Interviste & Opinioni

Va di moda l’arroganza

Tutto potrebbe essere cominciato con il profumo Arrogance (per lei e per lui) creato nel 1982. Buona idea di marketing che senza volerlo ha intercettato un sentimento che ha segnato la nascita di un’epoca. L’arroganza ha smesso di essere considerata una colpa ed è diventata una virtù, sinonimo di assertività, capacità di farsi valere, conquistare la leadership. La superficie del mondo si è ridotta ad essere la pelle del singolo individuo e questa distorsione porta un sacco di problemi, compresa l’eccessiva importanza data al presente rispetto al futuro.

Risultato: siamo circondati da spocchiosi. E’ inevitabile incrociarli. Impongono antiregole e punti di svista, esibiscono denaro e privilegi, umiliano chi non ne ha, possiedono tutte le carte vip possibili e immaginabili e se le bruciano in capricci. Devono dimostrare a se stessi e agli altri di essere “qualcuno”.

Antispocchia. Serve antispocchia per difendersi dagli arroganti, per guarire dai dolori «del terzo tipo», non sofferenze esistenziali o fisiche, ma quelle dovute a «piccole prepotenze, abusi, furbizie, dispetti rivendicazioni, invidie, cafonerie, manie di grandezza e ruffianerie che ci avvelenano l’esistenza». L’arroganza, con tutto ciò che si porta dietro è «una forma di self-mobbing, un “facciamoci del male”, perché in fondo lo spocchioso è uno come tanti, ma con scarsa stima di sé e un disperato bisogno di applausi e consensi. Quasi sempre è un perdente.

La miglior difesa dunque è offrirgli il silenzio, il contrario di quello che vorrebbe, la totale non attenzione.

Mai inseguire lo spocchioso sul suo stesso terreno, dargli la lite che vuole, gridare più forte, accettare il confronto-scontro su chi ha ragione o torto, su chi la sa più lunga. Meglio sfilarsi. Meglio il silenzio. Meglio ancora l’ironia, che può essere l’arma vincente. I supponenti sono ridicoli. Questo non significa essere deboli, ma combattere in un altro modo, con l’eleganza del matador che sfianca il toro e non lo prende per le corna. Il Marchese del Grillo, nel famoso film di Alberto Sordi della Roma dell’800, direbbe «perché io sono io e voi non siete niente».

Evelyn Zappimbulso


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