anni fosse posto in pericolo dagli stessi servizi nel pieno dei colloqui protetti pur intimorita dalla palesata onnipotenza dell’assistente sociale,a inizi Aprile 2019con gran coraggio ho segnalato al Comune pugliese l’operato anomalo dell’assistente comunale. Tuttavia nei fatti è ancora lei a scrivere relazioni sul nostro caso. Questa, appresa anche la denuncia che ho sporto nei suoi riguardi ad inizi Maggio 2019, si è irrigidita talmente tanto che per pura ritorsione non solo limita i diritti del bambino ma ha scritto, ai Tribunali bolognesi e baresi presso cui pendono i procedimenti di affidamento di mio figlio, relazioni con contenuti gravemente calunniosi nei miei riguardi affibbiandomi i classici aggettivi il cui fine è strappare ingiustamente bambini innocenti a genitori incolpevoli”.

Signora che opinione lei si è fatta riguardo il sistema di ausilio che offrono i Comuni rappresentato dai servizi sociali e dal suo personale, sia a livello generale che particolare guardando al suo caso a alla realtà del suo piccolo paese pugliese?

“Dal racconto della mia esperienza è evincibile il mio pensiero, tuttavia per indole personale non faccio dell’erba tutto un fascio. Sappiamo che i Tribunali basano le proprie decisioni sulle relazioni redatte dei servizi sociali spesso senza fare alcuna verifica così come alcune assistenti sociali redigono atti senza avere alcuna prova, titolo o competenza. Ciò che contesto è lo smisurato, e in alcuni casi pericolosissimo, potere dato agli assistenti sociali cioè a controllori che decidono con ampia discrezionalità su situazioni così delicate e che non vengono controllati da nessuno assumendo a volte le vesti di dio in terra. Quando a fine giugno è balzata alle cronache quanto accadeva a Bibbiano con l’inchiesta Angeli e Demoni ho compreso che non eravamo in poche a vivere questo crudele calvario, che questo perverso meccanismo tipico di alcune assistenti sociali di intimidire le mamme imponendo loro silenzio altrimenti con un semplice report falso avrebbero strappato i loro figli è diffuso da nord a sud Italia. Ci viene negato il diritto di difesa!”.

Signora Sofia qual’é la sua condizione attuale e quali sono i suoi propositi per l’avvenire?

“Nell’udienza di fine giugno 2019 presso la Corte d’Appello di Bologna, dove è aperto il procedimento di affidamento del bambino, il presidente della camera ci ha rispediti dalla stessa assistente sociale. È comprensibile come io oggi non stia vivendo perché la vita mia e del bambino è affidata ad una persona che ha già dato molte prove di mancata imparzialità pericolosa per l’incolumità del minore oltre che mia. Sono stata ingiustamente limitata nella responsabilità genitoriale ed ora provo anche una terrificante e reale paura che il bambino possa essere ingiustamente allontanato da me sulla base di carte false. L’auspicio mio, e credo in questo di rappresentare molti genitori che si trovano sotto ricatto dei servizi, è che ognuno si assuma realmente e con coscienza le proprie responsabilità derivate dalla poltrona che occupa, che agisca non dopo 20 anni ma tempestivamente! Immaginatevi se andate al mare e per un istante perdete di vista vostro figlio, quali emozioni provate in quell’istante? Bene! Ora moltiplicatelo per la mattina, il pomeriggio, la sera, la notte, un giorno, una settimana, un mese, anni! Solo così si può immaginare lo straziante dolore che provano tutti quei genitori ingiustamente strappati dai figli e tutti quelli vicini all’essere strappati! Senza avere alcuna colpa… solo perché hanno denunciato illeciti o perché impotenti!Questo gli adulti, e ai bambini ci pensiamo?? Pensiamo a cosa provano e vivono loro, povere ed innocenti anime, nell’essere strappati dalla loro mamma, dalla loro vita, dai loro affetti, dai loro giochi… infanzie ridotte a brandelli!E se fosse confermato anche torturati da scosse elettriche e imbottiti di psicofarmaci… tutto questo solo per lucro! Questa è la tutela che si garantisce? La storia a queste persone non ha insegnato nulla?!

Ciò che ogni genitore chiede allo Stato è che faccia subito giustizia, che faccia realmente pagare chi ha sbagliato senza concedere attenuanti a nessuno,anzi facendo pagare doppio chi ha compiuto illeciti sulla pelle dei bambini. Diversamente a mio parere si sta costruendo solo un presente e un futuro che indigna,che crea vittime e trita i più deboli, che lascia liberi i delinquenti e uccide gli onesti.

A differenza di chi crede che non si possa sconfiggere la mafia applicando la legge io credo nella giustizia e sono sicura che la verità verrà a galla, che a me e al bambino verrà data finalmente la possibilità di poter vivere. La criticità risiede nel fatto che i procedimenti penali sono molto più lunghi di quelli civili e spesso tra loro disancorati, da qui anche molti decisioni-orrori vissuti dai bambini. Inoltre non è normale che le vittime debbano ricorrere ai mass media nella speranza che qualcuno le ascolti e le aiuti. Io sono qui ad accogliere a braccia aperte tutti coloro che vorranno aiutarmi affinché all’ennesimo bambino non venga ingiustamente deturpata la sua infanzia per semplici tornaconti di persone senza scrupoli”.

di Monica Montanaro


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